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«VI STUPRIAMO COME IN BOSNIA»

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Movimento
«VI STUPRIAMO COME IN BOSNIA»
Processo G8: alla vigilia dell'8 marzo, vanno in scena le
umiliazioni a sfondo sessuale nei confronti delle ragazze portate a
Bolzaneto. Un giornalista arrestato riconosce l'ispettore Gugliotta,
responsabile sicurezza della caserma

«Gli agenti, dalla finestra della cella, ci
insultavano: "puttane", "troie", "ora vi scopiamo tutte"». C.G. è
una genovese di venticinque anni, arrestata nella tarda serata del
venerdì 20 luglio 2001. La sua deposizione porta alla luce tutto il
repertorio di insulti e umiliazioni a sfondo sessuale subito dalle
ragazze durante la loro permanenza a Bolzaneto, e con esso il clima
di becero machismo presente nella caserma. Poco prima Marco Persico,
il primo teste della giornata, ricorda qualcosa di analogo: alle
ragazze all'interno di una cella gli agenti urlano «che le avrebbero
dovute stuprare come in Bosnia». Le minacce di stupro, subite da
molte vittime, sono sottolineate dai pm: nella propria memoria
ritengono che questi e altri atteggiamenti «come in ogni caso di
tortura» avvennero grazie all'impunità percepita, «ovvero quel
meccanismo fatto di omissioni per cui i responsabili non vengono
puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i
maltrattamenti subiti». Per C.G. c'è anche una personale aguzzina
che ne segue tutti gli spostamenti: si tratta di Daniela Cerasuolo,
agente di polizia penitenziaria, imputata per il «reato di abuso di
autorità contro arrestati», riconosciuta con certezza dal teste in
aula, tra le foto mostratele. E' lei l'agente che l'accompagna in
ogni spostamento nella caserma, che ride alle botte e agli insulti -
che la stessa imputata ricorda come «pesanti», durante le indagini -
contro la ragazza nel corridoio e che poi la spinge verso gli agenti
picchiatori, «perché mi picchiassero ancora». A sostenere
l'attendibilità del teste, come sottolineato dai pm, c'è anche il
riconoscimento di una donna, agente di polizia penitenziaria, che in
più occasioni dimostra a parole di non gradire i comportamenti dei
colleghi: «Si comportò in modo diverso da tutti gli altri», ha
chiosato in aula C.G.
Nel corso della diciottesima udienza del processo che vede 45
imputati tra agenti penitenziari, poliziotti, carabinieri e
personale sanitario per le violenze e gli abusi all'interno della
caserma di Bolzaneto, si registrano altri riconoscimenti
importanti: «Lo riconosco al cento per cento», ha detto Marco
Persico, giornalista dell'agenzia Agr, alla vista della foto
mostrata in aula, che ritrae Antonio Gugliotta, l'ispettore di
polizia penitenziaria di più alto grado presente a Bolzaneto, allora
responsabile della sicurezza della caserma. Marco Persico - a Genova
per «motivi professionali» - è picchiato e arrestato dai carabinieri
in via Tolemaide e portato a Bolzaneto nel pomeriggio di venerdì 20
luglio. Per Gugliotta, in riferimento alla testimonianza di Persico,
la posizione è decisamente complicata, tanto che anche i pm nella
loro memoria stigmatizzano «il reato di lesioni personali volontarie
aggravate dall'uso di un mezzo idoneo all'offesa, l'ulteriore reato
di percosse ed infine il reato di ingiuria sempre in danno della
stessa persona offesa (sputi addosso e pronuncia
dell'espressione "sei senza dignità")».
Con le stesse parole il teste ha confermato ieri in aula - con una
deposizione ampia e dettagliata - l'accaduto e non solo: oltre
alle «imprese» di Antonio Gugliotta - che in fase di indagini si è
avvalso della facoltà di non rispondere di fronte ai pm - il teste,
napoletano, residente a Milano, ha sottolineato anche il
comportamento di una persona chiamata «il dottore»: di fronte alla
mano gonfia e insensibile di Persico, il «dottore» anziché
premurarsi per le cure, «me la strinse ancora più forte». Il dottore
in questione è probabilmente Giacomo Toccafondi, responsabile del
servizio sanitario di Bolzaneto, riconosciuto «con dubbio» dal
teste, tra le foto mostrate in aula. «Certe facce vorrei non
ricordarle più», ha concluso il teste.

SIMONE PIERANNI
Dal "MANIFESTO" del 7/03/2006
 

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