Cgia di Mestre: in nero il 3,4% tra i dipendenti.
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Tra il 1993 e il 2003, il lavoro sommerso è cresciuto in Italia del 3,4% tra i dipendenti e dell'1,2% tra gli autonomi.
E' quanto risulta da un'elaborazione della Cgia di Mestre.
Nel 2003 i lavoratori in «nero» in Italia erano 3.237.800: 2.664.500 dipendenti (pari all'82,3% del totale) ai quali si aggiungono 573.300 lavoratori autonomi (pari al 17,7% del totale).
Tra i dipendenti la percentuale di irregolarità arrivava al 15,5% ROMA - In dieci anni, ovvero tra il 1993 e il 2003, il lavoro sommerso è cresciuto in Italia del 3,4% tra i dipendenti e dell'1,2% tra gli autonomi. E' quanto risulta da un'elaborazione della Cgia di Mestre. Nel 2003 i lavoratori in «nero» in Italia erano 3.237.800: 2.664.500 dipendenti (pari all'82,3% del totale) ai quali si aggiungono 573.300 lavoratori autonomi (pari al 17,7% del totale). Se per gli autonomi cioè tra gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, e così via il tasso di irregolarità era dell'8,1% (ovvero, la % di lavoratori in «nero» sul totale dei lavoratori autonomi), tra i dipendenti la percentuale di irregolarità arrivava al 15,5% .
Insomma, il lavoro nero «alberga» più tra dipendenti, che hanno un secondo o un terzo lavoro, che tra gli autonomi. «Un dato molto significativo -commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre- che ci consente di fare un'importante considerazione sulle ipotesi che sono emerse in questi giorni dopo la nascita del nuovo Governo. Ovvero, l'intenzione di rimettere in ordine i conti pubblici attraverso una dura lotta all'evasione. Colpendo chi? Gli autonomi, naturalmente. Ebbene, questi dati, in maniera inoppugnabile, ci dicono che ad esercitare maggiormente l'attività sommersa sono i dipendenti e non gli autonomi. Pertanto, a nostro avviso, devono essere i primi a finire nel mirino dell'Amministrazione finanziaria e non i secondi».
20/5/2006
E' quanto risulta da un'elaborazione della Cgia di Mestre.
Nel 2003 i lavoratori in «nero» in Italia erano 3.237.800: 2.664.500 dipendenti (pari all'82,3% del totale) ai quali si aggiungono 573.300 lavoratori autonomi (pari al 17,7% del totale).
Tra i dipendenti la percentuale di irregolarità arrivava al 15,5% ROMA - In dieci anni, ovvero tra il 1993 e il 2003, il lavoro sommerso è cresciuto in Italia del 3,4% tra i dipendenti e dell'1,2% tra gli autonomi. E' quanto risulta da un'elaborazione della Cgia di Mestre. Nel 2003 i lavoratori in «nero» in Italia erano 3.237.800: 2.664.500 dipendenti (pari all'82,3% del totale) ai quali si aggiungono 573.300 lavoratori autonomi (pari al 17,7% del totale). Se per gli autonomi cioè tra gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, e così via il tasso di irregolarità era dell'8,1% (ovvero, la % di lavoratori in «nero» sul totale dei lavoratori autonomi), tra i dipendenti la percentuale di irregolarità arrivava al 15,5% .
Insomma, il lavoro nero «alberga» più tra dipendenti, che hanno un secondo o un terzo lavoro, che tra gli autonomi. «Un dato molto significativo -commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre- che ci consente di fare un'importante considerazione sulle ipotesi che sono emerse in questi giorni dopo la nascita del nuovo Governo. Ovvero, l'intenzione di rimettere in ordine i conti pubblici attraverso una dura lotta all'evasione. Colpendo chi? Gli autonomi, naturalmente. Ebbene, questi dati, in maniera inoppugnabile, ci dicono che ad esercitare maggiormente l'attività sommersa sono i dipendenti e non gli autonomi. Pertanto, a nostro avviso, devono essere i primi a finire nel mirino dell'Amministrazione finanziaria e non i secondi».
20/5/2006
Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Giugno 2006 10:10)




