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Previdenza integrativa: la truffa finanziaria del secolo ?

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Movimento
Le vittime della controriforma

La scelta ricade sempre sulle giovani generazioni. Colpiti saranno coloro
che hanno iniziato a lavorare dalla data della contro riforma, ma ancora più
colpiti saranno coloro che hanno iniziato a lavorare da poco, grazie alle
norme peggiorative introdotte dalla legge 23 agosto 2004 n. 243. Le finalità
della legge sono ancora più scoperte. Non si tratta più di limitare la
previdenza, ormai ridotta ai minimi termini. Rimane in piedi solo la seconda
della finalità sopra citate: la destinazione d’ulteriori somme ai
mercati finanziari internazionali con un flusso garantito costante. La
legge, infatti, rende possibile la partecipazione del lavoratore alla
pensione complementare solo nel caso che destini l’intera indennità di
liquidazione al fondo, che obbligatoriamente la dovrà investire nei mercati
finanziari internazionali. Nel caso che il lavoratore decida di tenersi
l’indennità di liquidazione, oltre ad essere escluso dal fondo
pensionistico, perde i contributi del datore di lavoro per la pensione
complementare. Con questa legge il fondo pensione sarà alimentato, quasi
esclusivamente dal salario mensile e differito dei singoli lavoratori. Il
versamento dei datori di lavoro riguarda una percentuale minima rispetto
alle somme che sono versate mensilmente dai lavoratori. Nella maggior parte
dei casi il lavoratore versa circa il 90% dei contributi, contro il 10%
circa dei datori di lavoro. La percentuale massima d’intervento di
questi ultimi si registra con il 32%, ma si tratta di casi rari e
condizionati all’adesione ad un determinato fondo. Fra questi
“privilegiati” (fra virgolette) i dipendenti delle Province
Autonome di Bolzano e Trento, ma solo se aderiscono al Laborfonds.

Le garanzie

A conti fatti il lavoratore per avere diritto ad una previdenza
complementare deve versare un monte contributi di circa l’ 8-10% del
salario differito e diretto percepito. A fronte di questa perdita di reddito
che garanzie ha? Che pensione complementare percepirà? Di quanto integrerà
la pensione garantita? Cominciamo dalle garanzie.

Nonostante la previsione dell’art. 6 del D.M. 21-11-1996 n. 703 dal
titolo: “Gestione accompagnata dalla garanzia di restituzione del
capitale”, la stragrande maggioranza dei gestori non garantisce
assolutamente nulla. La pensione dipende dall’andamento del fondo e
non è esclusa la perdita dei contributi versati. In definitiva la pensione
dei lavoratori dipenderà dalle bizze dei mercati finanziari e dalle capacità
e serietà dei gestori. Al lavoratore si chiede d’avere fiducia nei
mercati finanziari, nonostante tutto quello che è successo e che sicuramente
succederà. Un atto di fede che non ha nessuna logica se non quella di
destinare una parte di reddito ad un mostro sconosciuto e sperare nella sua
riconoscenza. Per quanto riguarda il Fondo Pensionistico Regionale
(Laborfonds), spacciato dai media locali, dai sindacati e dalla Province
Autonome di Trento e Bolzano come il migliore dei fondi possibili, le
garanzie non cambiano di molto. L’art. 3, comma 1 e l’art. 5
della legge regionale 3/97 stabiliscono che la Regione fornisca agli
iscritti adeguate garanzie in ordine alle prestazioni erogate dai fondi
pensione. Vediamole. 1) “..nella fase di maturazione del diritto alla
prestazione pensionistica complementare la garanzia del montante accumulato
prima del pensionamento, indipendentemente dal periodo di permanenza del
fondo pensione, con decorrenza di un periodo massimo di due anni prima del
pensionamento”. Questa norma vale per i lavoratori che perdono il
lavoro prima di andare in pensione e che non riescono a trovarne un altro
per pagare i contributi. I due anni prima del pensionamento sono pagati
dalla Regione. 2) “..nella fase d’erogazione delle prestazioni,
la garanzia della continuazione del trattamento pensionistico complementare
per un periodo massimo di due anni nel caso d’insolvenza del fondo
pensione e/o liquidazione coatta amministrativa della compagnia
d’assicurazione incaricata da detto fondo all’erogazione delle
prestazioni.” In parole povere, grazie alla magnanimità della Regione
Autonoma, sono garantiti al massimo due anni di pensione, indipendentemente
dai contributi versati. Il rischio a carico del lavoratore, che è stato
privato di una parte consistente del proprio reddito, per quanto riguarda i
contributi versati è quindi quasi totale. Nel caso di crollo dei mercati
finanziari (ipotesi non tanto campata in aria) si perde tutto o quasi. La
stessa cosa vale per truffe e malversazioni da parte dei gestori o dei lori
dipendenti (eventi già verificatisi e che hanno riguardato perfino la banca
dei reali d’Inghilterra). Per quanto riguarda le garanzie relative
alla futura pensione ci sono altre zone d’ombra. Il lavoratore, ad
esempio, al momento della maturazione della pensione non può richiedere una
parte o tutto il capitale maturato a suo nome, ma deve convertirlo
obbligatoriamente in una pensione. Da questo momento a carico del neo
pensionato nasce un ulteriore rischio legato alla durata della sua vita. La
reversibilità in favore del coniuge non è prevista, a meno di pattuirla
anticipatamente al prezzo di un taglio consistente della pensione
complementare. Con la maturazione della pensione la pratica del pensionato
passa dal fondo Pensioni alla società assicurativa di fiducia che
trasformerà il capitale finale in pensione, in base agli attuali parametri
adottati dalle assicurazione e ai caricamenti previsti. Un affare per le
assicurazioni i cui costi sono a carico dei lavoratori. Una perdita per il
lavoratore che si deve sobbarcare nuovi oneri. Se si vuole qualcosa in più
come la pensione di reversibilità si deve ancora pagare.

L’operazione mediatica

Il meccanismo è semplice. La maggior parte degli interessati non deve sapere
a cosa sta andando incontro. La riforma è presentata come un atto dovuto,
sulla cui convenienza non si può e non si deve discutere. L’opzione
riguardante la destinazione del trattamento di fine rapporto è spacciata
universalmente come unico rimedio (dopo i tagli apportati negli anni
novanta) in grado di permettere ai giovani lavoratori una pensione
dignitosa. Una scelta senza via di ritorno. O si versa l’intero
ammontare dell’indennità di liquidazione in un fondo oppure si perde
la possibilità di integrare la pensione INPS garantita, che, ben che vada,
raggiungerà, grazie alle cosiddette riforme, al massimo (impossibile da
raggiungere) il 56% dell’ultimo stipendio, dopo 40 anni di lavoro e
almeno 65 di età. Questo è il ricatto. O rinunci alla liquidazione nella
speranza di integrare la pensione con una quota incerta, indeterminabile,
che dipende dall’andamento dei mercati finanziari mondializzati oppure
ti devi accontentare di una pensione da fame e del trattamento di fine
rapporto rivalutato di una parte dell’inflazione e di un minimo
d’interesse. Il secondo meccanismo per convincere i giovani lavoratori
a rinunciare all’indennità di fine rapporto è il bonus, il premio. Una
percentuale variabile dall’uno al tre per cento dello stipendio
mensile che il datore di lavoro dovrà versare nel fondo complementare del
lavoratore. Il dilemma del giovane lavoratore quindi è semplice. Se esercito
l’opzione e mi tengo l’indennità di fine rapporto perdo la
pensione integrativa e il contributo dell’azienda e dovrò
accontentarmi di una pensione da fame. Se decido di destinare la quota
mensile, dovrò versare le quote di liquidazione che maturano in un fondo
integrativo e sperare che siano bene amministrate in modo da ottenere alla
fine un’integrazione di pensione decente.

Il Laborfonds è veramente diverso dagli altri Fondi?

Assolutamente no! Come gli altri fondi deve avvalersi di gestori che
investono esclusivamente sui mercati finanziari internazionali. Il
Laborfonds è un fondo monocomparto che investe ben il 40% delle somme
raccolte in capitale ad alto rischio (azioni e altri titoli similari) e i
gestori interpellati non garantiscono la restituzione del capitale versato.
L’unico teorico vantaggio deriva dai contributi delle due province
autonome volti a ridurre le consistenti spese d’amministrazione e
gestione. Le garanzie le abbiamo viste sopra sono limitate al versamento di
due anni di contributi prima della pensione e al pagamento di due anni di
pensione nel caso di dissesto del fondo. Per il momento ci si deve
accontentare della promessa che tra qualche tempo si provvederà ad un
ulteriore comparto a basso profilo di rischio.

Riepiloghiamo i motivi per i quali riteniamo il sistema della previdenza
complementare una truffa.

Innanzi tutto il presupposto della legge è un falso.

Anche nel nuovo regolamento, approvato il 24 novembre 2005, all’art.1
si afferma che il “fine della legge è di assicurare più elevati
livelli di copertura previdenziale”. Si noti la differenza attraverso
l’uso del verbo “assicurare” piuttosto di
“garantire. Questa menzogna ha le gambe corte, non solo perché lo
scopo evidente ed esclusivo della controriforma è di trasferire una parte
dei redditi da lavoro dipendente ai mercati finanziari (altrimenti la
previdenza sarebbe garantita), ma anche perché se si volesse veramente
elevare le coperture previdenziali, basterebbe semplicemente garantire una
quota adeguata di pensione, attraverso l’INPS, senza la necessità di
creare una serie di costosissime strutture che non garantiscono nemmeno la
restituzione dei contributi versati. Non ci sarebbe stato bisogno della
scandalosa opera mediatica che coinvolge quasi tutte le istituzioni,
sindacato compreso. Ma facciamo un altro esempio di come si sarebbe potuta
risolvere la questione senza dirottare le risorse nei mercati finanziari
mondiali, assolutamente inaffidabili. Non era più semplice e molto meno
costoso approfittare del fondo unico nazionale di tutti i lavoratori
(L’INPS) già esistente ed investire i contributi in sicuri titoli di
stato del tipo per fare un esempio del: BTPi scadenza 15/09/2014,
cod.IT0003625909, dove lo stato garantisce agli investitori il 2,35 %
d’interesse e la rivalutazione al 100% in base all’inflazione
europea? Più della rivalutazione del TFR! La mala fede è evidente.

Le finalità truffaldine sono ancora più evidenti nel comma 2 dell’art.
1 della legge, dove si dichiara che “l’adesione alle forme
pensionistiche complementari disciplinate dal presente decreto è libera e
volontaria”. Sarebbe libera e volontaria se lo stato garantisse ai
giovani lavoratori una pensione dignitosa. Ma come abbiamo constatato, la
controriforma previdenziale garantisce pensioni medie che difficilmente
arriveranno al 40% dell’ultimo stipendio. Con la previsione di una
pensione da fame come può essere l’adesione libera e volontaria? Con
il ricatto dell’estromissione alla pensione complementare e ai
contributi aziendali nel caso non si accetti di destinare l’intera
indennità di fine rapporto al fondo pensionistico, come può essere
l’adesione libera e volontaria?

Cosa vi consigliamo?

Innanzi tutto consigliamo ai lavoratori interessati a non aderire alla
previdenza complementare e di tenersi stratta l’indennità di
liquidazione. In secondo luogo di far sentire la propria voce
all’interno di sindacati e partiti politici per creare un movimento di
pressione tale da assumere rilevanza mediatica senza la quale purtroppo di
questi tempi non si ottiene nulla.

Asterisco / Asterisk

www.coordinamentorsu.it
 

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