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Deleuze e l'occupazione del TPO

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Movimento
DELEUZE E L'OCCUPAZIONE DEL TPO

Considerazioni (quasi) personali nel
decennale dell'occupazione del TPO e della morte di Gilles Deleuze

Dieci anni fa, il 5 novembre 1995, io - allora regista ed attore di
teatro - insieme con altre cinque giovani compagnie di Bologna ed
alcuni studenti dell'Accademia di Belle Arti, occupammo il Teatro della
suddetta Accademia ch'era in disuso da trent'anni.
Si trattò della
prima occupazione d'uno spazio giovanile - o, almeno, la prima di quel
periodo storico - incentrata su tematiche di lavoro e, un po' ante
litteram, di precarietà. L'intenzione, cioè, era protestare contro la
chiusura del mercato del lavoro nei settori dello spettacolo e
prendersi il diritto di svolgere il proprio mestiere creativo.
Però,
non è di questo che voglio parlare.
Il giorno precedente
all'occupazione - il 4 novembre - si tenne, ovviamente, una
riunione
organizzativa preparatoria. Era tardo pomeriggio, io lessi in assemblea
il comunicato/manifesto che avevo preparato e che avrebbe, nei giorni
seguenti, accompagnato l'occupazione.
Ed eccone alcuni passaggi
iniziali...: "La possibilità che le cose possano essere modificate
in
profondità non è più esclusa a priori. Da adesso ogni possibilità è
aperta, se lo si desidera. Ed è appunto il desiderio che deve
acquistare importanza. Non soltanto desiderio "di qualcosa", ma
desiderio non mancante di nulla: quel flusso, quell'energia, prodotta
dall'interazione tra attori, tra spettatori, tra gli uni e gli altri.
Questo per affermare che un evento teatrale è - tra le altre cose -
produzione di desiderio. (...) Sarà la produzione di desiderio a
regolare - nel futuro più prossimo - la politica e l'economia del
teatro".
...E finali: "Questi gruppi si sono di fatto uniti a partire
dai propri bisogni (la mancanza di spazi), ma hanno poi progettato un
desiderio comunitario, desiderio di interconnessione, di modalità
inedite e di confronto. Non più "politico", non più "privato", la
produzione di desiderio è ciò che attraversa, sta in mezzo ai percorsi
individuali e ai percorsi collettivi e non può essere appiattita su
nessuno dei due fronti".
Seguivano le firme di cinque compagnie
teatrali a cui, in seguito, se ne sarebbero aggiunte altre (se a
qualcuno interessa il testo integrale, lo può trovare qui: http://www.
lutherblissett.net/archive/119_it.html).
Il testo suscitò molto
entusiasmo nell'assemblea.
Non appena terminata la lettura, squillò il
telefono (stavamo nella sede di Radio K Centrale). Era colui che oggi
si firma Wu Ming 1. Telefonava per riferimi la notizia che Gilles
Deleuze era morto.
La cosa suscitò in me due tipi d'effetto.
Un effetto
di shock perché, col mio solito tempismo, avevo iniziato a studiare
Deleuze proprio in quell'anno.
Un effetto galvanizzante perché quella
notizia, arrivata proprio dopo la lettura di un testo
"deleuziano", mi
sembrava ammantare d'aura profetica l'azione che avremmo compiuto
l'indomani.
Poi, la mattina del 5, ci fu l'occupazione. Essa suscitò
grande interesse e consenso, soprattutto perché diversa dal solito,
perché esteriore ai soliti schemi "antagonisti".
Il secondo giorno
dall'entrata nel teatro - il 6 novembre - dinanzi ad una platea
gremita
presi il microfono. Dissi (vado a memoria ma credo di
ricordare precisamente): "Dedichiamo quest'occupazione a Gilles
Deleuze, filosofo francese morto due giorni fa. So che molti potrebbero
pensare "e a me cosa importa?". Posso solo dire che Deleuze ci insegnò
che la
forza che muove le cose è il desiderio e che il desiderio è
sempre concatenato, sempre collettivo. E' anche grazie a lui, forse,
che oggi siamo qui".
Benché molti visi in platea fossero a dir poco
perplessi, un applauso mi fu comunque concesso.

Oggi, trascorsi dieci
anni da quell'ocupazione e dalla morte di Deleuze, cosa si può dire?
Sulla
vicenda del TPO, moltissimo è stato detto e tutt'ora, a Bologna,
persistono e fanno sentire la propria presenza i retaggi di
quell'esperienza, i numerosi progetti da essa nati (tra i quali c'è
anche il mio).
Per quanto riguarda Deleuze, possiamo tranquillamente
affermare che tutto ciò che oggi viene agito sul terreno della
trasformazione sociale è direttamente o indirettamente, consapevolmente
o meno, deleuziano.
Infatti, tutti ci raccordiamo gli uni agli altri
all'interno di rizomi, tutti siamo orientati ad una politica incentrata
sulla produzione di desiderio, tutti siamo - almeno a parole -
coscienti che l'attivare linee di fuga o deterritorializzazione sia più
efficace di una qualsivoglia contrapposizione molare, tutti intendiamo
il molteplice come dato costitutivo. E l'elenco delgi esempi potrebbe
proseguire. Il pensiero di Deleuze, coerentemente, si è propagato non
per filiazione ma per contagio.
Malgrado questo, provo una sensazione
di disagio.
Perché abbiamo vissuto in questi ultimi anni - gli anni
del movimento no-global - pratiche sociali solo apparentemente
sviluppate entro un piano d'immanenza (o Corpo senza Organi). Abbiamo,
invece, vissuto eventi separati dal quotidiano: contro-vertici,
manifestazioni e poi tutti a ritornare alla vita precaria e solitaria
(per ciò che riguarda il lavoro) di tutti i giorni. Le nostre pratiche
sociali sono state, in definitiva, un piano di trascendenza, più un
logos che un divenire.
Ecco, dovremmo iniziare ad occuparci del
quotidiano. Ovvero assumere dalle viscere del pensiero deleuziano una
finalità rivoluzionaria mai sottaciuta e sempre, in tutti i testi del
filosofo francese, rimarcata: la felicità.

("Non è facile essere un
uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli
incontri, aumentare la
potenza di azione, commuoversi di gioia,
moltiplicare gli affetti che
esprimono o sviluppano un massimo grado di
affermazione") GD
 

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