.: Italia Alternativa :.
.: Friday 21 November 2008 :.
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| arresto Provenzano: masse siciliane esultano |
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| Wednesday 26 April 2006 | ||||||||
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Il boss dei boss, latitante da quasi 43 anni, era nascosto nella sua città di Corleone Arrestato Provenzano. Esultano le masse popolari siciliane Ai poliziotti ha detto: "Non immaginate che danno fate". Trovati nel covo volantini elettorali di Cuffaro Il procuratore Grasso: latitanza coperta da politici Dal nostro corrispondente della Sicilia Finalmente, dopo 43 anni di latitanza, Provenzano il capo di "Cosa nostra", detto "Binnu 'u tratturi" cioè "Bernardo il trattore" per la ferocia che lo contraddistingue, sono 137 gli omicidi ufficialmente a suo carico, è stato catturato. Il mafioso attualmente è detenuto nel carcere di Terni, dove verrà interrogato dai magistrati nei prossimi giorni. Non appena arrestato il capomafia ha lanciato un enigmatico "Non sapete quello che fate" agli agenti, e poi si è rinchiuso in un silenzio omertoso. La gioia dei siciliani per questo straordinario risultato è esplosa incontenibile ad ennesima riprova del profondo odio reciproco tra mafiosi e il popolo siciliano che troppi morti innocenti ha dovuto sopportare per mano di queste bestie. La folla riunitasi davanti alla Questura di Palermo urlava a Provenzano "Bastardo. Assassino". Un giudizio pienamente meritato. Per strada a Palermo, anche il giorno dopo l'arresto, la gente non si tratteneva dalla gioia e dai commenti sprezzanti all'indirizzo di quello che viene definito continuamente "cornuto", ovvero, in palermitano, "disonesto". Sembrava di rivivere la stessa atmosfera di quando fu arrestato Riina o fu ammazzato Lima, occasioni in cui la gente a Palermo brindava. La cattura di Provenzano ha anche scatenato la solidarietà e l'entusiasmo in ogni parte d'Italia. Dall'11 aprile la Procura di Palermo, riceve giornalmente centinaia di messaggi di ringraziamento. Provenzano nella sua lunga latitanza, che durava ufficialmente dall'8 settembre 1963, era il capomafia riconosciuto in tutta la Sicilia. Come spietato killer, ha avuto un ruolo da protagonista nell'ascesa del clan dei corleonesi, l'area più violenta e stragista della mafia siciliana, che ha conquistato la supremazia sulle altre cosche dopo una lunga e sanguinosa guerra parallela ad una serie di attentati contro magistrati, uomini delle forze dell'ordine, personalità pubbliche impegnate contro la mafia e perfino tesori del patrimonio artistico nazionale. Dopo l'arresto di Riina, insieme al quale era stato al servizio del boss corleonese Luciano Liggio, deceduto da qualche anno, Provenzano guidava "Cosa nostra". Di fatto la lunga latitanza non avrebbe potuto essere neanche pensabile senza la fitta rete di coperture dei cosiddetti "colletti bianchi" di cui disponeva e che si spera possano essere finalmente svelate, con nomi e cognomi, grazie all'archivio sequestrato nel covo del mafioso. Il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, aveva detto nel corso della conferenza stampa a fine del 2005 "La latitanza di Provenzano la coprono rappresentanti delle professioni, la coprono politici, imprenditori, forze di polizia. Dall'indagine sulla sua ricerca sono emerse tutte queste categorie, quindi non è soltanto una copertura da parte di un'organizzazione criminale, ma è una copertura che viene da intere fasce sociali". Un esempio di come funzionava questa rete di coperture: gli unici nastri con la voce di Provenzano, registrata durante delle intercettazioni ambientali, erano stati fatti sparire anni fa dagli archivi del tribunale di Agrigento. Il mafioso comunicava quasi esclusivamente tramite i cosiddetti "pizzini", letteralmente "fogliettini" portati a mano da una rete di "postini" di "Cosa nostra". La "via dei pizzini", come è stata chiamata, funzionava sul modello di una ferrovia metropolitana e un "pizzino", per partire e tornare da Provenzano, poteva impiegare anche 10-15 giorni. Alla fine del gennaio 2005, con una cinquantina di arresti, la Procura di Palermo aveva inferto un duro colpo alla rete di comunicazione messa in piedi da Provenzano. In quella occasione la Procura si accorse che gli intermediari che a vari livelli smistavano i "pizzini", gravitavano intorno ad alcuni centri del palermitano dove si trovavano le stazioni di scambio. In una masseria nel comune di Ciminna, che era il capolinea della "via dei pizzini" a una quarantina di chilometri dal capoluogo siciliano, dal 1994 al 2001, Provenzano avrebbe tenuto le sue riunioni e avrebbe avuto uno dei suoi rifugi preferiti. Il 30 gennaio del 2001 la Polizia vi aveva fatto irruzione, arrestando Antonino Spera ma mancando di un soffio Provenzano. A questo punto la roccaforte del mafioso diventa, secondo la Procura di Palermo, Bagheria, il più popoloso Comune del palermitano, a venti chilometri dal capoluogo, dove una società di autotrasporti dell'azienda Icre, diviene per anni il suo quartier generale, teatro di interrogatori, torture ed esecuzioni. Proprio da Bagheria Provenzano sarebbe partito alcuni mesi fa in auto per andare ad operarsi in Francia, in un ospedale di Marsiglia, con complicità che si suppongono ad alti livelli istituzionali. Che le coperture alla latitanza di Provenzano siano state anche nelle istituzioni borghesi lo dice il Procuratore Grasso, ma si evince anche da un fatto eclatante. Nel 1995 Provenzano teneva le sue riunioni in un casale di Mezzojuso, sempre nella provincia di Palermo. Luigi Ilardo, un boss mafioso di Caltanissetta che collaborava segretamente con i Carabinieri, aveva proposto al colonnello dei ROS Michele Riccio di catturare Provenzano proprio durante uno di quei summit, cui lui stesso partecipava. Il 31 ottobre 1995 il piccolo gruppo di Carabinieri che era stato messo a sorvegliare il casolare vide arrivare, tra gli altri Provenzano. Ma, sembra dopo una concitata telefonata con i loro superiori, i militari non ottennero il permesso di intervenire. Non si può non supporre che sia mancata in questo caso la volontà politica di procedere all'arresto. Poco dopo il collaboratore di giustizia Ilardo viene ucciso dalla mafia. Adesso dopo la cattura di Provenzano la polizia scientifica è impegnata in minuziosi rilevamenti per individuare tracce biologiche o impronte che possano consentire di identificare chi ha frequentato il casolare offrendo assistenza al boss latitante. Di pizzini in quel covo ne sono stati trovati oltre 100. Si tratta di messaggi inviati da capifamiglia di vari mandamenti mafiosi della Sicilia che si rivolgono a Provenzano per chiedere consigli e per informarlo degli affari e degli "incassi" provenienti dagli appalti truccati e dal racket delle estorsioni. È un "archivio" che viene definito "interessante" dagli inquirenti "Quei pizzini trovati nella masseria dove abbiamo arrestato Provenzano sono una vera e propria miniera per le nostre indagini. Oltre a quelli 'personali', da e per la famiglia, ne abbiamo trovati anche 'professionali', i suoi contatti con il mondo esterno, il mondo degli affari delle famiglie di Cosa nostra. E su questi ultimi abbiamo trovato nomi nuovi in codice di uomini d'onore e di imprenditori che chiedono protezione e raccomandazioni, e che ci consentiranno di ricostruire una mappa aggiornata della mafia". Intanto nel covo passato al setaccio sono stati trovati dei facsimile elettorali di Cuffaro e di Nuova Sicilia, il partito di Nicolosi, sindaco di Corleone, ma anche partito dell'ex-assessore al territorio del governo Cuffaro, Bartolo Pellegrino, costretto alle dimissioni proprio per avere usato parole offensive verso gli agenti impegnati nella lotta alla mafia. I facsimile sono stati rinvenuti e poi mostrati da un cronista che per questo atto legittimo è stato oggetto di un vergognoso linciaggio politico. Tale linciaggio è nato da un mero pretesto: il giornalista avrebbe trovato i facsimile arrotolati dentro un barattolo e li avrebbe messi sul tavolo per mostrarli alle telecamere. Cuffaro, per tentare una difesa, in una conferenza stampa ha gridato al complotto politico poiché si è consentito al giornalista di spostare i facsimile dal barattolo e mostrarli al pubblico. Però è inutile girarci intorno. I facsimile dentro un barattolo o su un tavolo stavano comunque nel covo di Provenzano. L'esistenza di un qualsiasi facsimile di un qualsiasi partito in un covo di mafia non avrebbe potuto destare sospetti così pesanti, se non ci fossero altri elementi che indicano un rapporto con la mafia. Nel caso del presidente della regione il ritrovamento dei facsimile, in qualsiasi modo siano arrivati lì, non può che aumentare i sospetti sui rapporti poco chiari di Cuffaro di cui si hanno già da tempo numerosi indizi. Ricordiamoci che, non a caso, il presidente della regione è imputato in un processo per mafia. Per cui da parte nostra l'indignazione di Cuffaro è ridicola e fuori luogo ed esprimiamo la massima solidarietà al giornalista che ha svolto solo il suo dovere di cronaca. Noi del PMLI speriamo che l'arresto di Provenzano sia l'occasione per andare fino in fondo nell'accertamento dei legami più o meno diretti tra politicanti borghesi, mafia ed imprenditori corrotti. www.pmli.it
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