Volantino e giornale diffuso a Susa sabato 6 Dic. 2008. Saluti rossi.
| Movimento |
CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-
ITALIA (Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
– a poca strada dall'uscita autostrada A8 Laghi –
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La protesta "NO-TAV"
L'opposizione dei valsusini all'"alta velocità" investe, oltre agli interessi locali, l'uso "finanziario-parassitario" del territorio da parte delle lobby di potere.
Deve costituire l'inizio di una lotta più generale contro il dominio di finanzieri speculatori parassiti, che stravolgono il territorio per far quattrini.
Fuori polizia e carabinieri dalla Valle!
Nessuna tregua al governo e alle autorità regionali e provinciali!
Scindersi dai sindaci arrendevoli o oscillanti!
Trasformare i "comitati popolari No-Tav" in comitati proletari di lotta contro le cricche di potere.
Operare la necessaria delimitazione tra chi agisce per interessi di campanile e chi agisce per gli interessi sociali dei lavoratori.
Armarsi di una chiara prospettiva di classe.
Organizzarsi nel partito rivoluzionario.
L'opposizione dei valsusini alla TAV viene da lontano. Nasce come contrarietà degli abitanti dei paesini di Val di Susa alla costruzione nella valle di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità. La Val di Susa è carica di infrastrutture viarie (autostrada del Fréjus, statale 24, statale 25) e ferroviarie (linea Milano-Parigi). E la gente teme che il tracciamento di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, specialmente quella che abita nella parte bassa della valle, sconvolga il territorio e l'economia locale. Di qui l'opposizione tenace dei valsusini.
Il progetto TAV (treni ad alta velocità) è una moderna commessa statale diretta a sostenere i gruppi industriali e finanziari del nostro paese a partire dalle grandi imprese di appalto. Il progetto si inquadra nel "Corridoio 5", conteso dai nostri gruppi nei confronti dei gruppi franco-tedeschi, visto come grande via di scorrimento di persone e merci da Lisbona a Kiev. Secondo questo progetto la tratta ferroviaria Torino-Lione verrà costruita come autostrada ferroviaria in cui i Tir verranno caricati su vagoni. È prevista la riduzione del tempo di percorrenza da quattro ore a un'ora e mezza. L'opera impegnerà 15 anni. E parte con un contributo UE, per il tratto italo-francese, di 6,5 miliardi di euro su un costo previsto solo per l'Italia di 17 miliardi circa. Costo che verrà finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti mediante la ISPA SpA col ricorso a emissioni obbligazionarie o bond. Quello che al momento si può dire con certezza di questo progetto è che esso è sconvolgente per l'equilibrio, ecologico ed economico, della Val di Susa; inutile dato che basta rafforzare la linea ferroviaria esistente per smaltire il traffico peraltro calante; estremamente costoso. È una mega infrastruttura diretta a garantire profitti e rendite.
E’ bastato l'avvio dei lavori di esplorazione della galleria di Venaus (il tunnel che inizia il sistema di gallerie della TAV), commessi alla CMC di Ravenna grosso gruppo della Lega delle Cooperative (gli altri gruppi sono: il colosso austro-tedesco Strabag, la Bentini Costruzioni di Faenza, la Cogeis di Torino e la Geotecna di Milano), per far montare la protesta popolare.
I momenti principali del movimento di protesta
I comuni interessati all'opposizione anti-TAV sono 41, suddivisi in due fasce: la fascia dell'alta valle e la fascia della bassa valle. Il primo gruppo della Comunità montana è rappresentato dal presidente Paolo Carena della Lega Nord; il quale, benché contrario alla TAV, difende il "Corridoio 5". Il secondo gruppo della Comunità montana, quello della bassa Val di Susa, è rappresentato dal presidente Antonio Ferrentino di centro-sinistra ed è contrario alla TAV. Nei comuni si sono costituiti e operano i "comitati popolari NO-TAV"; i quali promuovono e organizzano le azioni e le manifestazioni. I sindaci partecipano alle manifestazioni spesso stando in testa con la fascia tricolore.
La prima manifestazione di protesta NO-TAV, che coinvolge la valle, avviene il 30 ottobre. La manifestazione raccoglie una vasta partecipazione popolare. E mette in luce la carica di cui sono dotati i manifestanti. La seconda manifestazione di protesta si svolge il 16 novembre nel quadro dello sciopero generale. Essa evidenzia, oltre alla carica, la massività della partecipazione, che supera quella precedente. La terza manifestazione è la protesta del 4 dicembre sui campi di Venaus contro l'occupazione dell'area da parte delle forze dell'ordine. Il momento saliente è la costituzione del presidio presso il cantiere della Cmc. Nella notte il presidio è caricato dalla polizia che si lancia in una bastonatura selvaggia contro gente inerme ferendo una trentina di persone. Il terrorizzante blitz della polizia infiamma i valsusini. L'8 dicembre una marea di manifestanti si riversa su Venaus per rispondere alle botte e prendersi la rivincita. Dopo la levata del sole da Susa parte la testa di un enorme corteo, composto da uomini donne anziani bambini, diretto al cantiere TAV. Al bivio il corteo viene attaccato da polizia e carabinieri. Le prime linee resistono all'attacco ma non possono sfondare il concentramento di forze. A migliaia, allora, si distaccano dal corteo e attraverso i sentieri di montagna scendono a valle. Una parte di manifestanti, giunta sulla strada di sotto, innalza una barricata per impedire i rinforzi di polizia a Venaus. Dalla montagna giunge a valle un fiume di manifestanti (40.000 circa). Le prime linee, costituite dagli elementi più giovani e combattivi, affrontano il concentramento di polizia (circa 350 militari) e in breve riconquistano il luogo del presidio nel cantiere della Cmc. Nessuna forza di polizia può resistere alla determinazione della massa dei manifestanti. È l'apice della mobilitazione di massa della protesta.
Successo e demarcazione
I sindaci, che hanno il contatto diretto coi manifestanti, sono i primi a rendersi conto della carica del movimento e delle sue potenzialità di attrazione. E cercano subito e sul campo di frenare e di bloccare le punte più avanzate della protesta. Il sindaco di Venaus (Nilo Durbano), dopo avere declamato in segno di vittoria "ci siamo ripresi i terreni che erano stati usurpati", invita i manifestanti a tornare a casa. Ed insieme a Marilde Provera (parlamentare Prc) si avvicina poi al presidio per esortare i giovani a lasciare il cantiere. Ferrentino da parte sua cerca di convincere i manifestanti accorsi in appoggio ai valsusini a lasciare il campo prima che faccia buio e a ritornare a Susa per fare una fiaccolata. Anche il governo ha il polso della situazione. Palazzo Chigi, che in 10 anni non ha consentito neanche un incontro, apre subito un tavolo di trattativa con i rappresentanti locali, attribuendo al contempo per bocca di Pisanu la paternità degli scontri a un migliaio di antagonisti anarchici estremisti di sinistra. Sindaci e governo si danno ora una mano per spegnere l'incendio.
L'apertura del governo sancisce il successo del movimento no-TAV. I sindaci, soddisfatti di sedere al tavolino romano, si adoperano per smobilitare il movimento. Le punte più radicali rifiutano di ritirarsi e fischiano i sindaci con il bruciante epiteto sindaci assassini. I giovani accorsi ad affiancare i valsusini ritengono sbagliato di lasciare il campo e lamentano di essere stati strumentalizzati. Tra l'ala istituzionale e l'ala movimentista della protesta si determina una netta demarcazione pratica; col risultato immediato che entrambe le ale fanno ritorno alle proprie basi di partenza. Quindi l'ondata di protesta, giunta al suo apice grazie alla determinazione e alla forza messa in campo, si chiude con un successo del movimento nel suo insieme, ma con l'affermazione dell'ala legalitaria sull'ala dello scontro aperto. I sindaci vogliono disfarsi degli elementi combattivi condividendo l'invito di Chiamparino ad isolare gli sprangatori.
La tregua decisa a Palazzo Chigi per il controllo della situazione
Il 10 dicembre 2005 a Roma Letta Fini Lunardi Pisanu incontrano la delegazione degli enti locali, Ferrentino Chiamparino Bresso, aprendo formalmente il primo incontro sulla TAV. L'obbiettivo immediato del governo è quello di riprendere il controllo della situazione e di impedire perturbamenti nell'area torinese in vista dell'apertura delle olimpiadi invernali e delle elezioni politiche di aprile. Su questo obbiettivo è pienamente concorde la delegazione degli enti locali. In merito alla TAV Letta ricorda che il governo è irremovibile nella realizzazione del progetto e che il primo passo da fare è di sospendere i lavori fino a febbraio, cioè fino alla conclusione delle Olimpiadi, per non aggiungere tensioni ai problemi di sicurezza. I sindaci chiedono che si prendano in considerazione opere alternative alla TAV. L'incontro termina con questo accordo: 1) rinvio degli scavi del tunnel di Venaus fino a quando non verrà completata la valutazione di impatto ambientale; che, mentre per il governo si limita al cunicolo di Venaus, per i sindaci riguarda il progetto definitivo; 2) stabilizzazione del tavolo di Palazzo Chigi per le questioni attinenti alla TAV; 3) partecipazione tra gli addetti alla valutazione di impatto anche del ministero della salute e di quello delle politiche comunitarie. L'accordo lascia le cose come prima, ma la tregua è varata.
Il giorno dopo si svolge a Bussoleno una tempestosa assemblea. I comitati urlano all'indirizzo dei sindaci "venduti". Ferrentino cerca di riportare la calma spiegando che a Roma non ha firmato nessuno e che si decide tutto insieme. Egli ribadisce che la linea dei sindaci è quella di ripristinare la normalità con lo sgombero dei blocchi di polizia, di sospendere qualsiasi attività TAV, di discutere proposte alternative. I rappresentanti dei comitati insistono sulla ricostituzione del presidio a Venaus per impedire alla Cmc e alle forze dell'ordine di occupare nuovamente l'area. Inoltre protestano contro la minaccia della Procura di Torino di mettere sotto processo i valsusini anziché i poliziotti. E ribadiscono di essere lì non per decidere il come TAV ma per portare avanti il no-TAV. A sera si dichiarano tutti d'accordo sulla manifestazione del 17 a Torino; ma, mentre i comitati sono per il corteo; i sindaci sono per uno show culturale al parco della Pellerina. Il 17 una marea di manifestanti attraversa Torino.
Le vie di sbocco della protesta
La protesta dei valsusini ha suscitato tanta simpatia spontanea tra la gente perché ha affrontato con determinazione e compattezza le forze dell'ordine, mobilitate in assetto di guerra; e perché la protesta ha investito l'utilizzo distruttivo e parassitario del territorio. Questo è ciò che ha reso popolare e nazionale il movimento NO-TAV.
Il movimento di protesta non è però omogeneo. È animato da due posizioni e/o spinte: dalla posizione di chi si oppone alla TAV a difesa di propri interessi economici locali (imprenditoriali, turistici, professionali, ecc.); dalla posizione di chi si oppone alla TAV in segno di resistenza allo stravolgimento statale del territorio. La prima posizione è rappresentata, con qualche oscillazione, dai sindaci. La seconda dai comitati popolari. Se fino all'8 dicembre le due posizioni hanno convissuto insieme, non potranno più convivere insieme per l'avvenire; debbono separarsi. La TAV è diventata, infatti, una questione nazionale non perché riguarda la Val di Susa e gli interessi locali della parte benestante dei valsusini, ma perché riguarda l'uso privatistico, affaristico, disastroso, del territorio; si tratti della valle o del ponte sullo stretto. Quindi il primo passo da fare, affinché la protesta non venga sabotata e castrata dal conservatorismo e legalitarismo dei sindaci, è che i comitati popolari non lascino più spazio rappresentativo ai sindaci; prendano nelle loro mani l'iniziativa e la conduzione della protesta; e rompano senza indugi con la tregua. Senza questo passaggio la protesta non potrà forse arrivare neanche a uno sbocco compensativo e/o indennitario.
Deve essere tuttavia chiaro che anche questo passaggio non basta al successo finale. Non è pensabile che si possa impedire a lungo l'inizio dei lavori dell'alta velocità senza condurre una lotta a fondo contro le bande di potere e lo Stato. A questo effetto è necessario un salto di qualità politica dei comitati. È necessario cioè che la componente proletaria dei comitati popolari prenda nelle proprie mani l'iniziativa della protesta; e faccia della resistenza alla TAV un terreno di lotta contro il potere. Solo in questo modo è possibile avere il successo finale. I lavoratori valsusini debbono, pertanto, imboccare questa strada senza esitazioni per le divisioni iniziali, mirando a costruire l'unità di movimento sull'omogeneità e generalità degli interessi di classe.
Torino 6 dicembre 2008
L’esecutivo Centrale di Rivoluzione Comunista.
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-
ITALIA (Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
– a poca strada dall'uscita autostrada A8 Laghi –
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La protesta "NO-TAV"
L'opposizione dei valsusini all'"alta velocità" investe, oltre agli interessi locali, l'uso "finanziario-parassitario" del territorio da parte delle lobby di potere.
Deve costituire l'inizio di una lotta più generale contro il dominio di finanzieri speculatori parassiti, che stravolgono il territorio per far quattrini.
Fuori polizia e carabinieri dalla Valle!
Nessuna tregua al governo e alle autorità regionali e provinciali!
Scindersi dai sindaci arrendevoli o oscillanti!
Trasformare i "comitati popolari No-Tav" in comitati proletari di lotta contro le cricche di potere.
Operare la necessaria delimitazione tra chi agisce per interessi di campanile e chi agisce per gli interessi sociali dei lavoratori.
Armarsi di una chiara prospettiva di classe.
Organizzarsi nel partito rivoluzionario.
L'opposizione dei valsusini alla TAV viene da lontano. Nasce come contrarietà degli abitanti dei paesini di Val di Susa alla costruzione nella valle di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità. La Val di Susa è carica di infrastrutture viarie (autostrada del Fréjus, statale 24, statale 25) e ferroviarie (linea Milano-Parigi). E la gente teme che il tracciamento di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, specialmente quella che abita nella parte bassa della valle, sconvolga il territorio e l'economia locale. Di qui l'opposizione tenace dei valsusini.
Il progetto TAV (treni ad alta velocità) è una moderna commessa statale diretta a sostenere i gruppi industriali e finanziari del nostro paese a partire dalle grandi imprese di appalto. Il progetto si inquadra nel "Corridoio 5", conteso dai nostri gruppi nei confronti dei gruppi franco-tedeschi, visto come grande via di scorrimento di persone e merci da Lisbona a Kiev. Secondo questo progetto la tratta ferroviaria Torino-Lione verrà costruita come autostrada ferroviaria in cui i Tir verranno caricati su vagoni. È prevista la riduzione del tempo di percorrenza da quattro ore a un'ora e mezza. L'opera impegnerà 15 anni. E parte con un contributo UE, per il tratto italo-francese, di 6,5 miliardi di euro su un costo previsto solo per l'Italia di 17 miliardi circa. Costo che verrà finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti mediante la ISPA SpA col ricorso a emissioni obbligazionarie o bond. Quello che al momento si può dire con certezza di questo progetto è che esso è sconvolgente per l'equilibrio, ecologico ed economico, della Val di Susa; inutile dato che basta rafforzare la linea ferroviaria esistente per smaltire il traffico peraltro calante; estremamente costoso. È una mega infrastruttura diretta a garantire profitti e rendite.
E’ bastato l'avvio dei lavori di esplorazione della galleria di Venaus (il tunnel che inizia il sistema di gallerie della TAV), commessi alla CMC di Ravenna grosso gruppo della Lega delle Cooperative (gli altri gruppi sono: il colosso austro-tedesco Strabag, la Bentini Costruzioni di Faenza, la Cogeis di Torino e la Geotecna di Milano), per far montare la protesta popolare.
I momenti principali del movimento di protesta
I comuni interessati all'opposizione anti-TAV sono 41, suddivisi in due fasce: la fascia dell'alta valle e la fascia della bassa valle. Il primo gruppo della Comunità montana è rappresentato dal presidente Paolo Carena della Lega Nord; il quale, benché contrario alla TAV, difende il "Corridoio 5". Il secondo gruppo della Comunità montana, quello della bassa Val di Susa, è rappresentato dal presidente Antonio Ferrentino di centro-sinistra ed è contrario alla TAV. Nei comuni si sono costituiti e operano i "comitati popolari NO-TAV"; i quali promuovono e organizzano le azioni e le manifestazioni. I sindaci partecipano alle manifestazioni spesso stando in testa con la fascia tricolore.
La prima manifestazione di protesta NO-TAV, che coinvolge la valle, avviene il 30 ottobre. La manifestazione raccoglie una vasta partecipazione popolare. E mette in luce la carica di cui sono dotati i manifestanti. La seconda manifestazione di protesta si svolge il 16 novembre nel quadro dello sciopero generale. Essa evidenzia, oltre alla carica, la massività della partecipazione, che supera quella precedente. La terza manifestazione è la protesta del 4 dicembre sui campi di Venaus contro l'occupazione dell'area da parte delle forze dell'ordine. Il momento saliente è la costituzione del presidio presso il cantiere della Cmc. Nella notte il presidio è caricato dalla polizia che si lancia in una bastonatura selvaggia contro gente inerme ferendo una trentina di persone. Il terrorizzante blitz della polizia infiamma i valsusini. L'8 dicembre una marea di manifestanti si riversa su Venaus per rispondere alle botte e prendersi la rivincita. Dopo la levata del sole da Susa parte la testa di un enorme corteo, composto da uomini donne anziani bambini, diretto al cantiere TAV. Al bivio il corteo viene attaccato da polizia e carabinieri. Le prime linee resistono all'attacco ma non possono sfondare il concentramento di forze. A migliaia, allora, si distaccano dal corteo e attraverso i sentieri di montagna scendono a valle. Una parte di manifestanti, giunta sulla strada di sotto, innalza una barricata per impedire i rinforzi di polizia a Venaus. Dalla montagna giunge a valle un fiume di manifestanti (40.000 circa). Le prime linee, costituite dagli elementi più giovani e combattivi, affrontano il concentramento di polizia (circa 350 militari) e in breve riconquistano il luogo del presidio nel cantiere della Cmc. Nessuna forza di polizia può resistere alla determinazione della massa dei manifestanti. È l'apice della mobilitazione di massa della protesta.
Successo e demarcazione
I sindaci, che hanno il contatto diretto coi manifestanti, sono i primi a rendersi conto della carica del movimento e delle sue potenzialità di attrazione. E cercano subito e sul campo di frenare e di bloccare le punte più avanzate della protesta. Il sindaco di Venaus (Nilo Durbano), dopo avere declamato in segno di vittoria "ci siamo ripresi i terreni che erano stati usurpati", invita i manifestanti a tornare a casa. Ed insieme a Marilde Provera (parlamentare Prc) si avvicina poi al presidio per esortare i giovani a lasciare il cantiere. Ferrentino da parte sua cerca di convincere i manifestanti accorsi in appoggio ai valsusini a lasciare il campo prima che faccia buio e a ritornare a Susa per fare una fiaccolata. Anche il governo ha il polso della situazione. Palazzo Chigi, che in 10 anni non ha consentito neanche un incontro, apre subito un tavolo di trattativa con i rappresentanti locali, attribuendo al contempo per bocca di Pisanu la paternità degli scontri a un migliaio di antagonisti anarchici estremisti di sinistra. Sindaci e governo si danno ora una mano per spegnere l'incendio.
L'apertura del governo sancisce il successo del movimento no-TAV. I sindaci, soddisfatti di sedere al tavolino romano, si adoperano per smobilitare il movimento. Le punte più radicali rifiutano di ritirarsi e fischiano i sindaci con il bruciante epiteto sindaci assassini. I giovani accorsi ad affiancare i valsusini ritengono sbagliato di lasciare il campo e lamentano di essere stati strumentalizzati. Tra l'ala istituzionale e l'ala movimentista della protesta si determina una netta demarcazione pratica; col risultato immediato che entrambe le ale fanno ritorno alle proprie basi di partenza. Quindi l'ondata di protesta, giunta al suo apice grazie alla determinazione e alla forza messa in campo, si chiude con un successo del movimento nel suo insieme, ma con l'affermazione dell'ala legalitaria sull'ala dello scontro aperto. I sindaci vogliono disfarsi degli elementi combattivi condividendo l'invito di Chiamparino ad isolare gli sprangatori.
La tregua decisa a Palazzo Chigi per il controllo della situazione
Il 10 dicembre 2005 a Roma Letta Fini Lunardi Pisanu incontrano la delegazione degli enti locali, Ferrentino Chiamparino Bresso, aprendo formalmente il primo incontro sulla TAV. L'obbiettivo immediato del governo è quello di riprendere il controllo della situazione e di impedire perturbamenti nell'area torinese in vista dell'apertura delle olimpiadi invernali e delle elezioni politiche di aprile. Su questo obbiettivo è pienamente concorde la delegazione degli enti locali. In merito alla TAV Letta ricorda che il governo è irremovibile nella realizzazione del progetto e che il primo passo da fare è di sospendere i lavori fino a febbraio, cioè fino alla conclusione delle Olimpiadi, per non aggiungere tensioni ai problemi di sicurezza. I sindaci chiedono che si prendano in considerazione opere alternative alla TAV. L'incontro termina con questo accordo: 1) rinvio degli scavi del tunnel di Venaus fino a quando non verrà completata la valutazione di impatto ambientale; che, mentre per il governo si limita al cunicolo di Venaus, per i sindaci riguarda il progetto definitivo; 2) stabilizzazione del tavolo di Palazzo Chigi per le questioni attinenti alla TAV; 3) partecipazione tra gli addetti alla valutazione di impatto anche del ministero della salute e di quello delle politiche comunitarie. L'accordo lascia le cose come prima, ma la tregua è varata.
Il giorno dopo si svolge a Bussoleno una tempestosa assemblea. I comitati urlano all'indirizzo dei sindaci "venduti". Ferrentino cerca di riportare la calma spiegando che a Roma non ha firmato nessuno e che si decide tutto insieme. Egli ribadisce che la linea dei sindaci è quella di ripristinare la normalità con lo sgombero dei blocchi di polizia, di sospendere qualsiasi attività TAV, di discutere proposte alternative. I rappresentanti dei comitati insistono sulla ricostituzione del presidio a Venaus per impedire alla Cmc e alle forze dell'ordine di occupare nuovamente l'area. Inoltre protestano contro la minaccia della Procura di Torino di mettere sotto processo i valsusini anziché i poliziotti. E ribadiscono di essere lì non per decidere il come TAV ma per portare avanti il no-TAV. A sera si dichiarano tutti d'accordo sulla manifestazione del 17 a Torino; ma, mentre i comitati sono per il corteo; i sindaci sono per uno show culturale al parco della Pellerina. Il 17 una marea di manifestanti attraversa Torino.
Le vie di sbocco della protesta
La protesta dei valsusini ha suscitato tanta simpatia spontanea tra la gente perché ha affrontato con determinazione e compattezza le forze dell'ordine, mobilitate in assetto di guerra; e perché la protesta ha investito l'utilizzo distruttivo e parassitario del territorio. Questo è ciò che ha reso popolare e nazionale il movimento NO-TAV.
Il movimento di protesta non è però omogeneo. È animato da due posizioni e/o spinte: dalla posizione di chi si oppone alla TAV a difesa di propri interessi economici locali (imprenditoriali, turistici, professionali, ecc.); dalla posizione di chi si oppone alla TAV in segno di resistenza allo stravolgimento statale del territorio. La prima posizione è rappresentata, con qualche oscillazione, dai sindaci. La seconda dai comitati popolari. Se fino all'8 dicembre le due posizioni hanno convissuto insieme, non potranno più convivere insieme per l'avvenire; debbono separarsi. La TAV è diventata, infatti, una questione nazionale non perché riguarda la Val di Susa e gli interessi locali della parte benestante dei valsusini, ma perché riguarda l'uso privatistico, affaristico, disastroso, del territorio; si tratti della valle o del ponte sullo stretto. Quindi il primo passo da fare, affinché la protesta non venga sabotata e castrata dal conservatorismo e legalitarismo dei sindaci, è che i comitati popolari non lascino più spazio rappresentativo ai sindaci; prendano nelle loro mani l'iniziativa e la conduzione della protesta; e rompano senza indugi con la tregua. Senza questo passaggio la protesta non potrà forse arrivare neanche a uno sbocco compensativo e/o indennitario.
Deve essere tuttavia chiaro che anche questo passaggio non basta al successo finale. Non è pensabile che si possa impedire a lungo l'inizio dei lavori dell'alta velocità senza condurre una lotta a fondo contro le bande di potere e lo Stato. A questo effetto è necessario un salto di qualità politica dei comitati. È necessario cioè che la componente proletaria dei comitati popolari prenda nelle proprie mani l'iniziativa della protesta; e faccia della resistenza alla TAV un terreno di lotta contro il potere. Solo in questo modo è possibile avere il successo finale. I lavoratori valsusini debbono, pertanto, imboccare questa strada senza esitazioni per le divisioni iniziali, mirando a costruire l'unità di movimento sull'omogeneità e generalità degli interessi di classe.
Torino 6 dicembre 2008
L’esecutivo Centrale di Rivoluzione Comunista.




