I salari scendono i profitti salgono
| Movimento |
CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO VIA STOPPANI 15 e-
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(QUART. SANT’ANNA dietro la p.zza princ.)- ITALIA - 21052 – BUSTO
ARSIZIO – VA –
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digilander.libero.it/rivoluzionecom/Libri-Opuscoli/08-01-21StatoUsuraio.pdf
-------------------
Appello alla mobilitazione per l'aumento generalizzato del salario di
euro 300 mensili netti, delle pensioni minime operaie di euro 200
mensili netti, e per il salario minimo garantito di euro 1.032
mensili
intassabili
A tutti i lavoratori, locali ed immigrati, ai pensionati, ai giovani
in lista d'attesa, ai precari, ai sottopagati;
nel luglio scorso, denunciando il protocollo del 23 luglio 2007 come
una versione aggiornata del cannibalismo padronale e il ruolo delle
burocrazie sindacali come certificatrici di lavoro schiavistico,
abbiamo esortato i lavoratori - di qualsiasi settore e provenienza -
a
sollevarsi contro padronato confindustria governo centrali sindacali
apparati poliziesco-militari per respingere il protocollo, per
difendere la propria dignità, i propri interessi economico-sociali.
Ora
trasformiamo l'esortazione in un appello alla mobilitazione e alla
lotta per l'aumento generalizzato del salario, per il salario minimo
garantito, per l'aumento immediato delle pensioni minime operaie, a
favore di tutti i salariati e pensionati. E chiariamo le ragioni
della
necessità di questa mobilitazione di massa e a tempi brevi.
I salari scendono i profitti salgono
Da 25 anni la quota dei salari sulla ricchezza annua prodotta dal
lavoro continua a diminuire mentre, per converso, continua a salire
la
quota dei profitti su questa ricchezza. Dal 2001 poi la massa di
lavoratori attivi e di pensionati è sprofondata socialmente in
conseguenza del basso salario e del magro assegno pensionistico e,
per
sopravvivere, è costretta ad indebitarsi sempre di più.
È superfluo dire che la responsabilità di questo moderno
impoverimento
di massa appartiene al padronato, allo Stato, ai governi che si
succedono, al sistema capitalistico-finanziario nel suo insieme, ai
loro reggicoda politico-sindacali. È la conseguenza diretta della
razzia padronal-statale della forza-lavoro e delle risorse. Questa
razzia è arrivata al punto tale che persino i consulenti
confindustriali si preoccupano che le difficoltà di vita spingano le
masse contro il capitalismo e il mercato! Bisogna quindi insorgere
contro i razziatori; esigere l'aumento diretto del salario; l'aumento
delle pensioni di fame; scartando la schiavizzante alternativa degli
straordinari, dei doppi o tripli lavori, dei lavori variabili e/o
domenicali, ecc.; che aggrava in definitiva le condizioni di vita del
salariato.
Lo spauracchio della "spirale salari-prezzi"
Appena i lavoratori si fanno avanti per rivendicare aumenti salariali
si trovano di fronte, non solo i padroni, ma anche lo stuolo di
pennivendoli e accademici che, per frenarli, si mette ad agitare lo
spauracchio della spirale salari-prezzi, cioè la falsa immagine che
l'aumento del salario porta all'aumento dei prezzi. Ma tra salari e
prezzi non c'è alcun rapporto né diretto né indiretto.
Infatti la realtà quotidiana evidenzia che, mentre i salari scendono
perché perdono continuamente potere d'acquisto, i prezzi dei generi
di
consumo di massa (dei mezzi di sussistenza) aumentano, non
diminuiscono. E l'aumento dei prezzi riguarda, in particolare,
prodotti
alimentari energetici affitti; cioè beni incomprimibili: pane luce
alloggi benzina trasporti, ecc. Ed è peraltro trainato dalle tariffe
e
dai prezzi pubblici. Per cui l'aumento del salario non può avere
alcuna
incidenza sul movimento dei prezzi (il quale dipende da imprenditori
commercianti potere). Se aumentano i salari ne risentono solo i
profitti.
Quindi bisogna catapultarsi a capofitto nella mobilitazione per
l'aumento generalizzato del salario senza remore o dubbi che
l'aumento
porti svantaggi ad altre fasce del popolo (anzi in questo momento di
flessione produttiva l'aumento del salario avrebbe effetto
rivitalizzante per l'economia).
I trucchi di governo-confindustria-confederazioni in materia salariale
Bisogna poi sottolineare che non ci sono alternative o scorciatoie
alla lotta per l'aumento del salario in quanto l'aumento dei prezzi,
del costo della vita - per quanto si facciano rinunce crescenti
all'alimentazione al vestiario al riscaldamento ecc. che hanno sempre
un limite -, può essere contrastato e controbilanciato solo
dall'aumento del salario, della retribuzione. Ogni altro mezzo è
effimero se non si presta a trabocchetti.
Proprio in tema di trabocchetti mettiamo in guardia i lavoratori a
non
farsi prendere per il naso da governo confindustria confederazioni,
ciascuno dei quali sta congegnando i trucchi per allargare la busta-
paga senza aumenti effettivi di salario. Nel vertice del 10 gennaio a
Palazzo Chigi il Consiglio dei Ministri ha fatto balenare l'idea di
un
rimpolpamento delle magre buste-paga attraverso l'uso di detrazioni
fiscali. In specifico: a) tagli alla prima aliquota Irpef dal 23 al
20%; b) sgravi fiscali per i salari di produttività; c) dote fiscale
per le famiglie numerose; d) detrazioni sui redditi più bassi. Il
presidente della confindustria propone uno sgravio fiscale di cinque
punti ripartito bontà sua, questa volta, due a favore dei padroni tre
dei lavoratori. E consiglia di legare ogni aumento alla
contrattazione
di secondo livello. Le centrali sindacali pendolano tra le detrazioni
fiscali e la contrattazione aziendale. Governo confindustria e
confederazioni brigano quindi sui congegni e trucchi per bloccare
aumenti diretti del salario, lasciar correre in su i profitti,
imbrigliare i lavoratori sul terreno fiscale e dei rischi di impresa.
La questione salariale va posta affrontata e risolta, sempre e
stabilmente finché i lavoratori resteranno classe salariata, sul
terreno dell'aumento della retribuzione, dell'aumento salariale
diretto
in busta paga. È controproducente e subalterno accontentarsi di
misure
fiscali in quanto queste di per sè indicano la variazione del livello
di rapina statale dei salari - che va cancellata alla radice - e non
intaccano il supersfruttamento della forza-lavoro, causa dei bassi
salari. È altrettanto controproducente e subalterno accontentarsi
degli
aumenti che verranno concordati in sede di contrattazione di secondo
livello e/o della loro detassazione in quanto, in primo luogo da
questo
livello di contrattazione resta fuori il 65-70% dei lavoratori
addetti
in aziende fino a 15 dipendenti, in secondo luogo esso non ha alcuna
incidenza sulla condizione dei pensionati, in terzo luogo tende a
scaricare sulla forza-lavoro i rischi imprenditoriali. Non ci sono
quindi alternative di sorta alla lotta per l'aumento del salario e
questa lotta va ingaggiata con grande risolutezza.
Produttività e concertazione due lacci al collo dei lavoratori
Infine, prima di passare alle indicazioni operative, dobbiamo
denunciare una pretesa padronale e una prassi padronal-sindacale,
utilizzate come nodo scorsoio per comprimere i salari.
La pretesa padronale è che per aumentare i salari bisogna aumentare
la
produttività. Sembra una cosa lapalissiana, ma è un imbroglio. La
questione salariale non ha nulla da spartire con la produttività. I
lavoratori si stanno ammazzando di lavoro e non riescono a
sopravvivere. La produttività, a parità di sfruttamento della forza-
lavoro, dipende (sul piano interno e su quello internazionale) dalle
dimensioni delle aziende dagli investimenti e dalla ricerca, ossia
dalla struttura produttiva. Gli imprenditori nostrani inseguono la
produttività, non mirando alla dimensionalità delle aziende e alle
innovazioni, ma puntando sul sopralavoro e sulla compressione dei
salari; destinando i profitti alla speculazione finanziaria. Se essi
reggono alla competizione mondiale (e al momento non sono secondi a
nessuno), lo debbono alla razzia del lavoro. Quindi la pretesa
padronale sull'aumento della produttività è un ricatto contro i
lavoratori per comprimere il salario.
L'altro nodo scorsoio, che è servito e serve a comprimere il salario,
è la concertazione. Dopo gli accordi del 1992-93 tra governo-
confindustria-confederazioni, coi quali è stata abolita la scala
mobile
ed è stato istituito il meccanismo del tetto programmato di
inflazione,
i salari sono scesi annualmente dell'1,5% circa. E ciò in quanto le
cosiddette parti sociali, ossia confindustria e confederazioni
sindacali, fissano un indice previsionale di crescita del costo della
vita sempre inferiore a quello reale, in media appunto di circa un
punto e mezzo l'anno. E così ogni anno diminuisce il potere di
acquisto
del salario anche se questo cresce in cifra. Quindi bisogna esigere
l'aumento del salario e cancellare anche questa prassi dissanguatrice.
Il sistema delle imprese prospera
sul sottosalario e sulla precarizzazione del lavoro
Il livello del salario, che passa oggi il convento delle imprese, è
il
risultato di 25 anni di attacchi padronal-statali al salario e alla
previdenza, di gratuitificazione del lavoro, di razzia del lavoro e
delle pensioni. E più che di salario a livello di massa si tratta di
sottosalario. Come è noto il livello del salario è determinato,
socialmente, dai rapporti di forza tra operai e padroni, tra
proletariato imprenditori e Stato. Se attualmente i salari sono a
terra
e i profitti al cielo ciò si deve, da un lato, all'enorme potere di
ricatto accumulato dalle imprese nei confronti dei lavoratori;
dall'altro, dalla mancanza di lotte generali dei lavoratori per
l'aumento del salario. Senza lotte di questo tipo, e senza dimostrare
una adeguata capacità di lotta, non si possono invertire i rapporti
di
forza sociali e arginare e far saltare il dissanguamento salariale. I
lavoratori sono quindi chiamati a scendere sul terreno di questa
lotta
generale, a superare le disunioni e le difficoltà, e a battersi con
decisione sulle seguenti rivendicazioni.
- Esigere l'aumento generalizzato del salario nella misura di euro
300
mensili netti in busta paga.
- Esigere la parità di trattamento per tutti i lavoratori che operano
nello stesso complesso ma alle dipendenze di più imprese,
parificandolo
a quello più alto.
- Esigere il salario minimo garantito di euro 1.032 mensili
intassabili per disoccupati precari giovani in lista di attesa
sottopagati.
- Esigere l'aumento immediato delle pensioni operaie, nonché di
quelle
al di sotto del salario minimo garantito, nella misura di euro 200
mensili netti.
- Esigere la cancellazione della concertazione e l'aggancio di salari
e pensioni all'aumento effettivo del costo della vita.
Formare in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere o zona, gli
organismi di lotta proletari (nuclei, comitati, coordinamenti, ecc.)
per condurre e stabilizzare le azioni di lotta. Collegare questi
organismi tra di loro in vista di costituire il sindacato di classe e
il più vasto fronte proletario.
Uscire dalla difensiva. Attaccare il padronato e il sistema delle
imprese. Mobilitarsi per gli interessi sociali di tutti i lavoratori.
Unirsi al partito rivoluzionario per abbattere lo "Stato
terrorizzante
di usurai e parassiti".
GENNAIO/ FEBBRAIO 2008: I COMPAGNI DEL GRUPPO RIVOLUZIONE COMUNISTA
Busto Ars. e
Milano P.za Morselli 3 - 20154 Milano
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/
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ARSIZIO – VA –
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Appello alla mobilitazione per l'aumento generalizzato del salario di
euro 300 mensili netti, delle pensioni minime operaie di euro 200
mensili netti, e per il salario minimo garantito di euro 1.032
mensili
intassabili
A tutti i lavoratori, locali ed immigrati, ai pensionati, ai giovani
in lista d'attesa, ai precari, ai sottopagati;
nel luglio scorso, denunciando il protocollo del 23 luglio 2007 come
una versione aggiornata del cannibalismo padronale e il ruolo delle
burocrazie sindacali come certificatrici di lavoro schiavistico,
abbiamo esortato i lavoratori - di qualsiasi settore e provenienza -
a
sollevarsi contro padronato confindustria governo centrali sindacali
apparati poliziesco-militari per respingere il protocollo, per
difendere la propria dignità, i propri interessi economico-sociali.
Ora
trasformiamo l'esortazione in un appello alla mobilitazione e alla
lotta per l'aumento generalizzato del salario, per il salario minimo
garantito, per l'aumento immediato delle pensioni minime operaie, a
favore di tutti i salariati e pensionati. E chiariamo le ragioni
della
necessità di questa mobilitazione di massa e a tempi brevi.
I salari scendono i profitti salgono
Da 25 anni la quota dei salari sulla ricchezza annua prodotta dal
lavoro continua a diminuire mentre, per converso, continua a salire
la
quota dei profitti su questa ricchezza. Dal 2001 poi la massa di
lavoratori attivi e di pensionati è sprofondata socialmente in
conseguenza del basso salario e del magro assegno pensionistico e,
per
sopravvivere, è costretta ad indebitarsi sempre di più.
È superfluo dire che la responsabilità di questo moderno
impoverimento
di massa appartiene al padronato, allo Stato, ai governi che si
succedono, al sistema capitalistico-finanziario nel suo insieme, ai
loro reggicoda politico-sindacali. È la conseguenza diretta della
razzia padronal-statale della forza-lavoro e delle risorse. Questa
razzia è arrivata al punto tale che persino i consulenti
confindustriali si preoccupano che le difficoltà di vita spingano le
masse contro il capitalismo e il mercato! Bisogna quindi insorgere
contro i razziatori; esigere l'aumento diretto del salario; l'aumento
delle pensioni di fame; scartando la schiavizzante alternativa degli
straordinari, dei doppi o tripli lavori, dei lavori variabili e/o
domenicali, ecc.; che aggrava in definitiva le condizioni di vita del
salariato.
Lo spauracchio della "spirale salari-prezzi"
Appena i lavoratori si fanno avanti per rivendicare aumenti salariali
si trovano di fronte, non solo i padroni, ma anche lo stuolo di
pennivendoli e accademici che, per frenarli, si mette ad agitare lo
spauracchio della spirale salari-prezzi, cioè la falsa immagine che
l'aumento del salario porta all'aumento dei prezzi. Ma tra salari e
prezzi non c'è alcun rapporto né diretto né indiretto.
Infatti la realtà quotidiana evidenzia che, mentre i salari scendono
perché perdono continuamente potere d'acquisto, i prezzi dei generi
di
consumo di massa (dei mezzi di sussistenza) aumentano, non
diminuiscono. E l'aumento dei prezzi riguarda, in particolare,
prodotti
alimentari energetici affitti; cioè beni incomprimibili: pane luce
alloggi benzina trasporti, ecc. Ed è peraltro trainato dalle tariffe
e
dai prezzi pubblici. Per cui l'aumento del salario non può avere
alcuna
incidenza sul movimento dei prezzi (il quale dipende da imprenditori
commercianti potere). Se aumentano i salari ne risentono solo i
profitti.
Quindi bisogna catapultarsi a capofitto nella mobilitazione per
l'aumento generalizzato del salario senza remore o dubbi che
l'aumento
porti svantaggi ad altre fasce del popolo (anzi in questo momento di
flessione produttiva l'aumento del salario avrebbe effetto
rivitalizzante per l'economia).
I trucchi di governo-confindustria-confederazioni in materia salariale
Bisogna poi sottolineare che non ci sono alternative o scorciatoie
alla lotta per l'aumento del salario in quanto l'aumento dei prezzi,
del costo della vita - per quanto si facciano rinunce crescenti
all'alimentazione al vestiario al riscaldamento ecc. che hanno sempre
un limite -, può essere contrastato e controbilanciato solo
dall'aumento del salario, della retribuzione. Ogni altro mezzo è
effimero se non si presta a trabocchetti.
Proprio in tema di trabocchetti mettiamo in guardia i lavoratori a
non
farsi prendere per il naso da governo confindustria confederazioni,
ciascuno dei quali sta congegnando i trucchi per allargare la busta-
paga senza aumenti effettivi di salario. Nel vertice del 10 gennaio a
Palazzo Chigi il Consiglio dei Ministri ha fatto balenare l'idea di
un
rimpolpamento delle magre buste-paga attraverso l'uso di detrazioni
fiscali. In specifico: a) tagli alla prima aliquota Irpef dal 23 al
20%; b) sgravi fiscali per i salari di produttività; c) dote fiscale
per le famiglie numerose; d) detrazioni sui redditi più bassi. Il
presidente della confindustria propone uno sgravio fiscale di cinque
punti ripartito bontà sua, questa volta, due a favore dei padroni tre
dei lavoratori. E consiglia di legare ogni aumento alla
contrattazione
di secondo livello. Le centrali sindacali pendolano tra le detrazioni
fiscali e la contrattazione aziendale. Governo confindustria e
confederazioni brigano quindi sui congegni e trucchi per bloccare
aumenti diretti del salario, lasciar correre in su i profitti,
imbrigliare i lavoratori sul terreno fiscale e dei rischi di impresa.
La questione salariale va posta affrontata e risolta, sempre e
stabilmente finché i lavoratori resteranno classe salariata, sul
terreno dell'aumento della retribuzione, dell'aumento salariale
diretto
in busta paga. È controproducente e subalterno accontentarsi di
misure
fiscali in quanto queste di per sè indicano la variazione del livello
di rapina statale dei salari - che va cancellata alla radice - e non
intaccano il supersfruttamento della forza-lavoro, causa dei bassi
salari. È altrettanto controproducente e subalterno accontentarsi
degli
aumenti che verranno concordati in sede di contrattazione di secondo
livello e/o della loro detassazione in quanto, in primo luogo da
questo
livello di contrattazione resta fuori il 65-70% dei lavoratori
addetti
in aziende fino a 15 dipendenti, in secondo luogo esso non ha alcuna
incidenza sulla condizione dei pensionati, in terzo luogo tende a
scaricare sulla forza-lavoro i rischi imprenditoriali. Non ci sono
quindi alternative di sorta alla lotta per l'aumento del salario e
questa lotta va ingaggiata con grande risolutezza.
Produttività e concertazione due lacci al collo dei lavoratori
Infine, prima di passare alle indicazioni operative, dobbiamo
denunciare una pretesa padronale e una prassi padronal-sindacale,
utilizzate come nodo scorsoio per comprimere i salari.
La pretesa padronale è che per aumentare i salari bisogna aumentare
la
produttività. Sembra una cosa lapalissiana, ma è un imbroglio. La
questione salariale non ha nulla da spartire con la produttività. I
lavoratori si stanno ammazzando di lavoro e non riescono a
sopravvivere. La produttività, a parità di sfruttamento della forza-
lavoro, dipende (sul piano interno e su quello internazionale) dalle
dimensioni delle aziende dagli investimenti e dalla ricerca, ossia
dalla struttura produttiva. Gli imprenditori nostrani inseguono la
produttività, non mirando alla dimensionalità delle aziende e alle
innovazioni, ma puntando sul sopralavoro e sulla compressione dei
salari; destinando i profitti alla speculazione finanziaria. Se essi
reggono alla competizione mondiale (e al momento non sono secondi a
nessuno), lo debbono alla razzia del lavoro. Quindi la pretesa
padronale sull'aumento della produttività è un ricatto contro i
lavoratori per comprimere il salario.
L'altro nodo scorsoio, che è servito e serve a comprimere il salario,
è la concertazione. Dopo gli accordi del 1992-93 tra governo-
confindustria-confederazioni, coi quali è stata abolita la scala
mobile
ed è stato istituito il meccanismo del tetto programmato di
inflazione,
i salari sono scesi annualmente dell'1,5% circa. E ciò in quanto le
cosiddette parti sociali, ossia confindustria e confederazioni
sindacali, fissano un indice previsionale di crescita del costo della
vita sempre inferiore a quello reale, in media appunto di circa un
punto e mezzo l'anno. E così ogni anno diminuisce il potere di
acquisto
del salario anche se questo cresce in cifra. Quindi bisogna esigere
l'aumento del salario e cancellare anche questa prassi dissanguatrice.
Il sistema delle imprese prospera
sul sottosalario e sulla precarizzazione del lavoro
Il livello del salario, che passa oggi il convento delle imprese, è
il
risultato di 25 anni di attacchi padronal-statali al salario e alla
previdenza, di gratuitificazione del lavoro, di razzia del lavoro e
delle pensioni. E più che di salario a livello di massa si tratta di
sottosalario. Come è noto il livello del salario è determinato,
socialmente, dai rapporti di forza tra operai e padroni, tra
proletariato imprenditori e Stato. Se attualmente i salari sono a
terra
e i profitti al cielo ciò si deve, da un lato, all'enorme potere di
ricatto accumulato dalle imprese nei confronti dei lavoratori;
dall'altro, dalla mancanza di lotte generali dei lavoratori per
l'aumento del salario. Senza lotte di questo tipo, e senza dimostrare
una adeguata capacità di lotta, non si possono invertire i rapporti
di
forza sociali e arginare e far saltare il dissanguamento salariale. I
lavoratori sono quindi chiamati a scendere sul terreno di questa
lotta
generale, a superare le disunioni e le difficoltà, e a battersi con
decisione sulle seguenti rivendicazioni.
- Esigere l'aumento generalizzato del salario nella misura di euro
300
mensili netti in busta paga.
- Esigere la parità di trattamento per tutti i lavoratori che operano
nello stesso complesso ma alle dipendenze di più imprese,
parificandolo
a quello più alto.
- Esigere il salario minimo garantito di euro 1.032 mensili
intassabili per disoccupati precari giovani in lista di attesa
sottopagati.
- Esigere l'aumento immediato delle pensioni operaie, nonché di
quelle
al di sotto del salario minimo garantito, nella misura di euro 200
mensili netti.
- Esigere la cancellazione della concertazione e l'aggancio di salari
e pensioni all'aumento effettivo del costo della vita.
Formare in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere o zona, gli
organismi di lotta proletari (nuclei, comitati, coordinamenti, ecc.)
per condurre e stabilizzare le azioni di lotta. Collegare questi
organismi tra di loro in vista di costituire il sindacato di classe e
il più vasto fronte proletario.
Uscire dalla difensiva. Attaccare il padronato e il sistema delle
imprese. Mobilitarsi per gli interessi sociali di tutti i lavoratori.
Unirsi al partito rivoluzionario per abbattere lo "Stato
terrorizzante
di usurai e parassiti".
GENNAIO/ FEBBRAIO 2008: I COMPAGNI DEL GRUPPO RIVOLUZIONE COMUNISTA
Busto Ars. e
Milano P.za Morselli 3 - 20154 Milano
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