un nuovo sindacalismo operaio
| Movimento |
UN NUOVO SINDACALISMO OPERAIO
Contratto metalmeccanici
Dalle fabbriche del NO
un nuovo sindacalismo operaio
Hanno vinto i SI e di larghissima misura, questi sono i dati ufficiali forniti dal sindacato confederale del referendum sul contratto nazionale. 85% SI, 15% NO. Prendiamoli per buoni, anche se le operazioni di voto sono state gestite fondamentalmente dai sostenitori del SI, la centralizzazione dei dati è avvenuta attraverso l’apparato sindacale che si era già pronunciato a favore dell’accordo. Li prendiamo per buoni anche perché la denuncia di eventuali brogli non cambierebbe niente al significato del risultato.
Una prima osservazione va fatta invece sul numero dei votanti, la mancanza del quorum avrebbe reso nulla la votazione con grave danno alla rappresentatività dei sindacalisti che hanno condotto la trattativa. Avevano così paura di non raggiungere il quorum che la commissione elettorale ha già il 17 febbraio emesso un comunicato in cui si dichiarava che i votanti erano più di 600 mila e specificare il giorno successivo che i votanti effettivi erano 489982 pari al 64,25 dei coinvolti. Se si indagasse il concetto dei coinvolti rispetto agli aventi diritto si scoprirebbe che quasi la metà non è andata a votare.
La ragione è semplice, se il referendum avesse avuto valore vincolante il contratto non doveva essere applicato fino all’esito della votazione e solo dopo diventare operativo. Ci hanno invece fatto votare con la prima rata di aumento già in busta paga e non è difficile capire che per una buona parte di dipendenti andare a votare è sembrata una presa in giro. Sono stati anche tanti impiegati a non votare, sono estranei alle lotte, alle iniziative sindacali in genere, sono invece sempre pronti a prendere tutto quello che c’è da prendere tanto è gratis.
***
Torniamo alla grande maggioranza dei SI, sono operai senza prospettiva, non sentono realmente la possibilità di conquistare qualcosa, sono gli sconfitti di tante battaglie e si attestano su un programma di larga presa “meglio questo che niente”. Al loro fianco stanno gli operai di quella miriade di fabbriche a metà strada fra l’artigianato e la piccola industria che dalla lotta contrattuale sono sfiorati marginalmente. Niente scioperi e nemmeno il blocco degli straordinari. In queste realtà si fanno solo le assemblee per raccogliere i Si all’unanimità tanto il risultato non è costato nemmeno a loro gran che.
Più ci si avvicina alla grande industria e più lo scenario cambia. Gli scioperi sono stati attuati uno dopo l’altro. Nelle fasi conclusive, con le manifestazioni di protesta che hanno investito tutto il territorio nazionale, si è iniziata a manifestare la forza degli operai e con la forza anche la fiducia che il salario poteva essere difeso e che non era necessario cedere niente sulle condizioni di lavoro.
Il rapporto fra 85% SI e il misero 15 % di NO si ridimensiona di molto se non addirittura viene rovesciato. In alcune grandi fabbriche l’opposizione al contratto è travolgente. Cosa è accaduto? Non solo si è capito, come d’altronde dappertutto, che l’aumento concordato era molto al di sotto dell’aumento dei prezzi che avrebbe dovuto coprire. Non solo che veniva introdotta una nuova flessibilità, ma soprattutto che la forza operaia presente e sentita nelle grandi concentrazioni industriali era stata svenduta senza alcuna ragione se non quella di chiudere il contratto presto, prima dell’apertura della campagna elettorale, dopo aver aspettato ben tredici mesi. Le assemblee infuocate che hanno preceduto il referendum in alcune grandi fabbriche si spiegano anche nel tentativo da parte dei funzionari di presentare l’aumento di cento euro come una vittoria quando si sapeva che era solo fumo negli occhi. Il contratto era stato di fatto allungato e con gli arretrati di tredici mesi l’aumento lordo mensile si attestava di fatto attorno ai 60 euro al quinto livello.
Nelle fabbriche a maggioranza di terzo e quarto livello l’aumento assumeva l’aspetto di una presa in giro e qui la sconfitta del SI è stata clamorosa, a Melfi un esempio per tutti.
***
Il fragoroso e quasi unanime assenso all’accordo se lo possono tenere, se la media dice in generale poco qui dice ancora meno, risulta una differenziazione interna agli operai che non può essere coperta dai risultati nazionali. Risulta invece fra gli operai più concentrati e più moderni, nel senso di essere sottoposti ai mezzi più avanzati dello sfruttamento capitalistico, la sconfessione di un sindacalismo che nel migliore dei casi dichiara di non essere concertativo ma accetta nella pratica i limiti imposti dalla concertazione. Non riconosce un valore alla politica dei redditi ma accetta poi di accontentarsi di quanto i padroni sono disposti a dare, tiene conto delle condizioni generali di concorrenza dell’economia ma non tiene conto del prezzo di mercato della forza lavoro comprata oggi ad un prezzo inferiore al suo valore. Cos’è la concertazione se non accettare nello stesso momento in cui si chiede un aumento salariale un uso della forza lavoro più aderente alle necessità del processo lavorativo rubando i tempi di riposo socialmente cadenzati agli operai e ridurli sempre più appendici del macchinario?.
Il rifiuto del contratto nelle grandi fabbriche o soltanto la dura opposizione che ha trovato ha tanto più significato in quanto il sindacato dei metalmeccanici viene gestito da quella che si definisce una corrente di sinistra. Risulta chiaro che la domanda di un nuovo sindacalismo ha superato anche questi signori. La gestione del conflitto sindacale ne è stata la riprova. Hanno evocato a parole il conflitto per lunghi mesi quando si è manifestato si sono spaventati ed hanno chiuso subito e male, hanno dimostrato la loro assoluta dipendenza dai benpensanti delle altre classi, dai partiti dell’ordine a tutti i costi, la loro sensibilità ai tempi della campagna elettorale. Alle prime avvisaglie che dalla fabbrica alla strada il passo era compiuto hanno pensato bene di liquidare tutto con un accordo al ribasso.
***
La vera rottura della concertazione è la rottura con l’economia nazionale intesa come meccanismo degli interessi comuni di padroni ed operai, come interesse comune di produttività e competitività, nessuno dei capi sindacali di oggi è esente da questa scelta concertativa, non c’è accordo sindacale che non la richiami. E’ ridicolo che, non solo dobbiamo vendere la forza lavoro al padrone per un salario da fame perché ne tragga un adeguato profitto, dobbiamo anche riconoscergli formalmente che è giusto ed è nel nostro interesse comune. Ma noi gli vendiamo le braccia non il pensiero, il padrone però sa bene che se concordiamo che dobbiamo essere più competitivi finiremo per accettare anche di tenere i salari bassi fino a che i sindacalisti riusciranno a darci da bere queste fandonie.
Il NO che viene dalle grandi fabbriche esprime la crisi del sindacato della concertazione, si manifesta di contro la possibilità di un nuovo sindacalismo che trovi fondamento nel fatto che padroni ed operai hanno interessi antagonistici, sono di fatto nemici mortali e che su questa base è anche possibile contrattare senza fare concessioni ideologiche, senza legarsi le mani con impegni comuni di mercato.
I venditori di merce forza lavoro, gli operai, trovano nel superamento della concorrenza fra loro la forza per tenere il loro prezzo ad un livello di mercato normale, resistono a che la loro merce non venga consumata oltre ogni limite, si uniscono per sostenersi quando il padrone rendendoli inservibili alle sue necessità di accumulazione li butta fuori dal mercato. Usano la loro forza numerica, con gli scioperi e le manifestazioni, per sfruttare al massimo la situazione nei momenti di ascesa del mercato e resistere alla rovina nelle fasi di crisi.
Un sindacalismo operaio che fa scuola, che si prepara al momento in cui questa transazione non è più possibile ed è venuto il momento di far fuori il compratore, ma non siamo più sul terreno del sindacalismo, ma sulla strada dell’abolizione del lavoro salariato.
Oggi invece il gruppo che gestisce la contrattazione della forza lavoro è tutto interno alle necessità del capitale, del padrone, e cerca di limitare la contrattazione a quanto questo può pagare o dichiara di voler pagare. Gli operai più combattivi sono stanchi, questo sindacalismo ha compresso i salari ed ha allungato di fatto l’orario di lavoro, è in questo senso un sindacalismo di borghesi per gli operai e non funziona più.
La distanza fra i borghesi grandi e piccoli che gestiscono l’organizzazione e la massa degli operai si è espressa bene anche solo a guardare i risultati del referendum così come sono. La famosa assemblea dei cinquecento che a caldo votò l’accordo si espresse a favore quasi all’unanimità con solo due voti contrari, nessuno o quasi a questo livello rappresenta le fabbriche del NO. Gli operai che hanno bocciato l’accordo non hanno forse diritto ad una propria presenza nel gruppo dirigente del sindacato? Se non sono rappresentati non c’è forse un blocco di funzionari e burocrati che sbarra il passo al dissenso? Questa è l’ultima questione che il NO così forte nelle grandi fabbriche ha posto e dobbiamo risolvere. Il programma dei prossimi anni la lotta del sindacalismo operaio per togliere dalle leve di comando del sindacato metalmeccanico tanti buoni e bravi borghesi capaci solo a tenere in buon conto i comuni interessi dei padroni
E.A.
Contratto metalmeccanici
Dalle fabbriche del NO
un nuovo sindacalismo operaio
Hanno vinto i SI e di larghissima misura, questi sono i dati ufficiali forniti dal sindacato confederale del referendum sul contratto nazionale. 85% SI, 15% NO. Prendiamoli per buoni, anche se le operazioni di voto sono state gestite fondamentalmente dai sostenitori del SI, la centralizzazione dei dati è avvenuta attraverso l’apparato sindacale che si era già pronunciato a favore dell’accordo. Li prendiamo per buoni anche perché la denuncia di eventuali brogli non cambierebbe niente al significato del risultato.
Una prima osservazione va fatta invece sul numero dei votanti, la mancanza del quorum avrebbe reso nulla la votazione con grave danno alla rappresentatività dei sindacalisti che hanno condotto la trattativa. Avevano così paura di non raggiungere il quorum che la commissione elettorale ha già il 17 febbraio emesso un comunicato in cui si dichiarava che i votanti erano più di 600 mila e specificare il giorno successivo che i votanti effettivi erano 489982 pari al 64,25 dei coinvolti. Se si indagasse il concetto dei coinvolti rispetto agli aventi diritto si scoprirebbe che quasi la metà non è andata a votare.
La ragione è semplice, se il referendum avesse avuto valore vincolante il contratto non doveva essere applicato fino all’esito della votazione e solo dopo diventare operativo. Ci hanno invece fatto votare con la prima rata di aumento già in busta paga e non è difficile capire che per una buona parte di dipendenti andare a votare è sembrata una presa in giro. Sono stati anche tanti impiegati a non votare, sono estranei alle lotte, alle iniziative sindacali in genere, sono invece sempre pronti a prendere tutto quello che c’è da prendere tanto è gratis.
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Torniamo alla grande maggioranza dei SI, sono operai senza prospettiva, non sentono realmente la possibilità di conquistare qualcosa, sono gli sconfitti di tante battaglie e si attestano su un programma di larga presa “meglio questo che niente”. Al loro fianco stanno gli operai di quella miriade di fabbriche a metà strada fra l’artigianato e la piccola industria che dalla lotta contrattuale sono sfiorati marginalmente. Niente scioperi e nemmeno il blocco degli straordinari. In queste realtà si fanno solo le assemblee per raccogliere i Si all’unanimità tanto il risultato non è costato nemmeno a loro gran che.
Più ci si avvicina alla grande industria e più lo scenario cambia. Gli scioperi sono stati attuati uno dopo l’altro. Nelle fasi conclusive, con le manifestazioni di protesta che hanno investito tutto il territorio nazionale, si è iniziata a manifestare la forza degli operai e con la forza anche la fiducia che il salario poteva essere difeso e che non era necessario cedere niente sulle condizioni di lavoro.
Il rapporto fra 85% SI e il misero 15 % di NO si ridimensiona di molto se non addirittura viene rovesciato. In alcune grandi fabbriche l’opposizione al contratto è travolgente. Cosa è accaduto? Non solo si è capito, come d’altronde dappertutto, che l’aumento concordato era molto al di sotto dell’aumento dei prezzi che avrebbe dovuto coprire. Non solo che veniva introdotta una nuova flessibilità, ma soprattutto che la forza operaia presente e sentita nelle grandi concentrazioni industriali era stata svenduta senza alcuna ragione se non quella di chiudere il contratto presto, prima dell’apertura della campagna elettorale, dopo aver aspettato ben tredici mesi. Le assemblee infuocate che hanno preceduto il referendum in alcune grandi fabbriche si spiegano anche nel tentativo da parte dei funzionari di presentare l’aumento di cento euro come una vittoria quando si sapeva che era solo fumo negli occhi. Il contratto era stato di fatto allungato e con gli arretrati di tredici mesi l’aumento lordo mensile si attestava di fatto attorno ai 60 euro al quinto livello.
Nelle fabbriche a maggioranza di terzo e quarto livello l’aumento assumeva l’aspetto di una presa in giro e qui la sconfitta del SI è stata clamorosa, a Melfi un esempio per tutti.
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Il fragoroso e quasi unanime assenso all’accordo se lo possono tenere, se la media dice in generale poco qui dice ancora meno, risulta una differenziazione interna agli operai che non può essere coperta dai risultati nazionali. Risulta invece fra gli operai più concentrati e più moderni, nel senso di essere sottoposti ai mezzi più avanzati dello sfruttamento capitalistico, la sconfessione di un sindacalismo che nel migliore dei casi dichiara di non essere concertativo ma accetta nella pratica i limiti imposti dalla concertazione. Non riconosce un valore alla politica dei redditi ma accetta poi di accontentarsi di quanto i padroni sono disposti a dare, tiene conto delle condizioni generali di concorrenza dell’economia ma non tiene conto del prezzo di mercato della forza lavoro comprata oggi ad un prezzo inferiore al suo valore. Cos’è la concertazione se non accettare nello stesso momento in cui si chiede un aumento salariale un uso della forza lavoro più aderente alle necessità del processo lavorativo rubando i tempi di riposo socialmente cadenzati agli operai e ridurli sempre più appendici del macchinario?.
Il rifiuto del contratto nelle grandi fabbriche o soltanto la dura opposizione che ha trovato ha tanto più significato in quanto il sindacato dei metalmeccanici viene gestito da quella che si definisce una corrente di sinistra. Risulta chiaro che la domanda di un nuovo sindacalismo ha superato anche questi signori. La gestione del conflitto sindacale ne è stata la riprova. Hanno evocato a parole il conflitto per lunghi mesi quando si è manifestato si sono spaventati ed hanno chiuso subito e male, hanno dimostrato la loro assoluta dipendenza dai benpensanti delle altre classi, dai partiti dell’ordine a tutti i costi, la loro sensibilità ai tempi della campagna elettorale. Alle prime avvisaglie che dalla fabbrica alla strada il passo era compiuto hanno pensato bene di liquidare tutto con un accordo al ribasso.
***
La vera rottura della concertazione è la rottura con l’economia nazionale intesa come meccanismo degli interessi comuni di padroni ed operai, come interesse comune di produttività e competitività, nessuno dei capi sindacali di oggi è esente da questa scelta concertativa, non c’è accordo sindacale che non la richiami. E’ ridicolo che, non solo dobbiamo vendere la forza lavoro al padrone per un salario da fame perché ne tragga un adeguato profitto, dobbiamo anche riconoscergli formalmente che è giusto ed è nel nostro interesse comune. Ma noi gli vendiamo le braccia non il pensiero, il padrone però sa bene che se concordiamo che dobbiamo essere più competitivi finiremo per accettare anche di tenere i salari bassi fino a che i sindacalisti riusciranno a darci da bere queste fandonie.
Il NO che viene dalle grandi fabbriche esprime la crisi del sindacato della concertazione, si manifesta di contro la possibilità di un nuovo sindacalismo che trovi fondamento nel fatto che padroni ed operai hanno interessi antagonistici, sono di fatto nemici mortali e che su questa base è anche possibile contrattare senza fare concessioni ideologiche, senza legarsi le mani con impegni comuni di mercato.
I venditori di merce forza lavoro, gli operai, trovano nel superamento della concorrenza fra loro la forza per tenere il loro prezzo ad un livello di mercato normale, resistono a che la loro merce non venga consumata oltre ogni limite, si uniscono per sostenersi quando il padrone rendendoli inservibili alle sue necessità di accumulazione li butta fuori dal mercato. Usano la loro forza numerica, con gli scioperi e le manifestazioni, per sfruttare al massimo la situazione nei momenti di ascesa del mercato e resistere alla rovina nelle fasi di crisi.
Un sindacalismo operaio che fa scuola, che si prepara al momento in cui questa transazione non è più possibile ed è venuto il momento di far fuori il compratore, ma non siamo più sul terreno del sindacalismo, ma sulla strada dell’abolizione del lavoro salariato.
Oggi invece il gruppo che gestisce la contrattazione della forza lavoro è tutto interno alle necessità del capitale, del padrone, e cerca di limitare la contrattazione a quanto questo può pagare o dichiara di voler pagare. Gli operai più combattivi sono stanchi, questo sindacalismo ha compresso i salari ed ha allungato di fatto l’orario di lavoro, è in questo senso un sindacalismo di borghesi per gli operai e non funziona più.
La distanza fra i borghesi grandi e piccoli che gestiscono l’organizzazione e la massa degli operai si è espressa bene anche solo a guardare i risultati del referendum così come sono. La famosa assemblea dei cinquecento che a caldo votò l’accordo si espresse a favore quasi all’unanimità con solo due voti contrari, nessuno o quasi a questo livello rappresenta le fabbriche del NO. Gli operai che hanno bocciato l’accordo non hanno forse diritto ad una propria presenza nel gruppo dirigente del sindacato? Se non sono rappresentati non c’è forse un blocco di funzionari e burocrati che sbarra il passo al dissenso? Questa è l’ultima questione che il NO così forte nelle grandi fabbriche ha posto e dobbiamo risolvere. Il programma dei prossimi anni la lotta del sindacalismo operaio per togliere dalle leve di comando del sindacato metalmeccanico tanti buoni e bravi borghesi capaci solo a tenere in buon conto i comuni interessi dei padroni
E.A.




