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Intervento Rolando Giai-Levra al primo incontro Comunisti Uniti Lombardia (20 sett)

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Movimento

Intervento Rolando Giai-Levra al primo incontro Comunisti Uniti Lombardia (20 sett)
Verso la Costituente Comunista
Scritto da Rolando Giai-Levra, PRC Magenta  
martedì 07 ottobre 2008
PERCHÈ, CON CHI E QUALE UNITÀ DEI COMUNISTI?
di Rolando Giai-Levra, Segretario circolo PRC Magenta (MI)- Redazione Gramsci Oggi

Dopo gli interventi di Sergio Ricaldone sulle questioni internazionali e di Stefano Barbieri su quelle nazionali, che rappresentano entrambi problemi di natura strategica e di cui condivido pienamente gli argomenti da loro sollevati, mi limiterò, in questa prima importante occasione, a concentrare il mio intervento su alcuni elementi di riflessione da sottoporre alla vostra attenzione per fissare insieme dei paletti di partenza per il percorso che intenderemo seguire.

Naturalmente, evitando di ripetere gli stessi errori compiuti nel corso degli anni che hanno provocato il disastro politico ed ideologico dei comunisti a partire dal “Movimento della Rifondazione Comunista” nata nel 1991 dopo la scissione con il PDS.

Per cui, ritengo fondamentale che in questo primo incontro, si possa fare insieme il punto della situazione dell’appello “Comuniste e Comunisti: cominciamo da noi", soprattutto dopo circa due mesi dalla chiusura dei congressi del PRC e del PdCI, sui quali è bene dire qualcosa.

Il Congresso di Rifondazione si è concluso con un evidente spaccatura, che ha confermato una debole vittoria di Ferrero in cui la logica prevalente nella sua maggioranza, e naturalmente in quella dell’opposizione di Vendola, è a tuttoggi il “No ad una costituente comunista”. In tal senso non ha perso tempo a rassicurarci anche lo stesso Ferrero nella sua intervista sul Manifesto del 30.07.08.

Quindi, è stato vinto un congresso che in realtà non ha segnato alcuna vera svolta di sinistra ancor meno comunista che potesse rappresentare un’organica alternativa di classe alla mozione per una “rifondazione della sinistra” sostenuta dal gruppo Vendola, Bertinotti e Giordano.

Il congresso del PdCI, invece si è concluso con l’affermazione a maggioranza del documento rivolto a “l’unità dei comunisti” in cui però sono emersi vari distinguo. Soprattutto è stato posato molto l’accento sull’unità tra i due partiti con la falce e il martello dal momento che sarebbero state superate le condizioni di divisione del ’98. Ma non è stato tenuto nella giusta considerazione e misura, secondo me, il fatto che nel PRC soltanto la terza mozione con l’area dell’Ernesto, che rappresenta una minoranza nella maggioranza di Ferrero, ha sostenuto la necessità dell’unità dei comunisti.

Inoltre, nella stessa maggioranza del PdCI, ci sono stati diversi interventi che hanno decisamente privilegiato il concetto dell’” unità della sinistra” rispetto a quello dell’identità e dell’unità comunista.

Da allora siamo arrivati fino ad oggi con una serie di problemi che sono emersi e sono stati determinati proprio dagli esiti congressuali dei due partiti che si chiamano ancora comunisti.

La mia impressione è che dall’entusiasmo iniziale si è passati ad un allentamento dell’attenzione, per passare ad una forte disattenzione, quasi da dimenticatoio, degli obiettivi strategici posti dall’appello sul tappeto, soprattutto da parte di una parte dei gruppi dirigenti del PdCI e dell’Area dell’Ernesto che, pur avendo dato ufficialmente la loro adesione all’appello, ne parlano ormai poco o niente.

Quasi fosse un progetto che funzioni a comando, a seconda di qualche singola volontà di questo o quel dirigente, di questa o di quell’altra organizzazione, a seconda delle esigenze soggettive di sopravvivenza dettate dalla miseria delle contingenze politiciste, organizzativiste e istituzionaliste delle proprie piccole realtà organizzate.

Nel frattempo tutte le comuniste e tutti i comunisti che hanno dato la loro adesione all’appello e tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori cosa devono fare?
Attendere le voglie di qualche gruppo dirigente che a secondo delle loro necessità indicano una volta di unirsi, un’altra volta fanno finta di niente e un’altra ancora mandano a dire che non è ancora il momento? Ma chi, stabilisce se è o non è il momento? NO! Così non può funzionare e così non deve funzionare!

Credo che su questo punto, tutte le compagne e tutti i compagni che hanno dato con molto coraggio e entusiasmo la loro adesione, indipendentemente dalla propria appartenenza o non appartenenza organizzativa, hanno il diritto di avere la massima chiarezza su contenuti, forme e modalità per decidere insieme sul come procedere per andare avanti autonomamente e in modo indipendente dalle volontà dei gruppi dirigenti di questa o quell’- altra realtà organizzata.

Quindi, perché, con chi e quale Unità dei Comunisti?
Mi pongo questa domanda perché dopo il disastroso risultato elettorale che ha provocato la morte del cartello socialdemocratico “la sinistra l’arcobaleno”, alcuni tra i responsabili di questo disastro politico che ha coinvolto anche i comunisti e che in parte gli stessi si sono fatti trascinare, hanno scoperto improvvisamente anche loro la necessità dell’unità dei comunisti, ma con alcune particolari interpretazioni che, se pur legittime, non corrispondono affatto all’unità e all’autonomia, intesa da un punto di vista di classe, che hanno bisogno i comunisti e i lavoratori.

Fin dall’inizio dell’appello, soprattutto poco prima, durante e dopo i due congressi del PRC e del PdCI, personalmente ho avuto l’impressione che aleggiava poca sintonia su che cosa s’intendesse per “unità dei comunisti” tra i contenuti dell’appello e il pensiero che proveniva dall’alto di quelle realtà organizzate.

Da lì, attraverso i propri canali, giungevano alla base e continuano ancora a circolare delle tesi che, secondo me, sono arretrate, un pò stravaganti e molto strumentali sull’unità dei comunisti.

La prima di queste lascia intendere che l’unità dei comunisti passa attraverso una fusione tra PRC e PdCI.
Questa tesi non tiene conto della realtà oggettiva che anche i risultati elettorali hanno evidenziato con forza e proprio attraverso il voto dei lavoratori, il profondo sradicamento dai luoghi di lavoro e di produzione che ha determinato la cronica debolezza che investe i due partiti. La somma di due debolezze non danno come risultato una grande forza ma soltanto una grande debolezza.

Per cui, una loro eventuale fusione si ridurrebbe ad una unità burocratica degli apparati, utile soltanto alla sopravvivenza dei gruppi dirigenti in cui, tra l’altro, le forze socialdemocratiche e anticomuniste sarebbero decisamente prevalenti emarginando le forze comuniste.

Un’altra tesi sostiene che l’unità dei comunisti va intesa come un’espansione organizzativa e inclusiva del PdCI in cui tutti i comunisti dovrebbero aderire.
Una tale ipotesi, per essere valida, dovrebbe presupporre il fatto di essere di fronte ad un partito organico alla classe operaia che per essere tale, ci insegna Gramsci, deve essere una parte della stessa classe ed avere con sé i lavoratori e che il PdCI come il PRC non hanno, proprio come ci è stato ampiamente dimostrato, ancora una volta, dal risultato elettorale.

In realtà, questa tesi non c’entra nulla con l’unità dei comunisti e rivela una tendenza all’annessione che è estranea alla tradizione comunista finalizzata anche questa alla sopravvivenza dei gruppi dirigenti.

Poi ci sono altre tesi che parlano di “unità dei comunisti” in funzione dell’”unità della sinistra” per riproporre sotto altre forme un nuovo soggetto socialdemocratico.
In realtà, alcuni dirigenti arcobalenisti hanno capito bene (dopo il fallimento elettorale della sinistra) che l’unità della sinistra non può esistere e realizzarsi senza l’unità dei comunisti. Allora operano in modo tale che tale processo rimanga confinato e controllato in un area socialdemocratica.

Infine, c’è chi sostiene che l’unità dei comunisti passa soltanto attraverso un cartello elettorale in funzione delle elezioni quasi che l’istituzione parlamentare fosse un fine e non un mezzo.

Tutte posizioni che, insieme ad altre, sono calate dall’alto e su cui è necessario aprire una battaglia politica e ideologica perché sono tutte posizioni che, secondo me, non tengono nella giusta considerazione tanto meno sono rispettose della reale volontà espressa da migliaia di aderenti all’appello.

Per cui, credo sia necessario lavorare per trasformare l’appello in un vero e proprio movimento autonomo di classe, che cammina con le proprie gambe e al di fuori di qualsiasi schema, vincolo o condizionamento del PRC e del PdCI, cominciando a partecipare a iniziative pubbliche, scioperi e manifestazioni con dei propri volantini, manifesti e striscioni.
In tal senso, potremmo caratterizzare una nostra partecipazione appunto nella manifestazione dell’11 ottobre che avrebbe dovuto rappresentare un appuntamento per i comunisti e che invece è stato trasformato in un momento per il riciclaggio di vari gruppi dirigenti arcobalenisti.

Voglio anche dire, e concludo, che le adesioni all’appello date dal PdCI e dall’area dell’Ernesto rappresentano comunque un fatto importante e positivo che non può essere sottovalutato, ma che potrà assumere un vero valore politico, seconde me, soltanto e nel momento in cui queste due realtà metteranno le loro esperienze organizzative al servizio del processo che vogliamo avviare, mettendosi in discussione su un piano di pari dignità e visibilità con tutte le compagne e tutti i compagni che hanno dato la loro adesione all’appello per individuare insieme la strada migliore da intraprendere per costruire un Partito Comunista.

Ma se questo tarda a venire noi non possiamo aspettare e stare fermi e bisogna andare avanti!

Perciò, è necessario andare oltre e superare ambiguità, limiti, contraddizioni, tatticismi, schemi e lentezze burocratiche che sono presenti nelle due realtà organizzate e lavorare per creare un percorso nell’interesse della classe lavoratrice nella prospettiva di una società socialista, perché questa è l’unica vera alternativa – non ce ne sono delle altre!

Sono d’accordo con le proposte operative presenti nell’intervento introduttivo di Valdimiro Merlin perché è necessario, oggi stesso se sarà possibile e se saremo tutti d’accordo, porre le basi per darsi un minimo di organizzazione attraverso la costituzione di un Comitato di coordinamento composto da compagne e compagni delle varie realtà che hanno dato l’adesione all’appello.

Un coordinamento che in questa fase, secondo me, non rappresenta un organismo dirigente, ma un gruppo di lavoro aperto ad altre successive integrazioni, per coordinare tutte le attività da svolgere da questo momento in poi fino ad arrivare ad una assemblea nazionale per la costituente comunista.

Condivido anche la proposta sulla necessità di dare visibilità al movimento di “Comunisti Uniti” in Lombardia cominciando subito con una forte iniziativa pubblica sulla “condizione della classe operaia e l’unità dei comunisti” del nostro Paese in cui i protagonisti devono essere i delegati di fabbrica a cominciare dagli stessi compagni lavoratori che sono tra i promotori dell’Appello.

Su queste basi, come abbiamo già avuto modo di scriverlo nei nostri editoriali e a nome della redazione, posso dire che la rivista “Gramsci oggi” si mette al servizio e a disposizione di questo cammino per la ricostruzione di un unico Partito Comunista di massa nel nostro paese.

http://www.mercantedivenezia.org

 

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