UNA SETTIMANA DA CRONISTA CLANDESTINO
| Movimento |
UNA SETTIMANA DA CRONISTA CLANDESTINO
Gatti ha finto di sbarcare in Italia per vedere da dentro l'inferno
dei cpt
Fabrizio Gatti ha fatto centro un'altra volta. Anche se
di «inaudito», come dice l'onorevole diessina Livia Turco, non c'è
nulla, la sua inchiesta pubblicata sull'Espresso ha il merito di
smascherare le falsità e le ipocrisie di chi da destra a
da «sinistra» si ostina a difendere i centri di permanenza
temporanea. Gatti ha visto con i suoi occhi, e spesso ha dovuto
abbassarli, le umiliazioni cui vengono sottoposti uomini, donne e
bambini che finiscono nei centri di detenzione, nella fattispecie
quello di Lampedusa, gestito dalla Misericordia. Il giornalista
questa volta si è finto naufrago, si è buttato in mare vicino agli
scogli, si è fatto pescare come un disgraziato. Da sabato 24
settembre, per una settimana, si è messo nei panni di Bilal Ibrahim
el Habib, ragazzo curdo. Un'altra volta, Fabrizio Gatti - era il
2000, e governava l'Ulivo - si infilò nel centro di detenzione
milanese di via Corelli, travestito da Roman Ladu, rumeno.
All'ufficio identificazioni di Lampedusa a un certo punto si sono
accorti che le impronte dei due finti immigrati coincidevano
(registra tutto il computer), ma i poliziotti veri non sono
efficienti come quelli che si innamorano negli sceneggiati tv e non
hanno risolto l'enigma. Bravo Gatti, dunque, e la sua è una
testimonianza che vale doppio: lui è lo stesso giornalista che un
anno fa si guadagnò un'altra copertina con lo «scoop» su Al Qaeda
d'Italia, un improbabile elenco di documenti «riservati» secondo cui
Bin Laden si sarebbe infiltrato ovunque. Uno scoop per Pisanu, e uno
scoop contro Pisanu.
Le accuse di Gatti sono pesantissime e coraggiose, perché se
le «forze dell'ordine» faranno quadrato toccherà a lui dimostrare che
ciò che ha visto è vero. Siamo convinti, come dice il centrodestra,
che «le forze dell'ordine sono tutto tranne che torturatori». E però.
Ti obbligano a sedere per un'ora in una pozza di urina e escrementi
che fuoriesce dai bagni (il cronista parla di «esperienza
indimenticabile» e di turche «stracolme fino all'orlo di un impasto
cremoso»). Uno schifo, non una tortura. Ti trattano come se fossi
parte di quell'impasto, urlano, ma è normale, sono i nostri ragazzi,
ridono, si divertono; però c'è qualcuno con un immaginario erotico
davvero notevole (l'ha visto fare ad Abu Grahib?) che costringe un
musulmano a guardare il filmetto porno scaricato sul telefonino.
Interviene un collega: «Ma lascia perdere che quello è frocio».
Scherzano sempre. Un militare con la mascella volitiva, racconta
Gatti, imita il Duce, fa il saluto romano e gli altri ridono, «la
prossima volta a questi ci insegniamo Faccetta nera». Un altro ordina
a un detenuto di spogliarsi e poi «gli tira uno schiaffo sulla
testa». Poi comincia «il corridoio», in gergo lo chiamano così. Gli
stranieri, in fila, passano nel corridoio formato da quattro
carabinieri, «fanno quattro schiaffi a testa». Qualcuno, a caso, si
piglia un pugno nello sterno. Il gioco non dura poco. «Gli schiaffi
risuonano nell'aria per mezz'ora», scrive Gatti. Poi arriva una
funzionaria e va a chiamare il maresciallo: «Vada di là a vedere cosa
stanno facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si
muovono». Gli schiaffi continuano a volare e un giorno Bilal si
ribella. Il giornalista, prima di lasciare il cpt per essere
trasferito ad Agrigento (da lì, tra gli evviva dei suoi nuovi amici,
anche lui sarà libero di girare come un «clandestino» per l'Italia),
si accorge anche che i carabinieri non restituiscono i soldi che gli
stranieri avevano depositato in segreteria. Bilal insiste - «sono
centinaia di euro, è importante che partano con i soldi» - ma un
carabiniere dice di no e allarga le mani.
Adesso la procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sul cpt di
Lampedusa. Tra i reati ipotizzati ci sono quelli di lesioni personali
e di peculato. E dire che a Gatti poteva andare anche peggio. La
storia dei cpt è piena di botte, teste spaccate, gesti di
autolesionismo e umiliazioni. E di testimonianze. Altro che inaudito.
LUCA FAZIO
Gatti ha finto di sbarcare in Italia per vedere da dentro l'inferno
dei cpt
Fabrizio Gatti ha fatto centro un'altra volta. Anche se
di «inaudito», come dice l'onorevole diessina Livia Turco, non c'è
nulla, la sua inchiesta pubblicata sull'Espresso ha il merito di
smascherare le falsità e le ipocrisie di chi da destra a
da «sinistra» si ostina a difendere i centri di permanenza
temporanea. Gatti ha visto con i suoi occhi, e spesso ha dovuto
abbassarli, le umiliazioni cui vengono sottoposti uomini, donne e
bambini che finiscono nei centri di detenzione, nella fattispecie
quello di Lampedusa, gestito dalla Misericordia. Il giornalista
questa volta si è finto naufrago, si è buttato in mare vicino agli
scogli, si è fatto pescare come un disgraziato. Da sabato 24
settembre, per una settimana, si è messo nei panni di Bilal Ibrahim
el Habib, ragazzo curdo. Un'altra volta, Fabrizio Gatti - era il
2000, e governava l'Ulivo - si infilò nel centro di detenzione
milanese di via Corelli, travestito da Roman Ladu, rumeno.
All'ufficio identificazioni di Lampedusa a un certo punto si sono
accorti che le impronte dei due finti immigrati coincidevano
(registra tutto il computer), ma i poliziotti veri non sono
efficienti come quelli che si innamorano negli sceneggiati tv e non
hanno risolto l'enigma. Bravo Gatti, dunque, e la sua è una
testimonianza che vale doppio: lui è lo stesso giornalista che un
anno fa si guadagnò un'altra copertina con lo «scoop» su Al Qaeda
d'Italia, un improbabile elenco di documenti «riservati» secondo cui
Bin Laden si sarebbe infiltrato ovunque. Uno scoop per Pisanu, e uno
scoop contro Pisanu.
Le accuse di Gatti sono pesantissime e coraggiose, perché se
le «forze dell'ordine» faranno quadrato toccherà a lui dimostrare che
ciò che ha visto è vero. Siamo convinti, come dice il centrodestra,
che «le forze dell'ordine sono tutto tranne che torturatori». E però.
Ti obbligano a sedere per un'ora in una pozza di urina e escrementi
che fuoriesce dai bagni (il cronista parla di «esperienza
indimenticabile» e di turche «stracolme fino all'orlo di un impasto
cremoso»). Uno schifo, non una tortura. Ti trattano come se fossi
parte di quell'impasto, urlano, ma è normale, sono i nostri ragazzi,
ridono, si divertono; però c'è qualcuno con un immaginario erotico
davvero notevole (l'ha visto fare ad Abu Grahib?) che costringe un
musulmano a guardare il filmetto porno scaricato sul telefonino.
Interviene un collega: «Ma lascia perdere che quello è frocio».
Scherzano sempre. Un militare con la mascella volitiva, racconta
Gatti, imita il Duce, fa il saluto romano e gli altri ridono, «la
prossima volta a questi ci insegniamo Faccetta nera». Un altro ordina
a un detenuto di spogliarsi e poi «gli tira uno schiaffo sulla
testa». Poi comincia «il corridoio», in gergo lo chiamano così. Gli
stranieri, in fila, passano nel corridoio formato da quattro
carabinieri, «fanno quattro schiaffi a testa». Qualcuno, a caso, si
piglia un pugno nello sterno. Il gioco non dura poco. «Gli schiaffi
risuonano nell'aria per mezz'ora», scrive Gatti. Poi arriva una
funzionaria e va a chiamare il maresciallo: «Vada di là a vedere cosa
stanno facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si
muovono». Gli schiaffi continuano a volare e un giorno Bilal si
ribella. Il giornalista, prima di lasciare il cpt per essere
trasferito ad Agrigento (da lì, tra gli evviva dei suoi nuovi amici,
anche lui sarà libero di girare come un «clandestino» per l'Italia),
si accorge anche che i carabinieri non restituiscono i soldi che gli
stranieri avevano depositato in segreteria. Bilal insiste - «sono
centinaia di euro, è importante che partano con i soldi» - ma un
carabiniere dice di no e allarga le mani.
Adesso la procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sul cpt di
Lampedusa. Tra i reati ipotizzati ci sono quelli di lesioni personali
e di peculato. E dire che a Gatti poteva andare anche peggio. La
storia dei cpt è piena di botte, teste spaccate, gesti di
autolesionismo e umiliazioni. E di testimonianze. Altro che inaudito.
LUCA FAZIO
Ultimo aggiornamento (Venerdì 14 Ottobre 2005 10:28)




