Huambo
| Movimento |
Ogni volta che un compagno ci lascia qui da soli - e in questi anni sono
stati davvero tanti - mi viene da pensare che é un altro che non vedrà
quella rivoluzione per cui si era battuto. Che il centro delle sue passioni
é stato tenuto fuori dalla sua vita reale. Sono duecento anni che un'armata
di morti e di non morti ancora, quelli siamo noi, getta quel che ha di
meglio, nel fuoco di un futuro che si ostina a rimanere futuro. Per cui, la
prima percezione é che chi muore é uno che é stato sconfitto, é stato
fregato: guarda, si é sbattuto tutta la vita, e adesso? in fin dei conti, ne
valeva la pena?
Lui é morto, e Andreotti, o Bush o chi vi pare (l'elenco dei pezzi di merda
é sempre aperto per nuove aggiunte, e non sembrano far difetto gli
aspiranti) campa ancora. Lo ha, come suole dirsi, seppellito.
Ecco, anche se non demordo dal vecchio sogno di edificare infine una nuova
civiltà sulle macerie di questa società indegna, io credo che, su questo
piano, sul piano della permanenza, ci troviamo sconfitti, perché é nella
nostra natura di esserlo. Penso che il nostro gioco sia un altro, anche se
certe volte noi stessi non sappiamo renderlo evidente rispetto al primo. Io
credo che il nostro sia il gioco del presente, del vivente. E che chi muore
sia uno che é stato vivo, e che lì lui abbia detto e fatto ciò che aveva da
dire e da fare. La morte non é la sconfitta della vita: é la prova del suo
senso, non della sua inutilità.
Vedendola così, avendo ben presente come Huambo si sia battuto per lasciare
un segno durevole e giusto nel mondo, nelle cose visibili e collettive, il
sito, un impegno di anni nelle liste, e altre cose di cui ho appena notizia
perché svolte a livello locale, lontano da dove sto io; ma anche nelle cose
piccole, private, sul piano dell'amicizia, delle persone care (una volta mi
ha telefonato e, fra una cosa e l'altra, mi fa: guarda che quel compagno XY
ci é rimasto molto male per il fatto che non lo hai cercato più...pensa se
non ti andrebbe magari di scrivergli qualcosa), di una quotidianità per
nulla facile. Ecco: il passaggio di persone così ti conferma in quella che é
la convinzione più profonda dei rivoluzionari di tutti i tempi e di tutti i
paesi, che gli esseri umani quando agiscono liberi, anche oggi, anche in
mezzo a tutte le miserie di questa infame società, hanno qualcosa di buono
da combinare, e da offrire al mondo.
Un uomo buono, sono felice di averlo conosciuto. Mi piacerebbe che questa
felicità, che di sicuro non é stata solo mia, per il fatto che lui c'é
stato, prevalesse sul dipiacere per il fatto che ora non c'é: per cui
abbraccio lui e Vittoria, come ho tante volte ho fatto, come una volta.
stati davvero tanti - mi viene da pensare che é un altro che non vedrà
quella rivoluzione per cui si era battuto. Che il centro delle sue passioni
é stato tenuto fuori dalla sua vita reale. Sono duecento anni che un'armata
di morti e di non morti ancora, quelli siamo noi, getta quel che ha di
meglio, nel fuoco di un futuro che si ostina a rimanere futuro. Per cui, la
prima percezione é che chi muore é uno che é stato sconfitto, é stato
fregato: guarda, si é sbattuto tutta la vita, e adesso? in fin dei conti, ne
valeva la pena?
Lui é morto, e Andreotti, o Bush o chi vi pare (l'elenco dei pezzi di merda
é sempre aperto per nuove aggiunte, e non sembrano far difetto gli
aspiranti) campa ancora. Lo ha, come suole dirsi, seppellito.
Ecco, anche se non demordo dal vecchio sogno di edificare infine una nuova
civiltà sulle macerie di questa società indegna, io credo che, su questo
piano, sul piano della permanenza, ci troviamo sconfitti, perché é nella
nostra natura di esserlo. Penso che il nostro gioco sia un altro, anche se
certe volte noi stessi non sappiamo renderlo evidente rispetto al primo. Io
credo che il nostro sia il gioco del presente, del vivente. E che chi muore
sia uno che é stato vivo, e che lì lui abbia detto e fatto ciò che aveva da
dire e da fare. La morte non é la sconfitta della vita: é la prova del suo
senso, non della sua inutilità.
Vedendola così, avendo ben presente come Huambo si sia battuto per lasciare
un segno durevole e giusto nel mondo, nelle cose visibili e collettive, il
sito, un impegno di anni nelle liste, e altre cose di cui ho appena notizia
perché svolte a livello locale, lontano da dove sto io; ma anche nelle cose
piccole, private, sul piano dell'amicizia, delle persone care (una volta mi
ha telefonato e, fra una cosa e l'altra, mi fa: guarda che quel compagno XY
ci é rimasto molto male per il fatto che non lo hai cercato più...pensa se
non ti andrebbe magari di scrivergli qualcosa), di una quotidianità per
nulla facile. Ecco: il passaggio di persone così ti conferma in quella che é
la convinzione più profonda dei rivoluzionari di tutti i tempi e di tutti i
paesi, che gli esseri umani quando agiscono liberi, anche oggi, anche in
mezzo a tutte le miserie di questa infame società, hanno qualcosa di buono
da combinare, e da offrire al mondo.
Un uomo buono, sono felice di averlo conosciuto. Mi piacerebbe che questa
felicità, che di sicuro non é stata solo mia, per il fatto che lui c'é
stato, prevalesse sul dipiacere per il fatto che ora non c'é: per cui
abbraccio lui e Vittoria, come ho tante volte ho fatto, come una volta.




