Venerdì 5 Maggio 06 ore 15.00 è stato rioccupato il multisala Astra di viale Ionio 225
contro le speculazioni_per l'accesso libero alla cultura_per liberare spazi
LA FELICITA' NON SI PAGA SI STRAPPA Appello per la rivendicazione di spazi pubblici per la cultura a Roma
In ogni tipo di linguaggio, ciò che consente di produrre senso non è soltanto il simbolo o la parola, ma anche leffettiva e determinata materialità del supporto nel quale simbolo e parola si iscrivono. Disegnare sul corpo con i tatuaggi è altro da scrivere una lettera, un film è sempre una cosa diversa dal romanzo da cui è tratto. L'apertura di uno spazio pubblico per la cultura è un processo di scrittura collettiva sulla topografia urbana e sullimmaginario collettivo di una città. Scrittura del possibile e del non ancora, nella materia di cui sono fatti i sogni. In questi anni, a Roma, linatteso è accaduto varie volte. Si riapre un luogo, che al Mercato non interessa, perché non garantisce i rendimenti promessi, o perché i manager di casa nostra, forse troppo impegnati nel dosare i portafogli delle speculazioni più redditizie, non hanno sufficiente immaginazione. Poi, il fatto stesso che sia attraversato, la tensione e i desideri dei tanti che vi circolano magari solo per una sera, finiscono per indicare la missione di quel luogo dentro il tessuto sociale della città. E successo perlomeno due volte, in periferia e al centro, negli ultimi 3 anni, all'Astra occupato di viale Ionio 209 ed allAngelo Mai del Rione Monti. Due vicende, luna amaramente chiusa (anche se con una parziale vittoria) nel settembre 2004, laltra che si cerca, proprio in questi giorni, di chiudere brutalmente. In entrambi i casi si sa anche chi è lassassino: nel primo il tycoon cinematografico Aurelio De Laurentiis, nel secondo l'assessore al patrimonio del Comune di Roma, Claudio Minelli, volto di un'operazione mercantile opaca, e di una gestione dei beni collettivi ottusa. Se citiamo queste due esperienze di occupazione, tra la tante altre, antiche e recenti, è perché abbiamo in mente un dato tipo di spazio architettonico. Abbastanza insolito da non vincolare a percorsi obbligati, ma abbastanza vasto e articolato da consentire la sperimentazione e l'incrocio di traiettorie artistiche e sociali di tipo differente. Non costruito per lo scopo per il quale viene ora utilizzato, ma, proprio per questo, ambiente dove limmaginazione produttiva può utilizzare gli scarti tra uso e funzione, tra spazio architettonico e spazio espressivo, per fabbricare dei mondi. Il principale dato statistico utilizzato nella campagna elettorale del sindaco Veltroni è la crescita del PIL di Roma nellultimo anno, 4% contro il segno 0% della media nazionale. Ci siamo pure noi dentro questa crescita di ricchezza produttiva. Anche se non ci potrà mai racchiudere in questa valutazione quantitativa. Perché la ricchezza degli affetti, dei desideri, dei simboli, dei segni, delle immagini e delle parole che circolano dentro le produzioni indipendenti e orizzontali di cultura non può venir misurata da una statistica economica. I teatranti, i lavoratori precari dello spettacolo, le krew, i mediattivisti, i registi e i musicisti autoprodotti, i giocolieri, le danzatrici, i graffitari, gli hackers riempiono tutti i vuoti, tutti gli interstizi della città e riescono a lavorare e a produrre anche in tempi di dimezzamento dei fondi per lo spettacolo. Probabilmente gli unici, tra i precari, talvolta fieri ed orgogliosi di esserlo. Insomma, ci siamo anche noi, contro e dentro nello stesso tempo. Contro il capitalismo culturale, che sfrutta e utilizza il prestigio fornito alla città dai grandi eventi e dalle grandi istituzioni culturali per alimentare il meccanismo del marketing dell'immaginario, e anche per far crescere lappetibilità e il valore degli immobili. Dentro, nelle Notti Bianche e negli Auditorium multifunzionali, perché sono i nostri linguaggi espressivi che raggiungono le folle di notte, noi gli artisti che vi lavorano, nostre idee gli spazi innovativi che sperimentano in periferia e nelle ombre architettoniche del centro storico. I teatri stabili poggiano sulla nostra disponibilità, di corpi e di spazi. L'enorme qualità dell'offerta cittadina, la cultura contemporanea, non avrebbero avuto lo stesso segno pluralista se i centri sociali non avessero reso del tutto ovvio, anche nelle più lontane periferie, lo stile della contaminazione e della coesistenza tra diversi linguaggi espressivi. Ciò di cui stiamo parlando è lesatto contrario del ghetto. Per esempio, tanto allAstra occupato ieri quanto allAngelo Mai oggi, l'apertura di uno spazio ha generato loccasione per una circolazione di istanze e progetti che, tanto dal punto di vista sociale che dal punto di vista anagrafico costituivano un vero ibrido sociale, quasi altrettanto ampio dei profili sociali che circolano nella città intera e nei suoi quartieri. Con la sola particolarità che le differenze, invece di tollerarsi tra loro, stavolta interagiscono, fraternizzano, creano. Insomma, ci siamo anche noi, e chiediamo spazio, riconoscimento, dignità. Perché siamo stufi di essere coloro che mettono in campo traiettorie ed idee che vengono, poi, graziosamente selezionate nelle sedi istituzionali e imprenditoriali e, alla fine, al limite, uno su mille ce la fa a diventare famoso. Chiediamo spazio, e chiediamo anche di partecipare, mediante socializzazione degli spazi e dei fondi, alla ripartizione dei ricavi dell'investimento pubblico. Vogliamo far valere il diritto a continuare la lotta per cambiare la città. La felicità non si paga, si strappa.
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