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IL 10 GIUGNO MANIFESTEREMO A TORINO PDF Stampa E-mail
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lunedì 22 maggio 2006
IL 10 GIUGNO MANIFESTEREMO A TORINO

Un anno fa, nella notte dell'11 giugno, nella città della Mole una
squadraccia fascista armata di coltelli e bastoni si introdusse di
notte nella casa occupata Barocchio: due occupanti vennero
accoltellati. Uno di loro, l'intestino trapassato da un fendente,
dovette essere operato d'urgenza. Solo per un caso non c'è scappato
il morto.La settimana successiva, il 18 giugno, un corteo di
denuncia venne caricato in via Po dalla polizia che trasse in
arresto due manifestanti. Un mese dopo altri arresti. In totale 10
antifascisti, che trascorreranno un paio di settimane in carcere e,
in buona parte, altri cinque mesi ai domiciliari. Durante la fuga
dalla carica vennero danneggiati alcuni tavolini e
sedie di bar e una vetrina. Tutto questo è valso l'accusa
di "devastazione e saccheggio": un reato che costa dagli 8 ai 15
anni di reclusione.
Siamo di fronte a una vera e propria torsione politica del diritto:
semplici "danneggiamenti" danno luogo a un'imputazione da tempo di
guerra, da disastro epocale. Venne applicata per il disastro del
Vajont: 3.500 morti e tre paesi spazzati via.
Il 27 giugno comincerà il processo ai 10 antifascisti torinesi.
Questo processo ha una valenza che va ben la di là della Mole. Il
reato per il quale sono perseguiti e per cui rischiano lunghi anni
di detenzione, è, intrinsecamente, un reato di natura collettiva,
poichè prescinde dalle responsabilità individuali. L'accusa
di "devastazione e saccheggio" palesa la chiara volontà di
criminalizzare le manifestazioni di piazza. Non c'è uno straccio di
prova a carico dei 10 compagni. Ma che importa? A sentire i PM,
basterebbe l'intenzione. E che l'intenzione vi fosse lo deducono
dalle biografie politiche redatte dai funzionari di polizia. Detto
in altro modo: sono colpevoli perché anarchici o antagonisti, al di
là della responsabilità individuale sui fatti loro contestati.
Da qualche anno la magistratura applica le norme in modo follemente
estensivo per limitare la libertà di manifestare e di opporsi al
disordine costituito. Quando non basta ci pensa l'esecutivo ad
emanare leggi sempre più speciali che hanno esteso la categoria di
eversione al punto che anche la protesta pacifica contro un
provvedimento dello stato potrebbe rientrarvi.
Nelle lotte sociali, i reati che possono essere al limite contestati
(dalla resistenza al blocco stradale al danneggiamento
all'occupazione di edificio, ecc.) non portano con sé pene
particolarmente alte. Per questo l'apparato repressivo cerca di
inquadrare le proteste all'interno di fattispecie penali punite più
gravemente. Questo è il motivo del ricorso, ad esempio, ai reati
previsti dagli artt. 270 e 270bis c.p.
In tutta Italia oggi sono aperte inchieste nei confronti di realtà
che hanno posto la questione sociale (casa, reddito, accoglienza
degli stranieri), tutte inchieste accomunate dall'uso degli artt.
270 e 270bis del codice penale, associazione sovversiva e
associazione finalizzata all'eversione dell'ordine democratico.
Il fatto che venga punita la mera associazione rende queste
fattispecie utilizzabili in modo ampio ed esse possono colpire anche
soggetti che non abbiano commesso alcun reato; l'applicazione di
queste fattispecie presuppone, però, la dimostrazione della
sussistenza appunto di un'associazione, di una stabile struttura, e
della finalità politica che va oltre i singoli fatti eventualmente
commessi dagli associati. I tentativi di criminalizzare
l'opposizione politica e sociale con l'utilizzo e l'estensione
infinita dei reati di natura associativa è sinora sostanzialmente
fallita.
Il caso di Torino spicca nel panorama repressivo, perché la procura
della repubblica sta provando ad imboccare una strada nuova, in fase
di sperimentazione nel processo di Genova per i fatti del G8, e che
in Piemonte si cerca di affinare.
Da un reato di organizzazione, la magistratura torinese cerca oggi
di passare all'utilizzo di un reato di piazza, come quello di
devastazione e saccheggio. La valenza repressiva di quest'operazione
è molto forte e denuncia una tentazione autoritaria che mette in
pericolo la libertà di tutti.
Quest'accusa può colpire in astratto tutti i soggetti partecipanti
ad una manifestazione, indipendentemente dal fatto che abbiano
compiuto atti specifici. Il passaggio da danneggiamento a
devastazione e da furto a saccheggio fa sì che il reato divenga
collettivo, venga cioè imputata una sorta di responsabilità
collettiva a tutti quelli che, partecipando alla manifestazione,
avrebbero consentito, voluto, fors'anche programmato eventuali
danneggiamenti. Chi partecipa a una manifestazione per questo solo
fatto viene investito da un reato gravissimo.
Se il teorema dei magistrati torinesi Laudi e Tatangelo dovesse
passare, i primi a pagare sarebbero i nostri compagni, ma subito
dopo sarebbe il turno dei valsusini, degli antifascisti milanesi
incarcerati l'11 marzo e di chiunque manifesti pubblicamente la
propria opposizione all'ordine costituito.
Gli antifascisti arrestati a Milano per la manifestazione dell'11
marzo contro l'indecente sfilata fascista nel centro della città
sono accusati di "devastazione e saccheggio".
I No Tav, che l'8 dicembre a Venaus, in Val Susa, si ripresero i
terreni sgomberati con la violenza dei saccheggiatori e devastatori
della lobby tavista, sono inquisiti per "devastazione e saccheggio".
Con questo delirio giuridico si vuole colpire e criminalizzare la
mera partecipazione alle manifestazioni, si vuole attaccare la
libertà di partecipare attivamente alle lotte esprimendo le proprie
idee.
Di fronte alle violenze fasciste, alla predazione delle risorse e
dei beni comuni, allo sfruttamento selvaggio, al razzismo che si fa
legge, alla guerra e al militarismo in questi anni sono scesi in
piazza milioni di uomini e donne.
In Italia ci sono 9000 procedimenti in corso contro i protagonisti
delle lotte sociali. Chi si batte per la casa, il reddito, la
libertà di circolazione¦ chi si oppone ai CPT-lager, alla predazione
delle risorse e dei beni comuni, allo sfruttamento, alla precarietà,
alla guerra, al militarismo finisce nel mirino di polizia e
magistratura.
I fatti di Torino sono prove tecniche di regime alle quali tutti
coloro che hanno a cuore la libertà e la giustizia sociale devono
opporsi con fermezza e determinazione.
Facciamo appello a essere in piazza Torino il 10 giugno: c'è in
gioco la libertà di poter manifestare pubblicamente il proprio
pensiero.

L'antifascismo non si arresta.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana -
FAI
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