4 NOVEMBRE 2008 - 4 NOVEMBRE 1918. Per non dimenticare.
| Movimento |
CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
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martedì, 04 novembre 2008 Anniversaio dell’ Armistizio tra Italia ed Austria -1° guerra mondiale 1915-1918 - (postato da c.b. e s.b)
CAPITALISMO È GUERRA
È universalmente noto che le guerre non sono un fenomeno tipico, esclusivo soltanto della nostra epoca storica. Le guerre vi sono state anche prima dell'avvento del capitalismo e hanno contrassegnato più o meno profondamente altre epoche, molto lontane dalla presente.
Non è nostro intento svolgere qui l'analisi storica delle guerre in generale. Vogliamo soltanto accennare alle guerre che nascono nel regime capitalistico di produzione. Vogliamo, particolarmente, mettere in luce le radici economiche profonde, che le generano, con lo scopo eminente di svergognare il pacifismo gesuitico dei falsi "comunisti" e di ribadire nel contempo la necessità assoluta di distruggere il capitalismo per ottenere la pace nel mondo.
L'attuale sistema è basato sull'ineguale sviluppo economico. Un profondo divario marca produzione e consumo e singoli settori della produzione fra di loro; ai singoli rami; fino a toccare le unità elementari del sistema, le aziende singole fra di loro.
Quando questo divario raggiunge un grado elevato esplode la crisi nell'industria e la guerra nella politica. Accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, sono fasi essenziali e cruciali del processo di produzione capitalistico. La guerra è una di queste fasi: un elemento inseparabile del processo d'insieme del capitalismo; una sua manifestazione tipica, ineliminabile.
Non è perciò disdegnando moralisticamente la guerra o predicando sentimentalisticamente la pace, che le guerre possono essere evitate o superate.
Ai giorni nostri i signori "comunisti" pacifisti fanno un chiasso assordante contro la guerra, come se si trattasse di "soffocarla" col baccano. E sventolano la bandiera più falsa e ipocrita, che ci sia, sulla quale hanno scritto: "Il movimento operaio e comunista internazionale è sempre stato per la pace e contro la guerra".
Questi imbroglioni che tutto mescolano e tutto confondono (Gesù Cristo con Carlo Marx, la democrazia con la rivoluzione, il capitalismo con il comunismo); questi emeriti imbroglioni capovolgono e mistificano ogni più semplice e chiaro concetto comunista! Che significa dire che i comunisti sono stati sempre per la pace contro la guerra? Che razza di affermazione è mai questa? I comunisti degni in questo nome respingono in modo categorico una simile panzana, una simile frode.
I comunisti sono per il comunismo. Non sono per la pace e contro la guerra, che in sé e per sé non rappresentano né un obbiettivo, né tanto meno uno scopo. E ciò per la semplicissima ragione che tanto l'una quanto l'altra non hanno rilievo autonomo, ma dipendono strettamente dal dato sistema economico e sociale. E' una clamorosa bugia l'affermazione che il "movimento comunista internazionale è stato sempre per la pace e contro la guerra". Il Partito rivoluzionario del proletariato invece, da quando è nato fino a oggi, non è mai stato e non sarà mai, per principio, contro la guerra, a favore della pace sempre e dovunque.
I "comunisti" pacifisti anche se storcono cinicamente le cose e le presentano capovolte e in modo da carpire il sentimento spontaneo di repulsa alla guerra, non possono sfuggire lo stesso al marchio disonorante di rinnegati e di venduti alla borghesia.
Il comunista autentico è nell'attuale regime un antipacifista per eccellenza.
Primo. Esso è per la guerra sociale, per il rovesciamento del capitalismo.
Secondo. Il comunista vero distingue tra guerra e guerra. Vi sono infatti guerre rivoluzionarie e vi sono guerre conservatrici. Le prime sono utili e giuste. Si debbono appoggiare e fare. Le seconde invece sono reazionarie. Si debbono avversare e sabotare. Facciamo un esempio. Prendiamo le guerre di indipendenza che l'Italia dovette fare nel secolo scorso prima di costituirsi in Stato unitario, per potersi liberare dal giogo della dominazione austriaca. O ciò che è lo stesso, prendiamo le guerre di liberazione che i paesi coloniali e oppressi combattono in questo secolo contro le potenze imperialiste. Ebbene queste guerre sono progressive. Sono giuste. Di fronte a esse non si può essere per la pace, non si può essere pacifisti. Nessun borghese, anche il più pacifista mette in dubbio il carattere giusto delle guerre di indipendenza. Quelli che nel secolo scorso avversavano la guerra di indipendenza in nome della pace sociale erano smaccati sostenitori dei privilegi feudali e aristocratici, erano borghesi reazionari. Prendiamo ora le due guerre di questo secolo, la prima e la seconda guerra mondiale. Queste due guerre sono un esempio tipico di guerre conservatrici. Sono state due guerre imperialiste, di rapina, di spartizione del mondo e delle zone di influenza, da parte dei maggiori lupi capitalistici. Il Partito Comunista è proprio contro questo tipo di guerre. Le avversa e le combatte. Ma qui è un'altra caratteristica essenziale che distingue il comunista vero dal comunista a parole. Come le avversa, come le combatte? Non certamente belando pecorescamente la pace, come fanno ignobilmente i pacifisti, ma al contrario sabotando col disfattismo rivoluzionario le guerre stesse. Cioè incitando il proletariato alla lotta di classe contro la borghesia con la chiara, semplice parola d'ordine: "ALLA GUERRA DEGLI STATI, LA GUERRA DELLE CLASSI", che nel nostro secolo è l'unica parola d'ordine veramente comunista, veramente rivoluzionaria, veramente capace di contrastare la guerra, di vincerla, e di sradicare le radici stesse, che la producono.
Terzo. Il comunista rivoluzionario non sta a belare scioccamente la pace, perché non ha senso invocare la pace se vige il regime capitalista. Il comunista rivoluzionario sa che è un vile inganno, consumato contro la classe operaia, predicare astrattamente la pace e ingenerare l'illusione che essa possa essere mantenuta e conservata sotto la schiavitù capitalistica del lavoro.
La pace si può avere e si può indubbiamente ottenere. Questo è fuori di ogni discussione e di ogni contestazione. E' nell'ordine dei fenomeni sociali e quindi pienamente possibile. Ma questo risultato è soltanto possibile e conseguibile quando e solo quando tutta l'umanità avrà raggiunto il socialismo. Non prima di allora.
Alla verità che il capitalismo è guerra, si deve scrivere e contrapporre quest'altra sola e corrispondente verità: "La pace è figlia del socialismo". E siccome per potere avere il socialismo, che dà all'uomo la pace, è necessario prima di ogni altra cosa che il proletariato si impadronisca del potere politico ovunque; per "volere veramente" la pace, bisogna volere assolutamente prima di tutto la guerra sociale, la rivoluzione comunista, la instaurazione della dittatura comunista mondiale, che sono condizioni indispensabili alla realizzazione del socialismo.
Così un comunista autentico considera le guerre. Così tratta pressappoco, ma sostanzialmente, la questione della pace e della guerra, che con tanta impressionante apprensione attanaglia l'umanità. Così e soltanto così debbono imparare ancora una volta a trattarla, a considerarla, i proletari; liberandosi dai fumi della droga pacifista. Ecco come in modo scheletrico, in parole povere, va messa la questione della guerra e della pace, spoglia da tutte le parole fumose, piene di retorica e di sentimentalismo, ma prive di sostanza e di valore. Ecco come bisogna mettere la questione dal punto di vista della classe operaia, dal lato dei suoi interessi, dal campo del comunismo.
I sedicenti comunisti dei nostri tempi, pacifisti ad oltranza e senza merito, fanno la più rancida propaganda astratta della pace. Illudono ignobilmente il proletariato con la frottola dell'evitabilità delle guerre, con la frottola della coesistenza pacifica.
Vale un soldo falso che essi vengono oggi ad ammannire simili frottole con gli "argomenti": a) che esiste un vasto campo cosiddetto socialista, amante della pace; b) che esiste la bomba atomica, capace di distruggere le basi stesse della vita.
Simili "argomenti" non danno alcun sostegno a quelle frottole, perché al pari di esse sono mendaci e fasulli. Sia il primo "argomento", sia il secondo, sono completamente falsi.
Non esiste innanzitutto un campo di paesi socialisti. Questa è la colossale montatura dell'opportunismo staliniano e post-staliniano, tenuta in piedi ancor oggi da quasi indistintamente tutti i partiti comunisti ufficiali del mondo, filorussi e filo cinesi. Esiste soltanto un mondo di paesi ormai quasi tutti capitalistici. Ormai quasi tutti capitalistici, perché l'area economica del precapitalismo si è alquanto ristretta.
In secondo luogo. Ammesso e non concesso che si possa dividere il mondo in due campi, un campo capitalista e un campo socialista, fra questi due campi può vigere soltanto, non la coesistenza pacifica, ma la guerra. La guerra più implacabile e più feroce che si possa immaginare, per la vita e per la morte, per la distruzione completa, assoluta, dell'uno o dell'altro.
Da qualsiasi punto di vista si vede la cosa, la conclusione inconfutabile che ne discende è che l'evitabilità della guerra nel capitalismo è una colossale frottola, una schifosa menzogna, conservatrice, reazionaria.
A questo primo "argomento" fa il paio il secondo "argomento": la esistenza di armi micidiali di sterminio. L'evoluzione degli armamenti è in diretto rapporto con l'evoluzione della tecnica produttiva. Mentre la guerra è una fase essenziale del processo economico, l'armamento o il tipo di armamento è semplicemente il derivato del grado di perfezionamento raggiunto dai processi tecnologici. Il capitalismo evoca poderose forze produttive, ma anche poderose forze distruttive, come suo ciclo vitale; senza che quest'ultime possano convincerlo, permettiamoci questa immagine amena, di atrocità o di sanguinario. L'esistenza di certe armi avrà diretta influenza sulla condotta e sullo svolgimento delle guerre; è più che evidente. Non può avere altro effetto però. Non può comunque, assolutissimamente, influire sulla guerra nel senso di renderla impossibile o evitabile.
Tanto la prima guerra, quanto la seconda guerra imperialista, hanno conosciuto ed esperimentato entrambe, armi micidiali, quali gas, atomiche. Né i gas risparmiarono la seconda, né l'atomica risparmierà la terza, se la rivoluzione comunista non avrà la meglio e non avrà vinto, spezzando il regime delle guerre.
(Apparso sul giornale Internazionalista: La Rivoluzione Comunista n. 5, giugno 1965)
Edizione a cura di
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
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1° guerra mondiale: il massacro proletario e la costruzione del
partito rivoluzionario in Italia: breve schizzo del quadriennio.
1915
(21 febbraio) In molte città italiane ci sono scontri tra manifestanti neutralisti e interventisti, questi ultimi appoggiati dalla polizia.
(16 maggio) La CGdL e il PSI in un congresso congiunto che si svolge a Bologna, ribadiscono il principio della neutralità con la formula, introdotta da Costantino Lazzari, "né aderire, né sabotare".
(24 maggio) L’Italia dichiara la guerra all’Austria (con la scusa di recuperare Trento e Trieste). La CGdL non dichiara lo sciopero generale, che ciò nonostante divampa a Torino.
(Settembre) Il PSI convoca, assieme con i socialisti svizzeri, una conferenza degli oppositori alla guerra, che si riunisce a Zimmerwald (Svizzera). Oddino Morgari e Angelica Balabanoff sono eletti nella Commissione internazionale socialista. Nella Conferenza si delineano due posizioni: quella della sinistra, capitanata da Lenin, e quella centrista, che ottiene la maggioranza, alla quale aderisce il PSI. Nonostante le differenze viene pubblicato un Manifesto, redatto da Trotski, che condanna il socialpatriottismo e definisce la guerra come prodotto dell’imperialismo. Beffando la censura, il giovane segretario della federazione socialista di Milano, Bruno Fortichiari, diffonde in Italia il Manifesto di Zimmerwald.
La società editrice “Avanti” del PSI pubblica il primo Libro del Capitale, tradotto in italiano, nella collana delle “Opere di Marx-Engels-Lassalle”, come volume VII.
1916
(Febbraio-luglio) Battaglia di Verdún (Francia). Durerà sei mesi e produrrà 250.000 morti da ciascuna parte. Guerra di trincea. Diserzioni massicce e fucilazioni sommarie. L’orrore della guerra moderna si manifesta con tutta la sua crudeltà. Fine da ambo le parti delle illusioni di una guerra rapida. La battaglia termina senza un chiaro vincitore.
(Aprile) Il PSI partecipa alla seconda conferenza degli avversari della guerra, convocata dalla Commissione internazionale socialista a Kienthal (Svizzera). La sinistra, capitanata da Lenin, che sostiene le tesi della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, può constatare il progredire della sua influenza, visto che ottiene la metà dei voti. L’italiano è l’unico partito socialista rappresentato dalla sua direzione maggioritaria, il resto sono solo frazioni minoritarie dei diversi partiti socialisti.
(9 agosto) Le truppe italiane entrano a Gorizia. La battaglia costa 21.630 morti italiani contro i 4.330 austriaci.
(14 settembre-1 novembre) La settima, ottava e nona battaglia dell'Isonzo, rimaste famose come le "tre spallate", ottengono scarsi risultati a livello strategico, ma provocano 37.000 morti e 88.000 feriti.
(Nel corso dell'anno) Diffuse lotte operaie e contadine in tutto il Lazio di cui sono spesso protagoniste le donne, le quali hanno preso il posto dei mariti richiamati in guerra. Sono coinvolte in particolare la campagna e l'industria del frusinate (cartiere, lanifici e opifici).
1917
(Febbraio) Conferenza del PSI a Roma. L’ala sinistra marxista nel PSI assume una fisionomia più netta. Bordiga presenta una mozione favorevole a una azione rivoluzionaria contro la guerra, che ottiene 14.000 voti contro i 17.000 della mozione pacifista (che appoggiava vacui principi democratici: pace senza annessioni né indennizzi di guerra, diritto dei popoli alla autodeterminazione e Società delle Nazioni), presentata da Turati, Treves e Giuseppe Emanuele Modigliani. Questa votazione precede di un mese la creazione di una Frazione Intransigente Rivoluzionaria.
(8-12 marzo) (23-27 febbraio secondo il calendario russo). A Pietrogrado scoppia la seconda rivoluzione russa. La folla stanca per la guerra e la scarsità di generi alimentari prende d'assalto i palazzi governativi. (Caduta dello zar e governo provvisorio di Kerenski).
(Aprile) Tesi di aprile di Lenin: la situazione è matura per passare dalla prima fase democratica della rivoluzione russa alla seconda. Si lancia la consegna: "Tutto il potere ai Soviet".
(1 Maggio) Tumulti popolari a Milano e in tutta la Lombardia contro il carovita e la guerra.
(15 giugno) Ammutinamento nella brigata Catanzaro (Santa Maria La Longa, nella bassa friulana). Frequenti nel corso dell'anno gli episodi di diserzione e insubordinazione fra i soldati, repressi con il ricorso all’aviazione, cui seguirono processi sommari e decimazioni.
(23 luglio) A Sora (Frosinone) 200 donne della contrada La Selva invadono la sottoprefettura gridando "Vogliamo la pace e il ritorno dei nostri mariti", nel corso dei tafferugli venne ferito il sottoprefetto e otto donne vengono arrestate.
(24-27 luglio) Creazione a Firenze della Frazione intransigente rivoluzionaria del PSI.
(22-25 agosto) Insurrezione a Torino a causa della fame e sull’esempio russo: mesi prima una delegazione (menscevica) del Soviet di Pietrogrado aveva visitato la città. Si contano 50 morti, 200 feriti e numerosi arresti.
(18 agosto-12 settembre) Undicesima battaglia dell'Isonzo, la più importante offensiva lanciata dall'esercito italiano dall'inizio della guerra; elevatissime le perdite: 165.000 fra morti e feriti.
(Settembre) Congresso della Federazione Giovanile del PSI. Bordiga va a dirigere l’organo giovanile “Avanguardia”.
(ottobre) Consegne di disfattismo rivoluzionario lanciate da Bordiga in occasione della grave rotta delle truppe italiane, di fronte agli austriaci, a Caporetto (il 24-25). Si producono 40.000 perdite tra morti e feriti. Sui fronti militari si moltiplicano le diserzioni dei soldati italiani, così come i plotoni di fucilazione contro i disertori.
(2-3 novembre) Gli austriaci sfondano la linea difensiva del Tagliamento. Luigi Cadorna ordina la ritirata dietro la linea del Piave che pone fine alla battaglia di Caporetto.
(6-7 novembre) (24-25 ottobre secondo il calendario russo) Scoppia in Russia la rivoluzione d'ottobre: i rappresentanti dei Soviet occupano il Palazzo d'Inverno.
(18-19 novembre) Riunione illegale della Frazione intransigente rivoluzionaria a Firenze. Primo incontro tra Gramsci e Bordiga. Sono presenti, tra gli altri: Bruno Fortichiari, Rita Maierotti, Nicola Bombacci, Ferdinando Garosi, Giovanni Germanetto. Per la direzione del PSI: Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati. In questa riunione si riproduce la divisione esistente nel seno del PSI tra riformisti e rivoluzionari. L’indecisione di Serrati, Lazzari e la maggioranza dei presenti produce l’abbandono della prospettiva insurrezionale, propugnata da Bordiga (e appoggiata da Gramsci).
(15 dicembre) Armistizio di Brest-Litovsk tra il governo bolscevico russo e gli austrotedeschi.
(Nel corso dell'anno) Agitazioni sociali in tutta la Ciociaria. A Roccasecca 500 donne invadono il municipio protestando contro la cattiva gestione del comune; altrettanto avviene a Pignataro e a S. Biagio Saracinisco, dove centinaia di donne scendono in piazza per la mancanza di grano e devastano la sede comunale. Proteste per la corruzione nella gestione dell'annona si verificano anche ad Alatri, Ferentino, Arce, ecc.
Il governo liberale, di fronte all’impossibilità di imporre la politica di unione sacra ai socialisti, opta per la repressione di ogni critica antimilitaristica, così come di ogni manifestazione popolare di dissenso.
In tutti i paesi in guerra si assiste ad un crescente interventismo statale nell’economia per assicurare la produzione bellica, si ricorre ad una massiccia utilizzazione della mano d’opera femminile, e si generalizza il blocco dei salari e la repressione sindacale.
1918
(24 gennaio) Incarcerazione del segretario del PSI, Lazzari, e del sottosegretario, Nicola Bombacci, che furono condannati a due anni di carcere per essersi opposti alla guerra. Il PSI non partecipa al governo di unità nazionale, nonostante le tentazioni del gruppo parlamentare e della CGdL.
(Maggio) Serrati viene arrestato per “tradimento indiretto” e condannato a tre anni e mezzo di carcere (uscirà nel marzo 1919).
(24 agosto) Occupazioni simultanee di terre incolte in oltre quaranta comuni del Lazio e in altre parti d’Italia. Sono le prime manifestazioni del grande movimento contadino, che si svilupperà nel dopoguerra.
(1-5 settembre) Vittoria dei massimalisti al XV Congresso del PSI, celebrato a Roma (Lazzari è in carcere). La mozione “intransigente-rivoluzionaria” raccoglie più del 70% dei voti (su 20.000 iscritti). La prossimità della fine della guerra e la rivoluzione bolscevica accendono tra i socialisti un’aspettativa rivoluzionaria, che tuttavia in larghi strati del partito resta assai confusa, prigioniera di una fraseologia velleitaria, incapace di passare all’azione. Ad ogni modo, si rafforza la tendenza di sinistra che vuole espellere la destra gradualista
(11 settembre) Nasce la Confederazione italiana dei lavoratori (CIL), che raggruppa tutti i sindacati di orientamento cattolico.
(Ottobre) Vittoria italiana a Vittorio Veneto.
(1 novembre) Insurrezione rivoluzionaria in Germania. Caduta del II Reich. Si costituiscono consigli di operai e soldati sul modello dei Soviet russi. Proclamazione della Repubblica. Presa del potere da parte dei socialdemocratici.
(4 novembre) Armistizio tra Italia ed Austria.
(Dicembre) A Napoli, appare il primo numero de “Il Soviet”, diretto da Bordiga. Questa pubblicazione difende la rivoluzione russa, la dittatura del proletariato e la direzione del processo rivoluzionario da parte del partito comunista. (Dal 1918 al 1921 pubblicherà articoli dei più diversi leader della sinistra comunista internazionale: Anton Pannekoek, György Lukács, Herman Gorter, Silvia Pankhurst.)
(7-11 dicembre) Si riunisce a Roma la direzione socialista, la quale “dichiara anzitutto di ritenere giunto il momento storico della realizzazione internazionale del socialismo”. E, nell’ordine del giorno conclusivo, afferma: “Il partito… si propone… l’istituzione della repubblica socialista e la dittatura del proletariato”.
Bilancio alla fine della guerra in Italia 6/700.000 morti, 500.000 mutilati, regioni intere devastate, enormi debiti di guerra. Con la fine della guerra diminuisce l’attività economica: aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Inizia un processo di ricostruzione economica nel quale è indispensabile la collaborazione del PSI. La rivoluzione russa e i moti rivoluzionari in Germania fanno temere alla borghesia italiana un trionfo del proletariato anche in Italia. Crisi della democrazia liberale e nascita del fascismo.
(Dal 1913 a 1929, il PSI passa da 50.000 a 200.000 iscritti, da 50 a 156 deputati. La CGL tocca i 2.000.000 iscritti. Il capitale della FIAT cresce da 30 a 500 milioni. La popolazione operaia di Torino raggiunge i 200.000 lavoratori e la città conta mezzo milione di abitanti).
Frazioni esistenti nel PSI:
1.- I gradualisti o riformisti: Turati, Ugo Guido Mondolfo, Modigliani (“La Circolare”). Secondo loro il socialismo non può essere opera di un colpo di mano, ma deve essere raggiunto da una conquista graduale del potere e della crescita politico-culturale.
2.- I massimalisti o intransigenti: Serrati, Lazzari, Egidio Gennari. Si richiamano alla presunta tradizione rivoluzionaria del PSI, che viene alimentata con una fraseologia rivoluzionaria, priva di reali contenuti. Prevale il patriottismo di partito, ben definito dalle parole di Zinoviev: "Serrati preferisce perdere la rivoluzione che perdere il sindaco di Milano". La frazione abbraccia la maggioranza del partito ed è attraversata da diverse componenti che, via via, assumeranno contorni più netti.
3.- Gli ordinovisti: Gramsci, Umberto Terracini, Tasca, Alfonso Leonetti, Togliatti. L’idea-forza del gruppo è il movimento dei Consigli di Fabbrica come base del “potere operaio” conquistato a partire dalla fabbrica. Il movimento proletario attuando la rivoluzione si esprime in forme proprie, dando origine a istituzioni proletarie che cominciano a costruire, prima della presa del potere, gli ingranaggi di una nuova macchina statale della quale gli operai, nella loro fabbrica, devono essere gli artefici. Rinunceranno alla lotta per creare una propria frazione a scala nazionale, il che comportò un grave e crescente e isolamento che limitò la loro influenza alla città di Torino.
4.- Gli “astensionisti”: dall’originario gruppo napoletano (Bordiga, Ludovico Tarsia, Ruggero Grieco). La tendenza si diffuse presto a livello nazionale. La conquista del potere politico e la distruzione del potere borghese sono un previo requisito al processo di trasformazione economica. Insistono sulla necessità della creazione di un partito rivoluzionario. Lottano poi per l’estensione e il consolidamento a scala nazionale della loro frazione. L’”astensionismo(4)” non è tanto un principio ideologico quanto un criterio tattico di selezione dei militanti rivoluzionari(5). Ad es. Francesco Misiano, pur appartenente alla Frazione, non è astensionista..
5.- La sinistra milanese: Bruno Fortichiari, Luigi Repossi, Abigaille Zanetta, Carlo Venegoni e altri. Chiamati anche massimalisti di sinistra. Molto vicini alle tesi della Frazione astensionista, della quale rifiutavano precisamente la tattica astensionista. La sua forza risiedeva nella solida organizzazione operaia della città industriale di Milano. La loro minore capacità teorica li portò ad aggregarsi alla Frazione comunista astensionista. Simile anche la frazione dei “rigidi” di Torino (Giovanni Boero, Giovanni Parodi, Luigi Gilodi, Pietro Rabezzana). Gruppi analoghi anche ad Arezzo, Firenze (organo “Difesa”), nelle Puglie.
Tratto dal blog: http://italiarossa.splinder.com/ postato da s.b.
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Archivio sulla Sinistra Comunista: Amadeo Bordiga, Militarismo e capitalismo. La nostra tesi (Il Domani, 2 giugno 1917)
Il Domani, 2 giugno 1917
Questo articolo apparve, come lo riproponiamo, su «Il Domani» (settimanale socialista di Modena) il 2 giugno 1917.
Esso è parte del più noto "Nulla da rettificare" apparso su «L'Avanti!» del 23 maggio 1917.
Non si può che restare ammirati alla sua lettura perchè a più di novanta anni dalla sua pubblicazione non c'è nulla da aggiungere alla sua limpida e cristallina chiarezza [n.d.r. dell’archivio].
Militarismo e capitalismo
La nostra tesi
La tesi internazionalista - la nostra - considera la guerra europea come una conseguenza delle rivalità imperialistiche borghesi; la tesi social-patriota vi scorge invece l'urto tra democrazia borghese e il militarismo autocratico.
Per noi, il militarismo - quale si è manifestato in questa guerra - è un prodotto modernissimo del regime borghese capitalistico, e si concilia con le più progredite democrazie come con la più sviluppata ossatura economica industriale, mentre contrasta con gli istituti economici sociali e politici antecedenti allo stadio capitalistico. Infatti il militarismo di altre epoche storiche, come le invasioni barbariche, le guerre dell'epoca feudale e delle monarchie autocratiche, ha caratteristiche del tutto diverse.
Dobbiamo entrare nel processo storico borghese per rintracciare le "condizioni" del militarismo quale esso ci si manifesta in questa guerra.
Nel campo tecnico occorre uno sviluppo grandioso dei mezzi di produzione industriali e una padronanza completa dei processi e cicli di trasformazione delle materie prime; nel campo economico è condizione della guerra moderna una grande potenza finanziaria dello Stato e una vasta rete di proventi tributari; nel campo amministrativo una organizzazione burocratica indispensabile per reclutare e mobilizzare l'esercito, per disciplinare gli approvvigionamenti ed i consumi e portare ad un massimo di attività la macchina statale; nel campo politico infine un regime di democrazia ossia - nel significato storico della espressione - illusoria libertà delle masse - perchè esse accettino il peso enorme della guerra e credano questa imposta da interessi collettivi della nazione.
Questa ultima considerazione trova il suo appoggio nel fatto che la circoscrizione militare e gli eserciti permanenti sono stati stabilmente introdotti dopo i rivolgimenti democratici - in Francia dalla Convenzione nel '93 - mentre l'intensificazione degli armamenti in tutti i paesi d'Europa era accompagnata dalla concessione di riforme democratiche atte a rendere accettabili alle masse i nuovi pesi. D'altra parte se confrontiamo l'ascensione delle cifre dei bilanci militari con quelle che sono indici dello sviluppo industriale e commerciale del capitalismo, riscontriamo universali analogie.
Il militarismo non è dunque lo avanzo di altri tempi ma il prodotto dei tempi nuovi, è figlio del capitalismo e della sua caratteristica forma politica, la democrazia.
Per queste ragioni noi superiamo e rigettiamo la tesi del duello tra democrazia e militarismo e non abbiamo preferenze per uno dei gruppi di Stato in conflitto.
Gli Stati in guerra non si battono per la bandiera delle ideologie sociali o filosofiche che prevalgono nell'uno o nell'altro; e questo intuirono bene i socialisti italiani nella guerra di Libia.
Gli Stati in guerra sono per noi unità della stessa specie. Se una cosa possiamo dire con sicurezza, è che fanno meglio la guerra gli Stati più moderni, industriali, borghesi, democratici.
Dunque l'efficienza militare della Germania noi non la ricolleghiamo alla sopravvivenza di istituti medioevali e feudali, bensì a quanto essa ha di più moderno, capitalistico e "democratico". Ha subito questa tesi una smentita dagli avvenimenti? Tutt'altro.
Il paese rivelatosi meno adatto alla guerra, quello che per primo si è spezzato, è stata la Russia, a cui mancavano o difettavano tutte quelle condizioni che abbiamo accennate: tecnica industriale, economia capitalistica, burocrazia moderna, democrazia politica.
E lo Stato che più freddamente ha calcolate le sue convenienze - quelle della sua classe capitalistica - nella neutralità prima e poi nella guerra, è stata appunto la democratica ed evoluta repubblica delle stelle.
Amadeo Bordiga
Il Domani, 2 giugno 1917
GIANCARLO LANDONIO
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martedì, 04 novembre 2008 Anniversaio dell’ Armistizio tra Italia ed Austria -1° guerra mondiale 1915-1918 - (postato da c.b. e s.b)
CAPITALISMO È GUERRA
È universalmente noto che le guerre non sono un fenomeno tipico, esclusivo soltanto della nostra epoca storica. Le guerre vi sono state anche prima dell'avvento del capitalismo e hanno contrassegnato più o meno profondamente altre epoche, molto lontane dalla presente.
Non è nostro intento svolgere qui l'analisi storica delle guerre in generale. Vogliamo soltanto accennare alle guerre che nascono nel regime capitalistico di produzione. Vogliamo, particolarmente, mettere in luce le radici economiche profonde, che le generano, con lo scopo eminente di svergognare il pacifismo gesuitico dei falsi "comunisti" e di ribadire nel contempo la necessità assoluta di distruggere il capitalismo per ottenere la pace nel mondo.
L'attuale sistema è basato sull'ineguale sviluppo economico. Un profondo divario marca produzione e consumo e singoli settori della produzione fra di loro; ai singoli rami; fino a toccare le unità elementari del sistema, le aziende singole fra di loro.
Quando questo divario raggiunge un grado elevato esplode la crisi nell'industria e la guerra nella politica. Accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, sono fasi essenziali e cruciali del processo di produzione capitalistico. La guerra è una di queste fasi: un elemento inseparabile del processo d'insieme del capitalismo; una sua manifestazione tipica, ineliminabile.
Non è perciò disdegnando moralisticamente la guerra o predicando sentimentalisticamente la pace, che le guerre possono essere evitate o superate.
Ai giorni nostri i signori "comunisti" pacifisti fanno un chiasso assordante contro la guerra, come se si trattasse di "soffocarla" col baccano. E sventolano la bandiera più falsa e ipocrita, che ci sia, sulla quale hanno scritto: "Il movimento operaio e comunista internazionale è sempre stato per la pace e contro la guerra".
Questi imbroglioni che tutto mescolano e tutto confondono (Gesù Cristo con Carlo Marx, la democrazia con la rivoluzione, il capitalismo con il comunismo); questi emeriti imbroglioni capovolgono e mistificano ogni più semplice e chiaro concetto comunista! Che significa dire che i comunisti sono stati sempre per la pace contro la guerra? Che razza di affermazione è mai questa? I comunisti degni in questo nome respingono in modo categorico una simile panzana, una simile frode.
I comunisti sono per il comunismo. Non sono per la pace e contro la guerra, che in sé e per sé non rappresentano né un obbiettivo, né tanto meno uno scopo. E ciò per la semplicissima ragione che tanto l'una quanto l'altra non hanno rilievo autonomo, ma dipendono strettamente dal dato sistema economico e sociale. E' una clamorosa bugia l'affermazione che il "movimento comunista internazionale è stato sempre per la pace e contro la guerra". Il Partito rivoluzionario del proletariato invece, da quando è nato fino a oggi, non è mai stato e non sarà mai, per principio, contro la guerra, a favore della pace sempre e dovunque.
I "comunisti" pacifisti anche se storcono cinicamente le cose e le presentano capovolte e in modo da carpire il sentimento spontaneo di repulsa alla guerra, non possono sfuggire lo stesso al marchio disonorante di rinnegati e di venduti alla borghesia.
Il comunista autentico è nell'attuale regime un antipacifista per eccellenza.
Primo. Esso è per la guerra sociale, per il rovesciamento del capitalismo.
Secondo. Il comunista vero distingue tra guerra e guerra. Vi sono infatti guerre rivoluzionarie e vi sono guerre conservatrici. Le prime sono utili e giuste. Si debbono appoggiare e fare. Le seconde invece sono reazionarie. Si debbono avversare e sabotare. Facciamo un esempio. Prendiamo le guerre di indipendenza che l'Italia dovette fare nel secolo scorso prima di costituirsi in Stato unitario, per potersi liberare dal giogo della dominazione austriaca. O ciò che è lo stesso, prendiamo le guerre di liberazione che i paesi coloniali e oppressi combattono in questo secolo contro le potenze imperialiste. Ebbene queste guerre sono progressive. Sono giuste. Di fronte a esse non si può essere per la pace, non si può essere pacifisti. Nessun borghese, anche il più pacifista mette in dubbio il carattere giusto delle guerre di indipendenza. Quelli che nel secolo scorso avversavano la guerra di indipendenza in nome della pace sociale erano smaccati sostenitori dei privilegi feudali e aristocratici, erano borghesi reazionari. Prendiamo ora le due guerre di questo secolo, la prima e la seconda guerra mondiale. Queste due guerre sono un esempio tipico di guerre conservatrici. Sono state due guerre imperialiste, di rapina, di spartizione del mondo e delle zone di influenza, da parte dei maggiori lupi capitalistici. Il Partito Comunista è proprio contro questo tipo di guerre. Le avversa e le combatte. Ma qui è un'altra caratteristica essenziale che distingue il comunista vero dal comunista a parole. Come le avversa, come le combatte? Non certamente belando pecorescamente la pace, come fanno ignobilmente i pacifisti, ma al contrario sabotando col disfattismo rivoluzionario le guerre stesse. Cioè incitando il proletariato alla lotta di classe contro la borghesia con la chiara, semplice parola d'ordine: "ALLA GUERRA DEGLI STATI, LA GUERRA DELLE CLASSI", che nel nostro secolo è l'unica parola d'ordine veramente comunista, veramente rivoluzionaria, veramente capace di contrastare la guerra, di vincerla, e di sradicare le radici stesse, che la producono.
Terzo. Il comunista rivoluzionario non sta a belare scioccamente la pace, perché non ha senso invocare la pace se vige il regime capitalista. Il comunista rivoluzionario sa che è un vile inganno, consumato contro la classe operaia, predicare astrattamente la pace e ingenerare l'illusione che essa possa essere mantenuta e conservata sotto la schiavitù capitalistica del lavoro.
La pace si può avere e si può indubbiamente ottenere. Questo è fuori di ogni discussione e di ogni contestazione. E' nell'ordine dei fenomeni sociali e quindi pienamente possibile. Ma questo risultato è soltanto possibile e conseguibile quando e solo quando tutta l'umanità avrà raggiunto il socialismo. Non prima di allora.
Alla verità che il capitalismo è guerra, si deve scrivere e contrapporre quest'altra sola e corrispondente verità: "La pace è figlia del socialismo". E siccome per potere avere il socialismo, che dà all'uomo la pace, è necessario prima di ogni altra cosa che il proletariato si impadronisca del potere politico ovunque; per "volere veramente" la pace, bisogna volere assolutamente prima di tutto la guerra sociale, la rivoluzione comunista, la instaurazione della dittatura comunista mondiale, che sono condizioni indispensabili alla realizzazione del socialismo.
Così un comunista autentico considera le guerre. Così tratta pressappoco, ma sostanzialmente, la questione della pace e della guerra, che con tanta impressionante apprensione attanaglia l'umanità. Così e soltanto così debbono imparare ancora una volta a trattarla, a considerarla, i proletari; liberandosi dai fumi della droga pacifista. Ecco come in modo scheletrico, in parole povere, va messa la questione della guerra e della pace, spoglia da tutte le parole fumose, piene di retorica e di sentimentalismo, ma prive di sostanza e di valore. Ecco come bisogna mettere la questione dal punto di vista della classe operaia, dal lato dei suoi interessi, dal campo del comunismo.
I sedicenti comunisti dei nostri tempi, pacifisti ad oltranza e senza merito, fanno la più rancida propaganda astratta della pace. Illudono ignobilmente il proletariato con la frottola dell'evitabilità delle guerre, con la frottola della coesistenza pacifica.
Vale un soldo falso che essi vengono oggi ad ammannire simili frottole con gli "argomenti": a) che esiste un vasto campo cosiddetto socialista, amante della pace; b) che esiste la bomba atomica, capace di distruggere le basi stesse della vita.
Simili "argomenti" non danno alcun sostegno a quelle frottole, perché al pari di esse sono mendaci e fasulli. Sia il primo "argomento", sia il secondo, sono completamente falsi.
Non esiste innanzitutto un campo di paesi socialisti. Questa è la colossale montatura dell'opportunismo staliniano e post-staliniano, tenuta in piedi ancor oggi da quasi indistintamente tutti i partiti comunisti ufficiali del mondo, filorussi e filo cinesi. Esiste soltanto un mondo di paesi ormai quasi tutti capitalistici. Ormai quasi tutti capitalistici, perché l'area economica del precapitalismo si è alquanto ristretta.
In secondo luogo. Ammesso e non concesso che si possa dividere il mondo in due campi, un campo capitalista e un campo socialista, fra questi due campi può vigere soltanto, non la coesistenza pacifica, ma la guerra. La guerra più implacabile e più feroce che si possa immaginare, per la vita e per la morte, per la distruzione completa, assoluta, dell'uno o dell'altro.
Da qualsiasi punto di vista si vede la cosa, la conclusione inconfutabile che ne discende è che l'evitabilità della guerra nel capitalismo è una colossale frottola, una schifosa menzogna, conservatrice, reazionaria.
A questo primo "argomento" fa il paio il secondo "argomento": la esistenza di armi micidiali di sterminio. L'evoluzione degli armamenti è in diretto rapporto con l'evoluzione della tecnica produttiva. Mentre la guerra è una fase essenziale del processo economico, l'armamento o il tipo di armamento è semplicemente il derivato del grado di perfezionamento raggiunto dai processi tecnologici. Il capitalismo evoca poderose forze produttive, ma anche poderose forze distruttive, come suo ciclo vitale; senza che quest'ultime possano convincerlo, permettiamoci questa immagine amena, di atrocità o di sanguinario. L'esistenza di certe armi avrà diretta influenza sulla condotta e sullo svolgimento delle guerre; è più che evidente. Non può avere altro effetto però. Non può comunque, assolutissimamente, influire sulla guerra nel senso di renderla impossibile o evitabile.
Tanto la prima guerra, quanto la seconda guerra imperialista, hanno conosciuto ed esperimentato entrambe, armi micidiali, quali gas, atomiche. Né i gas risparmiarono la seconda, né l'atomica risparmierà la terza, se la rivoluzione comunista non avrà la meglio e non avrà vinto, spezzando il regime delle guerre.
(Apparso sul giornale Internazionalista: La Rivoluzione Comunista n. 5, giugno 1965)
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RIVOLUZIONE COMUNISTA
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1° guerra mondiale: il massacro proletario e la costruzione del
partito rivoluzionario in Italia: breve schizzo del quadriennio.
1915
(21 febbraio) In molte città italiane ci sono scontri tra manifestanti neutralisti e interventisti, questi ultimi appoggiati dalla polizia.
(16 maggio) La CGdL e il PSI in un congresso congiunto che si svolge a Bologna, ribadiscono il principio della neutralità con la formula, introdotta da Costantino Lazzari, "né aderire, né sabotare".
(24 maggio) L’Italia dichiara la guerra all’Austria (con la scusa di recuperare Trento e Trieste). La CGdL non dichiara lo sciopero generale, che ciò nonostante divampa a Torino.
(Settembre) Il PSI convoca, assieme con i socialisti svizzeri, una conferenza degli oppositori alla guerra, che si riunisce a Zimmerwald (Svizzera). Oddino Morgari e Angelica Balabanoff sono eletti nella Commissione internazionale socialista. Nella Conferenza si delineano due posizioni: quella della sinistra, capitanata da Lenin, e quella centrista, che ottiene la maggioranza, alla quale aderisce il PSI. Nonostante le differenze viene pubblicato un Manifesto, redatto da Trotski, che condanna il socialpatriottismo e definisce la guerra come prodotto dell’imperialismo. Beffando la censura, il giovane segretario della federazione socialista di Milano, Bruno Fortichiari, diffonde in Italia il Manifesto di Zimmerwald.
La società editrice “Avanti” del PSI pubblica il primo Libro del Capitale, tradotto in italiano, nella collana delle “Opere di Marx-Engels-Lassalle”, come volume VII.
1916
(Febbraio-luglio) Battaglia di Verdún (Francia). Durerà sei mesi e produrrà 250.000 morti da ciascuna parte. Guerra di trincea. Diserzioni massicce e fucilazioni sommarie. L’orrore della guerra moderna si manifesta con tutta la sua crudeltà. Fine da ambo le parti delle illusioni di una guerra rapida. La battaglia termina senza un chiaro vincitore.
(Aprile) Il PSI partecipa alla seconda conferenza degli avversari della guerra, convocata dalla Commissione internazionale socialista a Kienthal (Svizzera). La sinistra, capitanata da Lenin, che sostiene le tesi della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, può constatare il progredire della sua influenza, visto che ottiene la metà dei voti. L’italiano è l’unico partito socialista rappresentato dalla sua direzione maggioritaria, il resto sono solo frazioni minoritarie dei diversi partiti socialisti.
(9 agosto) Le truppe italiane entrano a Gorizia. La battaglia costa 21.630 morti italiani contro i 4.330 austriaci.
(14 settembre-1 novembre) La settima, ottava e nona battaglia dell'Isonzo, rimaste famose come le "tre spallate", ottengono scarsi risultati a livello strategico, ma provocano 37.000 morti e 88.000 feriti.
(Nel corso dell'anno) Diffuse lotte operaie e contadine in tutto il Lazio di cui sono spesso protagoniste le donne, le quali hanno preso il posto dei mariti richiamati in guerra. Sono coinvolte in particolare la campagna e l'industria del frusinate (cartiere, lanifici e opifici).
1917
(Febbraio) Conferenza del PSI a Roma. L’ala sinistra marxista nel PSI assume una fisionomia più netta. Bordiga presenta una mozione favorevole a una azione rivoluzionaria contro la guerra, che ottiene 14.000 voti contro i 17.000 della mozione pacifista (che appoggiava vacui principi democratici: pace senza annessioni né indennizzi di guerra, diritto dei popoli alla autodeterminazione e Società delle Nazioni), presentata da Turati, Treves e Giuseppe Emanuele Modigliani. Questa votazione precede di un mese la creazione di una Frazione Intransigente Rivoluzionaria.
(8-12 marzo) (23-27 febbraio secondo il calendario russo). A Pietrogrado scoppia la seconda rivoluzione russa. La folla stanca per la guerra e la scarsità di generi alimentari prende d'assalto i palazzi governativi. (Caduta dello zar e governo provvisorio di Kerenski).
(Aprile) Tesi di aprile di Lenin: la situazione è matura per passare dalla prima fase democratica della rivoluzione russa alla seconda. Si lancia la consegna: "Tutto il potere ai Soviet".
(1 Maggio) Tumulti popolari a Milano e in tutta la Lombardia contro il carovita e la guerra.
(15 giugno) Ammutinamento nella brigata Catanzaro (Santa Maria La Longa, nella bassa friulana). Frequenti nel corso dell'anno gli episodi di diserzione e insubordinazione fra i soldati, repressi con il ricorso all’aviazione, cui seguirono processi sommari e decimazioni.
(23 luglio) A Sora (Frosinone) 200 donne della contrada La Selva invadono la sottoprefettura gridando "Vogliamo la pace e il ritorno dei nostri mariti", nel corso dei tafferugli venne ferito il sottoprefetto e otto donne vengono arrestate.
(24-27 luglio) Creazione a Firenze della Frazione intransigente rivoluzionaria del PSI.
(22-25 agosto) Insurrezione a Torino a causa della fame e sull’esempio russo: mesi prima una delegazione (menscevica) del Soviet di Pietrogrado aveva visitato la città. Si contano 50 morti, 200 feriti e numerosi arresti.
(18 agosto-12 settembre) Undicesima battaglia dell'Isonzo, la più importante offensiva lanciata dall'esercito italiano dall'inizio della guerra; elevatissime le perdite: 165.000 fra morti e feriti.
(Settembre) Congresso della Federazione Giovanile del PSI. Bordiga va a dirigere l’organo giovanile “Avanguardia”.
(ottobre) Consegne di disfattismo rivoluzionario lanciate da Bordiga in occasione della grave rotta delle truppe italiane, di fronte agli austriaci, a Caporetto (il 24-25). Si producono 40.000 perdite tra morti e feriti. Sui fronti militari si moltiplicano le diserzioni dei soldati italiani, così come i plotoni di fucilazione contro i disertori.
(2-3 novembre) Gli austriaci sfondano la linea difensiva del Tagliamento. Luigi Cadorna ordina la ritirata dietro la linea del Piave che pone fine alla battaglia di Caporetto.
(6-7 novembre) (24-25 ottobre secondo il calendario russo) Scoppia in Russia la rivoluzione d'ottobre: i rappresentanti dei Soviet occupano il Palazzo d'Inverno.
(18-19 novembre) Riunione illegale della Frazione intransigente rivoluzionaria a Firenze. Primo incontro tra Gramsci e Bordiga. Sono presenti, tra gli altri: Bruno Fortichiari, Rita Maierotti, Nicola Bombacci, Ferdinando Garosi, Giovanni Germanetto. Per la direzione del PSI: Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati. In questa riunione si riproduce la divisione esistente nel seno del PSI tra riformisti e rivoluzionari. L’indecisione di Serrati, Lazzari e la maggioranza dei presenti produce l’abbandono della prospettiva insurrezionale, propugnata da Bordiga (e appoggiata da Gramsci).
(15 dicembre) Armistizio di Brest-Litovsk tra il governo bolscevico russo e gli austrotedeschi.
(Nel corso dell'anno) Agitazioni sociali in tutta la Ciociaria. A Roccasecca 500 donne invadono il municipio protestando contro la cattiva gestione del comune; altrettanto avviene a Pignataro e a S. Biagio Saracinisco, dove centinaia di donne scendono in piazza per la mancanza di grano e devastano la sede comunale. Proteste per la corruzione nella gestione dell'annona si verificano anche ad Alatri, Ferentino, Arce, ecc.
Il governo liberale, di fronte all’impossibilità di imporre la politica di unione sacra ai socialisti, opta per la repressione di ogni critica antimilitaristica, così come di ogni manifestazione popolare di dissenso.
In tutti i paesi in guerra si assiste ad un crescente interventismo statale nell’economia per assicurare la produzione bellica, si ricorre ad una massiccia utilizzazione della mano d’opera femminile, e si generalizza il blocco dei salari e la repressione sindacale.
1918
(24 gennaio) Incarcerazione del segretario del PSI, Lazzari, e del sottosegretario, Nicola Bombacci, che furono condannati a due anni di carcere per essersi opposti alla guerra. Il PSI non partecipa al governo di unità nazionale, nonostante le tentazioni del gruppo parlamentare e della CGdL.
(Maggio) Serrati viene arrestato per “tradimento indiretto” e condannato a tre anni e mezzo di carcere (uscirà nel marzo 1919).
(24 agosto) Occupazioni simultanee di terre incolte in oltre quaranta comuni del Lazio e in altre parti d’Italia. Sono le prime manifestazioni del grande movimento contadino, che si svilupperà nel dopoguerra.
(1-5 settembre) Vittoria dei massimalisti al XV Congresso del PSI, celebrato a Roma (Lazzari è in carcere). La mozione “intransigente-rivoluzionaria” raccoglie più del 70% dei voti (su 20.000 iscritti). La prossimità della fine della guerra e la rivoluzione bolscevica accendono tra i socialisti un’aspettativa rivoluzionaria, che tuttavia in larghi strati del partito resta assai confusa, prigioniera di una fraseologia velleitaria, incapace di passare all’azione. Ad ogni modo, si rafforza la tendenza di sinistra che vuole espellere la destra gradualista
(11 settembre) Nasce la Confederazione italiana dei lavoratori (CIL), che raggruppa tutti i sindacati di orientamento cattolico.
(Ottobre) Vittoria italiana a Vittorio Veneto.
(1 novembre) Insurrezione rivoluzionaria in Germania. Caduta del II Reich. Si costituiscono consigli di operai e soldati sul modello dei Soviet russi. Proclamazione della Repubblica. Presa del potere da parte dei socialdemocratici.
(4 novembre) Armistizio tra Italia ed Austria.
(Dicembre) A Napoli, appare il primo numero de “Il Soviet”, diretto da Bordiga. Questa pubblicazione difende la rivoluzione russa, la dittatura del proletariato e la direzione del processo rivoluzionario da parte del partito comunista. (Dal 1918 al 1921 pubblicherà articoli dei più diversi leader della sinistra comunista internazionale: Anton Pannekoek, György Lukács, Herman Gorter, Silvia Pankhurst.)
(7-11 dicembre) Si riunisce a Roma la direzione socialista, la quale “dichiara anzitutto di ritenere giunto il momento storico della realizzazione internazionale del socialismo”. E, nell’ordine del giorno conclusivo, afferma: “Il partito… si propone… l’istituzione della repubblica socialista e la dittatura del proletariato”.
Bilancio alla fine della guerra in Italia 6/700.000 morti, 500.000 mutilati, regioni intere devastate, enormi debiti di guerra. Con la fine della guerra diminuisce l’attività economica: aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Inizia un processo di ricostruzione economica nel quale è indispensabile la collaborazione del PSI. La rivoluzione russa e i moti rivoluzionari in Germania fanno temere alla borghesia italiana un trionfo del proletariato anche in Italia. Crisi della democrazia liberale e nascita del fascismo.
(Dal 1913 a 1929, il PSI passa da 50.000 a 200.000 iscritti, da 50 a 156 deputati. La CGL tocca i 2.000.000 iscritti. Il capitale della FIAT cresce da 30 a 500 milioni. La popolazione operaia di Torino raggiunge i 200.000 lavoratori e la città conta mezzo milione di abitanti).
Frazioni esistenti nel PSI:
1.- I gradualisti o riformisti: Turati, Ugo Guido Mondolfo, Modigliani (“La Circolare”). Secondo loro il socialismo non può essere opera di un colpo di mano, ma deve essere raggiunto da una conquista graduale del potere e della crescita politico-culturale.
2.- I massimalisti o intransigenti: Serrati, Lazzari, Egidio Gennari. Si richiamano alla presunta tradizione rivoluzionaria del PSI, che viene alimentata con una fraseologia rivoluzionaria, priva di reali contenuti. Prevale il patriottismo di partito, ben definito dalle parole di Zinoviev: "Serrati preferisce perdere la rivoluzione che perdere il sindaco di Milano". La frazione abbraccia la maggioranza del partito ed è attraversata da diverse componenti che, via via, assumeranno contorni più netti.
3.- Gli ordinovisti: Gramsci, Umberto Terracini, Tasca, Alfonso Leonetti, Togliatti. L’idea-forza del gruppo è il movimento dei Consigli di Fabbrica come base del “potere operaio” conquistato a partire dalla fabbrica. Il movimento proletario attuando la rivoluzione si esprime in forme proprie, dando origine a istituzioni proletarie che cominciano a costruire, prima della presa del potere, gli ingranaggi di una nuova macchina statale della quale gli operai, nella loro fabbrica, devono essere gli artefici. Rinunceranno alla lotta per creare una propria frazione a scala nazionale, il che comportò un grave e crescente e isolamento che limitò la loro influenza alla città di Torino.
4.- Gli “astensionisti”: dall’originario gruppo napoletano (Bordiga, Ludovico Tarsia, Ruggero Grieco). La tendenza si diffuse presto a livello nazionale. La conquista del potere politico e la distruzione del potere borghese sono un previo requisito al processo di trasformazione economica. Insistono sulla necessità della creazione di un partito rivoluzionario. Lottano poi per l’estensione e il consolidamento a scala nazionale della loro frazione. L’”astensionismo(4)” non è tanto un principio ideologico quanto un criterio tattico di selezione dei militanti rivoluzionari(5). Ad es. Francesco Misiano, pur appartenente alla Frazione, non è astensionista..
5.- La sinistra milanese: Bruno Fortichiari, Luigi Repossi, Abigaille Zanetta, Carlo Venegoni e altri. Chiamati anche massimalisti di sinistra. Molto vicini alle tesi della Frazione astensionista, della quale rifiutavano precisamente la tattica astensionista. La sua forza risiedeva nella solida organizzazione operaia della città industriale di Milano. La loro minore capacità teorica li portò ad aggregarsi alla Frazione comunista astensionista. Simile anche la frazione dei “rigidi” di Torino (Giovanni Boero, Giovanni Parodi, Luigi Gilodi, Pietro Rabezzana). Gruppi analoghi anche ad Arezzo, Firenze (organo “Difesa”), nelle Puglie.
Tratto dal blog: http://italiarossa.splinder.com/ postato da s.b.
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Archivio sulla Sinistra Comunista: Amadeo Bordiga, Militarismo e capitalismo. La nostra tesi (Il Domani, 2 giugno 1917)
Il Domani, 2 giugno 1917
Questo articolo apparve, come lo riproponiamo, su «Il Domani» (settimanale socialista di Modena) il 2 giugno 1917.
Esso è parte del più noto "Nulla da rettificare" apparso su «L'Avanti!» del 23 maggio 1917.
Non si può che restare ammirati alla sua lettura perchè a più di novanta anni dalla sua pubblicazione non c'è nulla da aggiungere alla sua limpida e cristallina chiarezza [n.d.r. dell’archivio].
Militarismo e capitalismo
La nostra tesi
La tesi internazionalista - la nostra - considera la guerra europea come una conseguenza delle rivalità imperialistiche borghesi; la tesi social-patriota vi scorge invece l'urto tra democrazia borghese e il militarismo autocratico.
Per noi, il militarismo - quale si è manifestato in questa guerra - è un prodotto modernissimo del regime borghese capitalistico, e si concilia con le più progredite democrazie come con la più sviluppata ossatura economica industriale, mentre contrasta con gli istituti economici sociali e politici antecedenti allo stadio capitalistico. Infatti il militarismo di altre epoche storiche, come le invasioni barbariche, le guerre dell'epoca feudale e delle monarchie autocratiche, ha caratteristiche del tutto diverse.
Dobbiamo entrare nel processo storico borghese per rintracciare le "condizioni" del militarismo quale esso ci si manifesta in questa guerra.
Nel campo tecnico occorre uno sviluppo grandioso dei mezzi di produzione industriali e una padronanza completa dei processi e cicli di trasformazione delle materie prime; nel campo economico è condizione della guerra moderna una grande potenza finanziaria dello Stato e una vasta rete di proventi tributari; nel campo amministrativo una organizzazione burocratica indispensabile per reclutare e mobilizzare l'esercito, per disciplinare gli approvvigionamenti ed i consumi e portare ad un massimo di attività la macchina statale; nel campo politico infine un regime di democrazia ossia - nel significato storico della espressione - illusoria libertà delle masse - perchè esse accettino il peso enorme della guerra e credano questa imposta da interessi collettivi della nazione.
Questa ultima considerazione trova il suo appoggio nel fatto che la circoscrizione militare e gli eserciti permanenti sono stati stabilmente introdotti dopo i rivolgimenti democratici - in Francia dalla Convenzione nel '93 - mentre l'intensificazione degli armamenti in tutti i paesi d'Europa era accompagnata dalla concessione di riforme democratiche atte a rendere accettabili alle masse i nuovi pesi. D'altra parte se confrontiamo l'ascensione delle cifre dei bilanci militari con quelle che sono indici dello sviluppo industriale e commerciale del capitalismo, riscontriamo universali analogie.
Il militarismo non è dunque lo avanzo di altri tempi ma il prodotto dei tempi nuovi, è figlio del capitalismo e della sua caratteristica forma politica, la democrazia.
Per queste ragioni noi superiamo e rigettiamo la tesi del duello tra democrazia e militarismo e non abbiamo preferenze per uno dei gruppi di Stato in conflitto.
Gli Stati in guerra non si battono per la bandiera delle ideologie sociali o filosofiche che prevalgono nell'uno o nell'altro; e questo intuirono bene i socialisti italiani nella guerra di Libia.
Gli Stati in guerra sono per noi unità della stessa specie. Se una cosa possiamo dire con sicurezza, è che fanno meglio la guerra gli Stati più moderni, industriali, borghesi, democratici.
Dunque l'efficienza militare della Germania noi non la ricolleghiamo alla sopravvivenza di istituti medioevali e feudali, bensì a quanto essa ha di più moderno, capitalistico e "democratico". Ha subito questa tesi una smentita dagli avvenimenti? Tutt'altro.
Il paese rivelatosi meno adatto alla guerra, quello che per primo si è spezzato, è stata la Russia, a cui mancavano o difettavano tutte quelle condizioni che abbiamo accennate: tecnica industriale, economia capitalistica, burocrazia moderna, democrazia politica.
E lo Stato che più freddamente ha calcolate le sue convenienze - quelle della sua classe capitalistica - nella neutralità prima e poi nella guerra, è stata appunto la democratica ed evoluta repubblica delle stelle.
Amadeo Bordiga
Il Domani, 2 giugno 1917




