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Strage di stato e Pino Pinelli assassinato

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Movimento
"Strage di stato e Pino Pinelli assassinato" (19kb) Articoli tratti da
Umanità Nova, L'internazionale e A Rivista Anarchica



GALASSIA

Voci dell'Anarchia

pubblicazione a cura dell'Associazione Culturale Anarchica (Via Torricelli
19 Milano tel/fax 02 8321155).

Presentazione

Con queste otto pagine vogliamo ricordare i 30 anni che sono trascorsi dalla
strage di stato ad oggi.
Anni che hanno visto inchieste, denunce, documenti inediti, anni che hanno
visto impegnato il movimento anarchico in prima persona ribadire che gli
anarchici non c'entrano, che la strage è di stato, e Pinelli è stato
ASSASSINATO. Vogliamo RICORDARE quei momenti non con un'analisi di oggi, ma
vogliamo ricordarlo con articoli di allora, articoli tratti da Umanità Nova,
l'Internazionale e Rivista Anarchica di allora.
Un modo questo, per capire il Movimento di allora rileggendo quello che è
stato scritto


I mostruosi attentati di Milano e di Roma, come quelli che quotidianamente
vengono perpetrati contro le sedi ed uomini dei movimenti di sinistra, non
possono essere opera di anarchici, ma solo di agenti provocatori al soldo
dei centri organizzativi di un colpa di destra.
Coloro che hanno degli anarchici, della loro storia, della loro dirittura
morale e della loro passione nella lotta di ogni giorno per la liberazione
dell'uomo dallo sfruttamento e da ogni forma d'autoritarismo, una sia pur
minima conoscenza, sanno che noi respingiamo con forza ogni atto di violenza
fredda e calcolata che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai
fascisti durante il loro ventennale regime tirannico e dai nazisti nelle
cento "Marzabotto" d'Europa.
La Federazione Anarchica Italiana, nel mentre afferma la sua fiducia che
presto piena luce verrà fatta soprattutto sui mandanti della strage di
Milano da ricercare in una palese congiura provocatoria delle destre
fasciste - le sole a poter trarre profitto dalla tensione creata
artificiosamente nel Paese - e su cui le indagini della magistratura e della
polizia mostrano di avere "strane" esitazioni, respinge fermamente ogni
riferimento, sia pure semplicemente allusivo, implicante responsabilità sia
pure indirette del movimento anarchico, dei suoi uomini e della sua
ideologia, avanzato dalla stampa reazionaria o sedicente "indipendente" che
, troppo precipitosamente accoglie e qualche volta anticipa le versioni
contraddittorie della polizia.
Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come
nessuno potrà mai impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema
che tollera la sopraffazione e volutamente ignora - quando non favorisce - i
quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.
Circa il presunto "suicidio" del nostro compagno Giuseppe Pinelli,
"gettatosi" dal quarto piano del palazzo della questura milanesi dopo
quattro giorni di interrogatori senza sosta - testimoni "credibili" solo i
quattro poliziotti interroganti - ci rifiutiamo di credere all'interessata
versione poliziesca. Alibi incontestati e passato di militante anarchico del
nostro compagno, escludono nel modo piu' assoluto che il povero Pinelli
fosse spinto da un qualsiasi motivo al suicidio.
La Federazione Anarchica Italiana, nel mentre rinnova il suo orrore e
raccapriccio per l'assurda e bestiale strage di Milano, reclama piena luce
anche sul dramma che ha causato la morte del nostro compagno - episodio del
tutto simile a quelli che avvengono nelle sentine dei paesi fascisti -
affinché sia data valida risposta agli atroci dubbi che tormentano
l'opinione pubblica e noi.
Savona 20 Dicembre 1969

Commissione di Corrispondenza Federazione Anarchica Italiana

TUTTO IL MOVIMENTO ANARCHICO RESPINGE CON SDEGNO
E FERMEZZA LE PROVOCAZIONI REAZIONARIE

I fatti sono noti. Delle bombe sono state fatte esplodere in istituti
bancari, a Roma e a Milano.
In quest'ultima città, l'esplosione ha provocato 14 morti e parecchie decine
di feriti. Una strage, una strage che nessun uomo dotato di mente e di cuore
ha saputo spiegarsi, che nessun anarchico, uomo di cuore e di mente per
eccellenza, può spiegarsi.
Eppure la strage c'è stata. Eppure qualcuno, pazzo o avventuriero al soldo
di qualche potente e misteriosa organizzazione che si prefigge scopi in ogni
caso disumani, ha distrutto tanti innocenti vite, ha gettato nel dolore
tante famiglie, ha improvvisamente provocato uno stato di sgomento e di ira
in tutto il paese.
Come può essere avvenuto tutto questo? Chi può aver armato la mano a
individui la cui mente e il cui cuore sono chiusi ad ogni sentimento di
umana pietà? Quali scopi si volevano prefiggere i mandanti?
Sono questi gli interrogativi del momento, gli interrogativi che tutti si
pongono e che finora, qualunque cosa si scriva o si dica, non hanno avuto
alcuna risposta persuasiva. Eppure si e' cercato, si è voluto da più parti
dare una risposta a quegli interrogativi, una risposta che oltre a non
soddisfare la gente comune, l'uomo della strada, contiene in sè tutti gli
elementi per distorcere la realtà o, quanto meno, per darle un colore e un
significato che la logica si rifiuta di accettare, malgrado le forzature di
alcuni particolari del resto ancora da chiarire e che noi, purtroppo,
dubitiamo vengano chiariti nella maniera più completa e assoluta.
La risposta che si è voluto dare da più parti vorrebbe colpirci più
direttamente. Vorrebbe colpirci nelle nostre idee, nei nostri propositi,
nella nostra vita di militanti votati ad una sola causa: la causa, come
diceva il nostro Malatesta, della libertà e della giustizia per tutti.
Ebbene, noi la respingiamo questa risposta, la respingiamo con sdegno unito
a una grande amarezza.
La strage di Milano non ha, non può avere il marchio dell'Anarchia.
Noi non sapemmo, non potremmo costruire la società armoniosa e libera per la
quale ci siamo sempre battuti, infierendo disumanamente sulla povera gente.
Se così facessimo, rinnegheremmo i più elementari prìncipi che sono alla
base delle nostre convinzioni. Come siamo convinti che alla libertà bisogna
andare con mezzi di libertà, così siamo convinti che ad una umanità nuova
bisogna andare con mezzi umanitari.
Non siamo, è vero, pacifisti alla maniera di tanta "brava gente" timorata di
dio e del padrone. Alla violenza dei potenti, abbiamo sempre fatto scudo
colla nostra irrinunciabile, legittima difesa.
Noi vogliamo combattere, come abbiamo sempre combattuto, le cause di tutti i
nostri mali sociali. Per questo siamo rivoluzionari, per questo rigettiamo i
compromessi, i dialoghi, le alleanze con chi vuole difendere e conservare le
iniquità che caratterizzano questa società. Per questo tanti nostri compagni
sono morti, per questo abbiamo affrontato le persecuzioni le più odiose e
disumane dei governi e delle polizie di tutto il mondo. Per questo, con
disagi inenarrabili, con gravi sacrifici personali e familiari, abbiamo
portato avanti la nostra umana battaglia.
Ora, con inaudita, mostruosa provocazione, si vorrebbe farci apparire per
uomini diversi da come realmente siamo, si vorrebbe farci apparire per
uomini sognanti stragi e vendette, assetati soltanto di sangue umano! No! la
nostra coscienza di uomini onesti, di uomini votati ad una idea di
fratellanza fra le genti, si ribella fra le genti, si ribella ad un disegno
così mostruoso.
Tutto il movimento anarchico respinge con sdegno e fermezza questa vile e
reazionaria provocazione e chiama a testimoni della sua coerente e umana
battaglia i lavoratori, gli antifascisti, i partigiani d'Italia.
Luciano Farinelli

LA DICIASSETTESIMA VITTIMA

Pinelli è morto. Pinelli non è più. Invano le piccole Claudia e Silvia
attenderanno il suo ritorno, cercheranno il suo volto fra le mura della
modesta casa di operai. Inutilmente andranno alla ricerca della sua voce.
Della cara voce del loro papà, spezzata per sempre in quell'ultimo grido
lanciato nell'orrenda caduta dal quarto piano della questura di Milano.
Le dolci ore di una calda intimità sono finite. Distrutte per sempre. Ora
restano soltanto i ricordi. Gli affettuosi ricordi di un tempo, di quando il
"Pino" vi prendeva in braccio, delle allegre risate, del suo sguardo che si
posava teneramente sui vostri volti. Uno sguardo pieno di intenso amore.
E' così che dovrete ricordarlo. Forte e ridente, mentre tenendovi per mano
vi portava incontro alla vita. Poichè egli amava intensamente la vita con le
sue gioie e con i suoi dolori e credeva fermamente nell'avvenire di un mondo
migliore fatto di libertà e di uguaglianza sociale. Non vi crucciate se
hanno tentato di macchiare il suo nome.
Il male dell'uomo è antico e non si risparmia neanche la memoria dei morti.
Ma verrà un giorno in cui il volto del vostro papà risplenderà come un
raggio du sole nel caldo mattino di una meravigliosa primavera. Per adesso,
a coloro che vi domanderanno chi era, rispondete semplicemente: era un uomo
libero.
Noi che siamo rimasti a continuare la sua lotta, la lotta per un'umanità di
giustizia e di amore, difenderemo ad ogni costo il suo nome, in attesa della
verità.
Il ricordo del "Pino" ci guiderà nel duro cammino per abbattere le cruente
barriere dell'egoismo e dell'odio. finchè un'era di pace fraterna
risplenderà sulla terra.
Per questa lotta contro il privilegio e la diseguaglianza sociale ci
batteremo fino in fondo. E sia ben chiaro: anche se amiamo disperatamente la
vita, non abbiamo paura della morte.
Renzo

"Malgrado" polizia e magistratura, una qualche luce sul terrorismo
"strategico"
BOMBE DELLA DESTRA RICERCATE A SINISTRA

Noi non chiediamo l'incriminazione di nessuno. Poniamo semplicemente delle
domande - che sono poi le stesse che si pone una larga parte dell'opinione
pubblica - alle varie autorità inquirenti che si occupano in particolare
della multiforme serie di attentati che hanno scosso il paese della
primavera dello scorso anno, con le bombe alla Fiera e alla Stazione di
Milano (25 aprile), con quelle sui treni dell'agosto, per finire con
l'orribile strage di Milano ed i feriti di Roma del 12 dicembre.
Non passa settimana - potremmo dire giorni - senza che la stampa pubblichi
interviste, documentazioni, rivelazioni su personaggi che, direttamente o
meno, hanno avuto a che fare con azioni terroristiche. Ma si tratta di
uomini ed ambienti di destra, di sicari fascisti, di provocatori, di spie:
polizia e autorità giudiziaria non hanno nulla da dire, nessuna inchiesta da
fare. Oppure, si ricercano gli indiziati quando si è ben certi che essi sono
ormai in luogo sicuro o morti ammazzati, come il pittore nostalgico Walter
Criminati, fatto sparire dopo la tragica esplosione di piazza Fontana ed un
breve soggiorno a San Vittore. Forse sapeva troppe cose dei suoi amici
fascisti.
Cominciamo dai due attentati del 25 aprile, alla Fiera e alla Stazione di
Milano, indubbia la matrice fascista di queste azioni terroristiche: per la
scelta della data (annuale della Resistenza antifascista), dei luoghi
affollati di gente ignara; per le rivelazioni della stampa inglese circa i
piani violentemente eversivi predisposti nel nostro paese da agenti dei
colonnelli greci ( vedere il famoso rapporto Kottakis).
Non risulta che l'autorità inquirente abbia dato il minimo rilievo al cumulo
di indizi riuniti dalle inchieste di stampa nei confronti di ambienti di
destra, nazionali ed internazionali. In materia di "indizi" (ed i detenuti
di Milano, in carcere da dieci mesi sono soltanto degli indiziati) la
magistratura dimostra di aver fatto due scelte: elementi di colpevolezza se
si tratta di anarchici o uomini di sinistra; assolutoria ove siano in causa
uomini di destra. Tutto fa credere che, all'autorità inquirente - quasi
seguendo un preciso indirizzo politico imposto dall'alto - prema dimostrare
che atti di terrorismo anonimo e frutto di una determinata "strategia della
tensione", debbano essere ad ogni costo addossati a degli anarchici. Con
essi in gioco, la controrivoluzione delle destre economiche e politiche non
entra in causa, è "coperta" e può "lavorare" al sicuro, inserendosi in un
vasto piano repressivo che vediamo svolgersi in questi giorni in campo
operaio e di libertà di pensiero, forse anche con agganci con crisi di
governo e dei partiti governativi, come assicura la rivista "Panorama",
complici gli organi di polizia e certa magistratura.
Copertura per altri attentati, magari. Per esempio, quelli dell'agosto
scorso sui treni, non apertamente dichiarati "anarchici", ma che hanno dato
luogo a incursioni poliziesche quasi esclusivamente in sedi e abitazioni di
anarchici, con interrogatori anche notturni, perquisizioni vessatorie, ecc.
Uomini e ambienti fascisti, invece, lasciati indisturbati. Come i personaggi
che segnala Maurizio Chierici nel "Giorno" del 26 febbraio: i fascisti
Giorgio Chiesa, Serafino Di Luia (opportunamente lasciati allontanare
dall'Italia , come dei Liggio qualsiasi) e Antonio Sottosanti, detto "Nino
il fascista".
Ad illustrare la figura di questi personaggi, riportiamo alcuni passi
dell'inchiesta giornalistica di Chierici (l'autorità inquirente non ha mosso
un dito se non in direzione di anarchici o sedicenti tali).
"I nomi di due personaggi che escono dalla estrema destra, figurano da mesi
nei taccuini dalla polizia. Sono sicuramente tra gli autori della "notte dei
fuochi" che infiammò i treni dell'agosto scorso. Non solo: la loro presenza
(e quella di altri amici legati da una comune, esasperata matrice politica)
rivelano una infiltrazione, programmata e pilotata da lontano, dagli
"ultras" di destra nei circoli "anarchici" alla vigilia dello scoppio di
piazza Fontana.
"I loro nomi: Giorgio Chiesa, di Parma, ex mercenario in Congo. Denunciato
per aver lanciato bombe molotov (un anno fa) contro sedi dei partigiani
cristiani, del PSIUP e la Camera del lavoro di Parma. Serafino Di Luia, di
Roma. E' stato per lungo tempo, col fratello, il capomanipolo più scatenato
dell'università. Era lui ad animare la zuffa il giorno in cui morì in modo
misterioso Paolo Rossi. Chiesa e Di Luia sono spariti poco prima degli
attentati ai treni. Da allora più nessuno è riuscito a scovarli ...".
Nel racconto entra in scena anche il mancato Killer del giallo di Parma,
Gianluigi Fappanni (dove è implicato l'industriale Bormioli e la miss Italia
Tamara), intervistato anche da "Panorama". Un individuo dal passato di
avventuriero, di fascista, confidente, vive nello stesso ambiente dei
Chiesa, dei Di Luia, dei Sottosanti, tutti legati ad organizzazioni fasciste
e che , ad un dato momento, si scoprono insospettatamente simpatie per gli
anarchici.
Il Fappanni conosce il Chiesa a Milano, nei primi giorni dell'estate "Chiesa
fa il misterioso ma qualcosa mi lascia capire. Parla di "un avvocato", ma
non me ne fa mai il nome. Dice :"Quelli di Rimini pagano bene se buttiamo le
bombe nei posti giusti, se spaventiamo la gente, se facciamo saltare il
governo".
Chiesa, sempre senza un soldo, al suo secondo ritorno in Romagna, ha il
portafoglio gonfio. Si preparano le bombe per i treni ... La polizia ignora
tutto questo gruppo di dinamitardi fascisti. Interessa solo la caccia agli
anarchici.
Spariti il Chiesa e il Di Luia: posto fuori causa il Fappanni, rimane
l'ambigua posizione del Sottosanti, uno dei tanti "sosia" di Valpreda (ne è
affiorato un altro tutto nuovo in questi giorni, scomparso anche lui, un
certo Pio Auria, fascista di "Europa e civiltà, amico di Mario Merlino,
frequentatore - in missione - del circolo XXII Marzo di Roma: sembra che il
12 dicembre, giorno della carneficina di Milano, si trovasse anche lui nella
capitale lombarda come il suo collega Sottosanti), misteriosamente sparito
anche lui, come i suoi amici Chiesa e Di Luia, una settimana prima della
serie di attentati ai treni.
Ma anche per queste azioni terroristiche, come per altre, nel silenzio
dell'autorità inquirente, la disinformata opinione pubblica continuerà
ritenervi implicati gli anarchici e a considerare l'anarchismo di
conseguenza, una dottrina di violenza fine a se stessa e di terrore.
La situazione dell'unico indiziato per la strage del 12 dicembre a Milano,
Pietro Valpreda, rimane immutata. Contro di lui, sostanzialmente, non
esistono che le contrastate "prove" dovute al cosiddetto riconoscimento del
tassista milanese.
A tale proposito, il Comitato di difesa e di lotta contro la repressione
recentemente costituito a Milano da avvocati e giuristi, fa le seguenti le
seguenti considerazioni in un suo comunicato stampa: "La caratteristica
essenziale dell'istruttoria Valpreda sta nel dare al processo una chiara
impostazione accusatoria, cioè nel cercare di provare la colpevolezza prima
di accertare la verità. Il comunicato continua rilevando il lungo isolamento
a cui è stato sottoposto l'accusato e la pratica estromissione della difesa
dall'istruttoria, e aggiunge: "Il principale indizio a carico di Valpreda
deriva da una ricognizione che è stata preceduta dall'esibizione al
testimone della sola fotografia dell'imputato..."
Per Valpreda come per i giovani coimputati di Roma, oltre il già
ripetutamente detto - e cioè il vuoto assoluto di un'inchiesta giudiziaria
che si muove esclusivamente sulla base del riconoscimento fasullo da parte
del tassista milanese - vi è da aggiungere ora la catena delle rivelazioni
di stampa circa il "giro" dei molti personaggi inviati in missione
provocatoria presso certi gruppi di colorazione libertaria di Roma, di
Milano e forse d'altrove.
Vi è da tenere nel dovuto conto la denuncia del democristiano prof. Lorenzon
di Treviso contro il suo ex amico fascista dinamitardo Ventura. Denuncia
registrata, consegnata al procuratore della repubblica. Vi si accenna agli
attentati dell'agosto sui treni: "Li ho organizzati io, finanziandoli
insieme ad altri due compagni... Ho ingaggiato io nove persone, gli ho
pagato la cena e il biglietto ferroviario... Ogni ordigno è costato sulle
centomila lire ...". Vi si parla anche di altre confidenze del Ventura al
professor Lorenzon. Il 13 dicembre: "Ieri ero a Roma, non a Milano, come ho
detto all'impiegato. Sai, era difficile mettere la bomba alla Banca del
Lavoro..."
Roma, Milano: che importanza può avere, per i camerati del Ventura che
sognano regimi di forza, il fatto che vi siano delle vittime innocenti, che
la violenza abbia solo il volto della malvagità, della ferocia,
dell'aggressione selvaggia senza giustificazione?
Ventura e i suoi amici erano sempre in libertà. Eppure, una vera e propria
messe di "indizi" vi sarebbe da mietere in un campo fascista. Ai molti
indizi che offrono le destre nazionali ed internazionali, l'autorità
inquirente preferisce il vuoto delle sue indagini, dei rapporti polizieschi,
una impostazione accusatoria dell'istruttoria contro gli anarchici,
l'assenza di indizi validi per mantenere in piedi un castello di carte che,
presto o tardi, un soffio di vento basterà a far crollare.
Si pensi, invece, a render giustizia alla memoria di Giuseppe Pinelli, il
"suicidato" dalla questura milanese. Circolano insistenti le voci
dell'archiviazione dell'inchiesta sulla sua morte. Su questo punto, ridiamo
ancora la parola al comunicato del Comitato contro la repressione già
citato: "Per quanto riguarda l'istruttoria Pinelli, sono ancora in corso le
indagini preliminari: 80 giorni non sono neppure sufficienti per decidere se
si debba aprire o meno l'istruttoria sulla morte di Pinelli. Eppure, è
sempre più diffusa la sensazione che l'ipotesi del suicidio sia
inverosimile. La magistratura non ha fretta e la polizia ha bisogno di tempo
per far dimenticare. I poliziotti implicati nella morte di Pinelli sono
sempre ai loro posti, benché la stessa presenza di Pinelli negli uffici
della questura, privato illegalmente della libertà personale da tre giorni
"sottoposto a continui interrogatori, dovrebbe bastare ad accusarli".
Noi abbiamo fiducia, malgrado tutto, nell'avvenire. Un giorno sarà resa
giustizia, con i poveri morti di Piazza Fontana, anche all'anarchico
Pinelli, ucciso da una stessa e bruta violenza, estranea ad ogni umanità,
nemica dichiarata della ideologia e della pratica anarchica.
Mario Mantovani
PERCHE' L'ASSASSINIO DI PINELLI È LEGATO ALLA STRAGE DI STATO

Il processo a Valpreda e compagni avrà luogo quando l'archiviazione
'fascista' del caso Pinelli disposta da Amati sarà confermata da quella
'democratica' che chiuderà l'inchiesta in corso. Accertato che le prove sono
distrutte la magistratura consente la perizia sulla salma
Nessun dubbio, le eventuali prove del delitto che la polizia non fosse
riuscita in due anni a distruggere, sono state definitivamente cancellate
dal naturale processo di decomposizione. Solo ora la magistratura può agire
nel pieno rispetto della legge, procedere, senza timore di imbattersi nella
verità, con tutte le garanzie 'democratiche'. Il 21 corrente si procederà
alla riesumazione della salma di Pinelli ed un gruppo di periti altamente
qualificati si metteranno al lavoro per dirci quello che già sappiamo:
sarebbe stato giusto, sensato, legale se tutti questo fosse stato fatto il
17 o 18 dicembre '69 od almeno sei mesi fa, nel corso del processo
Baldelli-Calabresi.
Ora, a due anni di distanza, la perizia ha lo stesso significato del
ridicolo provvedimento di far sorvegliare da tre giorni la tomba di Pinelli
da un agente della guardia di finanza: dimostrare che nulla è stato
trascurato; che tutte le misure possibili sono state prese perché nessun
dubbio possa sorgere sull'operato della magistratura.
Qualsiasi risultato scaturirà dall'inchiesta in corso, anche nel caso
assurdo che essa pervenga all'accertamento delle responsabilità per
l'uccisione del compagno Pinelli, per noi tutto questo è una farsa, una
stupida e macabra farsa e dello stesso parere è Lucia Pinelli che ha
rifiutato di assistere all'esumazione del cadavere per effettuare il
riconoscimento di pino in quel mucchio di ossa che troveranno nella bara
perché, ha detto: "lo ritengo inutile, dopo due anni non capisco proprio che
cosa potrei riconoscere".
Che dopo due anni non ci sia più nulla da riconoscere lo hanno capito anche
loro: i magistrati, gli assassini, l'avvocato della polizia. Ecco perché,
dopo aver fatto passare il tempo necessario, dopo aver distrutto tutte le
altre prove, dopo aver cancellato ogni indizio e subornato chi sa quanti
testimoni, hanno dato via libera alla perizia.
Si dirà che gli errori commessi, la superficialità e le omissioni in cui si
è incorsi con le prime indagini furono assolutamente involontari, dovuti
alla eccezionalità del caso. Ma è fin troppo evidente che, proprio perché ci
si trovava di fronte un caso eccezionale, proprio perché l'opinione pubblica
avverti' immediatamente che si era trattato di un omicidio volontario, si
doveva procedere subito con estrema correttezza, nel rispetto formale della
legge.
Invece si è fatto esattamente il contrario e lo si è fatto scientemente,
opponendosi alle legittime richieste dei familiari ed alle giustissime
pressioni popolari. A motivare la nostra denuncia di complicità con gli
assassini è sufficiente anche un solo episodio tra tanti, anche se
marginale, quello della distruzione degli abiti prima che fosse conclusa da
Amati la sua farsesca inchiesta e dopo che si era rifiutato di consegnarli
alla mamma di Pinelli affermando che erano a disposizione del magistrato e
pertanto occorreva una autorizzazione dell'autorità giudiziaria. Pinelli è
stato ucciso, questa è la sola verità emersa finora da tutta la vicenda
degli attentati e giustamente Riccardo Lombardi, nella prefazione al libro
'Pinelli, un suicidio di stato' di Marco Sassano, osserva: "...la sola
questione non ancora risolta non è se sia stato ucciso, ma sul come lo sia
stato". Noi aggiungiamo 'e perché'. A nostro avviso è molto più importante
stabilire perché la notte tra il 14 e il 15 dicembre "69 qualcuno decise che
Pinelli doveva morire, che scoprire chi fu l'esecutore materiale
dell'omicidio di stato e come riuscì, se non a tradimento, a colpire alle
spalle un uomo così sano, robusto, tanto attaccato alla vita. Chi lo
conosceva bene sa che Pinelli era sempre al corrente di quello che avveniva
intorno a lui nel ginepraio politico della grande Milano, aveva un fiuto
particolare ed un intuito sicuro per avvertire i raggiri, gli intrighi e le
manovre di tutti i grippi e gruppetti politici, doti che aveva acquisito
dalla lotta partigiana alla quale partecipò giovanissimo e perfezionato in
tanti anni di incessante militanza anarchica.
La questura di Milano non lo perdeva mai di vista e soprattutto gli ultimi
tempi lo assillava con frequenti 'inviti'.
Siamo certi che Pinelli aveva elementi sufficienti che, collegati a quanto
dovettero dirgli i poliziotti nel corso delle 78 ore di continuo
interrogatorio, gli permisero di capire cosa stava accadendo, chi aveva
eseguito e chi aveva voluto la strage. La decisione di eliminarlo deve avere
un movente estremamente grave e questo non può che essere ravvisato nella
assoluta necessita' di sbarazzarsi di un testimonio pericoloso per i
complici dei dinamitardi.
Non è possibile escogitare e sostenere una diversa versione ed infatti
Riccardo Lombardi, nella già citata presentazione del libro di Sassano, sia
pure con qualche cautela, scrive: "Ogni società politica, per quanto
brillante possa essere la sua facciata, riposa nell'esercizio oscuro e
feroce, in anfratti appartati, della violenza repressiva. Condizione di
salvezza per un sistema è l'occultazione di questi recessi. Quando Giuseppe
Pinelli venne ucciso, tutti gli ingranaggi del sistema avvertirono la
minaccia che pesava su di essi se la verità fosse stata conosciuta: la
verità su Pinelli, la verità sui 16 morti di piazza Fontana, la verità sulla
responsabilità dell'eccidio". Il che significa che la responsabilità
dell'eccidio, direttamente od indirettamente, per effettiva partecipazione
ai criminali attentati o per completa complicità, investe'gli ingranaggi del
sistema' e la verità sulla morte di Pinelli, se fosse stata conosciuta,
avrebbe rivelati la verità sulla strage.
Ed è quello che andiamo ripetendo da due anni: far luce sui motivi che
indussero Calabresi e soci ad uccidere Pinelli, significa scoprire i veri
responsabili della strage.
Questo spiega tutti gli scandalos icomportamenti della polizia, del
ministero degli interni, e della magistratura che altrimenti non avrebbero
alcuna giustificazione né logica né giuridica. Questo spiega perché
l'apparato dello stato sia stato costretto ad assumere vergognosamente la
difesa degli assassini, mantenerli in servizio e pagar loro avvocati tanto
famosi quanto costosi come Lener, Delitala e Crespi.
Quando il processo per la strage?
Le richieste di inchieste parlamentari per la strage e sulle e sulle oscure
indagini prefabbricate che portano alla ignobile incriminazione di un gruppo
di predestinati a pagare per i delitti voluti dai padroni ed effettuati
dallo stato, sono da anni accantonate e non ci risulta che ci sia in corso
una qualche iniziativa per avviarle.
Si è trattato di pure e semplici speculazioni elettorali, di
strumentalizzazioni politiche, di demagogici appelli alla giustizia,
destinati in partenza alla sterilità, oppure dobbiamo dar credito alla
giustizia trapelata da diverse ed attendibilissime fonti, che la manovra
giudiziaria per salvare a tutti i costi gli assassini di Pinelli prima di
decidere qualcosa sul processo per la strage è stata concordata a Roma, il
26 agosto, in una riunione segreta indetta dal ministro Restivo con la
partecipazione dei delegati di tutti i partiti.
La notizia circola sempre più insistente e trova conferma proprio
nell'atteggiamento di attesa e di rinuncia ad aprire un dibattito
parlamentare su tutta la vicenda e nelle indiscrezioni di ambienti
governativi sull'iter giuridico che dovrà concludere il caso Pinelli per i
primi di gennaio con un archiviazione 'democratica' che confermi
sostanzialmente l'archiviazione 'fascista' di Amati. Tutto questo è talmente
mostruoso che vorremmo venisse smentito non da dichiarazioni ufficiali ma da
fatti, prese di posizione concrete. Purtroppo quel poco che si muove per la
nuova inchiesta sulla morte di Pinelli, anche se rafforza sempre più la
certezza che è stato ucciso per eliminare un testimone pericoloso per gli
autori della strage, conferma in pieno le ciniche, beffarde ed autorevoli
indiscrezioni dei canali governativi. L'apparato avrebbe deciso non solo di
salvare la testa di Calabresi e correi, non solo di lasciare impunita
l'uccisione di Pinelli e di non permettere che si conoscano i motivi per i
quali è stato ucciso, ma anche di risolvere con un compromesso infame sulla
pelle degli attuali imputati il caso della strage.
È indubbiamente urgente, viste le loro condizioni di salute, che Gargamelli,
Valpreda, Emilio Borghese possano al più presto dimostrare in un pubblico
dibattimento la loro innocenza, ma perché ciò sia possibile, perché lo stato
possa essere schiacciato dalle sue responsabilità per la strage, è
necessario far emergere la verità sulla morte di Pinelli e pertanto non
accetteremo che si archivi il caso, continueremo a divulgare la sentenza già
emessa: Pinelli è stato assassinato perché non denunciasse
gli autori ed i mandanti della strage.

GIUSEPPE PINELLI: UN ANARCHICO

Nasce a Milano nel 1928, nel quartiere popolare di Porta Ticinese. Finite le
elementari deve andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere
(appassionato autodidatta leggerà centinaia e centinaia di libri, colmando
le lacune della mancata istruzione ufficiale). Nel 1944-45 partecipa alla
Resistenza, come staffetta partigiana, in un gruppo di anarchici che operano
a Milano. In quel periodo (17-18 anni) diventa anarchico e tale rimarrà
attivamente per tutta la vita: uno dei pochi giovani rimasti nel movimento
anarchico dopo il riflusso dell'ondata rivoluzionaria post bellica. Nel 1954
si sposa (dal matrimonio nasceranno 2 bambine).
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria che stanno
ridando fiato al movimento anarchico milanese. Pure mantiene i contatti con
i vecchi anarchici: egli, uno dei pochi della generazione di mezzo (35 anni)
cerca di mediare il vecchio movimento con i nuovi militanti. Nel 1965 è uno
dei fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" di viale Murillo 1, la prima
sede di anarchici a Milano dopo 10 anni.
Nel 1968, dopo lo sfratto di viale Murillo, partecipa alla fondazione del
circolo Ponte della Ghisolfa di Piazzale Lugano 31, poi nel 1969
all'apertura del circolo di via Scaldasole 5.
Attivissimo militante , ha ricoperto spesso incarichi di responsabilità nei
circoli, nei gruppi, nella sezione di Bovisa dell'U.S.I.
(anarco-sindacalisti), nella Crocenera Anarchica. Nel 1969 s'era occupato in
modo particolare del collegamento con i comitati operai di base e poi, dal
maggio, con l'intensificarsi della manovra provocatoria-repressiva anti
anarchica, s'era dedicato quasi esclusivamente all'opera della Crocenera
Anarchica, di denuncia e di assistenza. Il 12 dicembre 1969 viene fermato da
alcuni sbirri dell'Ufficio Politico. Il 15 dicembre 1969 viene gettato dal
quarto piano della Questura e muore senza aver ripreso conoscenza.
Nonostante il pesante clima di intimidazione poliziesca, un corteo di
tremila persone, preceduto dalle nere bandiere anarchiche, segui il funerale
del "Pino".
PERCHE' LE BOMBE

Il 12 dicembre 1969 le forze di sinistra "scoprono" che in Italia c'è la
repressione.
E' infatti da quella data che i cortei e le manifestazioni gridano lo slogan
tardivo "la repressione non passerà" mentre purtroppo era già passata e le
bombe ne erano l'apice.
La repressione era già iniziata in modo chiaro, inequivocabile, ma i
sedicenti rivoluzionari delle varie chiesuole marxiste-leniniste erano
troppo intenti ad analizzare i pensieri del "libretto rosso" e non si
curavano di quanto accadeva in Italia.
Gli anarchici, colpiti per primi dalle manovre reazionarie con gli arresti
dei compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile 1969, avevano
capito cosa stava accadendo.
Già nel giugno 1969 sul n. 1 del bollettino dell'organismo assistenziale per
le vittime politiche "Crocenera anarchica" scrivevano che lo scopo delle
bombe fasciste camuffate da anarchiche era di: "1) suscitarte la psicosi
dell'attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e
l'involuzione autoritaria; 2) gettare discredito sugli anarchici (e, per
estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo
risultato e utile anche per il primo è di fare qualche ferito innocente o
meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto".
Nel numero di agosto, approfondendo l'analisi, la Crocenera si domandava:
Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della visita di qualche
importante uomo di stato vengono effettuati dei particolari controlli, teste
calde, sediziosi ed anarchici vengono trattenuti dalla polizia chi per
accertamenti, chi per pretesi crimini.
Ci si domanda allora, in questo terribile 1969 chi diavolo sta arrivando in
Italia?"
La risposta era una sola: "Non ragioniamo certo come coloro che pensano (e
spargono la voce) ad un colpo militare alla greca. I sostenitori di questa
teoria, apologeti dello stato di fatto, paiono non temere e non prendere in
considerazione con più modestia cose ed avvenimenti che chiariscono come in
Italia il "colpo di stato" è già stato attuato in maniera più italiana e
consona allo stato delle cose."
Ma il discorso si spingeva più a fondo e coerentemente all'analisi
sviluppata coglieva, purtroppo, nel segno indicando l'unica alternativa che
restava alla classe dominante: ".. creare la situazione d'emergenza, la
situazione intollerabile e lo stato di necessità in cui qualsiasi nefandezza
è legale; creare la disperazione che faccia salutare come liberazione la
perdita della libertà".
Queste parole si persero però nell'indifferenza e sempre sul bollettino
della Crocenera anarchica, subito dopo le bombe, gli anarchici scrivevano
"La strage di Piazza Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto
tempo prevedavamo e temevamo un attentato sanguinario. Era la logica dei
fatti. Era la logica dell'escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per
giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per
motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l'esacrazione pubblica ci
voleva del sangue. E il sangue c'è stato."
Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da democratica
tutela dell'ordine contro gli opposti estremismi ha continuato la sua
marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgecene.
Per mesi abbiamo gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei
volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio. E sulle
piazze ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più
ignorati dai marxisti-leninisti, dal M.S. e dagli altri neo-rivoluzionari, i
quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in
fondo che polizia e magistratura se la prendessero con gli anarchici. Poi,
come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con migliaia di denunce
ad operai, centinaia di fermi, perquisizioni, ecc. Per la prima volta a
Milano è stato violentemente impedito un corteo del movimento studentesco
(quelli anarchici erano sempre stati dispersi brutalmente)... Anche un cieco
avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani
dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a
capire. E invece no.
Eccoli a gridare - facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti
interessata - che la repressione non passerà. Come se la repressione non
fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello
che da qualche mese stava succedendo, come se fosse normale routine
democratica che i fermati dalla polizia cadano dal 4° piano della questura e
diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi
extraparlamentari vengano incriminati rispolverando i famigerati articoli
270-71-72 del codice fascista... Come se fosse normale routine democratica
che per gli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente
accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto Dr Calabresi) e
fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto!) militanti
della sinistra extra-parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo
essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri
scientificissimi "cugini" marxisti riconoscono la repressione e il fascismo
solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce
direttamente).
Le bombe avevano quindi "gelato" l'autunno caldo, la lotta per il predominio
tra la nuova classe tecnoburocratica in ascesa verso il potere e la classe
capitalistica più reazionaria era entrata nella fase cruciale, la grande
industria oligopolistica accettava di vedersi frenare temporaneamente il
processo di razionalizzazione economica in atto pur di far rientrare gli
"scioperi selvaggi", permettendo alla piccola e media industria di
riprendere fiato e di continuare ancora la sua funzione sfruttatrice fino a
momenti più favorevoli.
E' infatti in questo quadro (ed è stato ormai ripetuto in tutte le salse)
che si colloca questo ennesimo crimine dei padroni a danni degli sfruttati
di sempre.

L'ARCHIVIAZIONE DI STATO

Per un questore non costituisce reato affermare il falso, diffamare la
memoria di un morto e accettare ( o concordare) la versione di "suicidio"
fornitagli dai poliziotti interroganti senza la minima riserva di
accertamenti sulla natura della disgrazia. Anzi, sicuro dell'impunità
garantita dall'autorità inquirente, si affretta ad allungare alibi tali ai
suoi funzionari, spettatori del suicidio, per cui anche l'opinione pubblica,
secondo lui, dovrebbe ritenersi assolutamente soddisfatta.
"Pinelli si è visto perduto dopo che i suoi alibi erano crollati", afferma
il questore di Milano Guida in una improvvisata conferenza stampa tenuta a
poche ore dalla disgrazia. "Il suo suicidio costituisce un'autoaccusa",
aggiunge.
Il questore Guida, già direttore dell'isola di confino politico di
Ventotene, agli ordini del regime fascista, sapeva che, per secolare
tradizione borbonico-savoiarda, ogni inchiesta sulla morte dell'anarchico
Pinelli sarebbe finita come tutte le altre: nell'omertà del potere
politico-giudiziario. L'omertà, in questo caso, a differenza della
terminologia usata negli ambienti mafiosi, si chiama archiviazione. Dizione
più pulita e dignitosa perché c'è di mezzo il prestigio dello Stato.
Infatti, il Guida non si sbagliava. S'è trovato, disponibile e recidivo, un
sostituto procuratore della repubblica, Caizzi, il quale, qualche tempo fa,
aveva chiesto e ottenuto una prima archiviazione, quella dell'inchiesta
sulla morte di Pinelli conclusa con la formula rituale usata per gli
assassini di Stato: ".. perché il fato non costituisce reato".
O che c'era forse da attendersi una diversa versione di un delitto di Stato?
Oltre alla conseguente incriminazione dei personaggi implicati nella
vicenda, tutta l'istruttoria sugli attentati del 12 dicembre ne sarebbe
stata rivoluzionata. Sarebbe caduta la tesi fraudolenta sostenuta dal
Calabresi e da Guida fin dall'inizio sul terrorismo anarchico, dover
indirizzare altrove le ricerche e giungere ai veri responsabili tanto
validamente individuati nel libro "La strage di Stato". Se ne riparlerà, di
questo, al processo di "Lotta Continua", e non certo per merito della
magistratura.
Siamo dunque alla nuova archiviazione, richiesta dall'immarcescibile dott.
Caizzi: la denuncia contro il questore Guida per diffamazione e falso,
presentata fin dal dicembre scorso dalla vedova Pinelli. A poche ore dalla
tragica morte del nostro compagno, sosteneva la denuncia, "il dott. Guida,
abusando delle pubbliche funzioni da lui ricoperte, aveva dichiarato che gli
alibi di Pinelli erano caduti e che questi si era tolto la vita quando ha
visto che la legge lo aveva preso ...".
Come tutti ormai sanno, gli alibi erano provatissimi ed incontestati, e non
poteva quindi trovare la minima giustificazione un atto tanto disperato
quale un suicidio. Questo, indipendentemente da tutti gli elementi tecnici e
testimonianze che provano come la disgrazia si sia verificata in circostanze
di tutta evidenza colpose.
Le menzogne del dottor Guida per restare al personaggio, sono
indiscutibilmente diffamatorie. Fosse stato lui ad essere stato scaraventato
dal quarto piano ed avessimo poi affermato, noi, che si era suicidato perché
era stata raggiunta la prova che si trattava di un confesso malversatore del
pubblico denaro o uno spacciatore di droghe, nessun dubbio che saremmo stati
perseguiti come diffamatori di un onesto uomo e, chissà, forse indiziati
quali complici della sua morte...
Invece, no. Il questore Guida è vivo e non trasferito. Potrà continuare a
diffamare i vivi e i morti (che non siano fascisti). Il magistrato Caizzi ha
chiesto per lui il "non luogo a procedere perché il fatto non costituisce
reato".
Tutto si svolge secondo i piani prestabiliti. La giustizia di Stato assolve
chi spara sui lavoratori, premia i generali che ordinano di uccidere e onora
i diffamatori che rivestono una divisa. Che ricopre una camicia nera...

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(http://www.ecn.org/contropotere/download.htm)
 

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