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venerdì 07 aprile 2006
In vista dei mondiali di calcio, sponsorizzati dalla compagnia di
Atlanta
ISPETTORI AMICI PER LA COCA COLA
Per smorzare le campagne di boicottaggio l'azienda vuol far visitare
dall'Ilo le sue fabbriche in Colombia, in modo da smentire le accuse
di violazione dei diritti umani

Cartellino rosso per la Coca Cola, sponsor dei Mondiali di calcio
che si terranno in Germania a giugno. Ad alzarlo per primi gli
attivisti dell'associazione inglese waronwant.org, che in occasione
del tour propagandistico londinese della Coppa del mondo, hanno
accolto il trofeo al grido: «E' ora che la Coca Cola giochi pulito».
Anche in Italia la Reboc continua la sua campagna di boicottaggio
contro la Company, accusata dal Sinaltrainal (sindacato dei
lavoratori dell'agroindustria colombiani) di violare i diritti umani
e sindacali negli stabilimenti che imbottigliano il prodotto in
Colombia.
Otto sindacalisti e quattro loro familiari assassinati, 48 costretti
a fuggire e vivere sotto falsa identità, 65 minacciati di morte, sei
arrestati in base a false denunce della multinazionale e poi
rilasciati per non aver commesso il fatto; salari al di sotto dei
minimi legali, inquinamento ambientale e delle falde acquifere
causato dalla lavorazione del prodotto. Denunce simili cominciano ad
arrivare anche da India, Turchia, Pakistan e Centroamerica.

Un benvenuto a Roma
Il 9 e 10 aprile il tour della Coppa del mondo attraverserà Roma e
gli attivisti della Reboc, come avvenuto per le fiamma olimpica, si
preparano a dare il «benvenuto» all'ennesimo evento sponsorizzato
Coke. Le contestazioni minacciate dalla Reboc - che potrebbero
coinvolgere anche le fonti dell'acqua minerale di Rionero in
Vulture, recente acquisto di Coca Cola - sarebbero la risposta alla
diserzione di un accordo che prevedeva entro marzo l'invio di una
delegazione italiana in Colombia.
Un accordo è stato sottoscritto nel settembre scorso dal sindaco di
Roma Walter Veltroni e da Nicola Raffa, responsabile Coca Cola per
l'area del Mediterraneo, insieme all'assessore regionale Luigi Nieri
e ai presidenti dei municipi XI e X Massimiliano Smeriglio e Sandro
Medici. L'intesa - che aveva fatto rientrare la minaccia di non
permettere al tedoforo di attraversare i due municipi romani -
ribadiva la necessità di verificare direttamente, con una
delegazione inter-istituzionale e con rappresentanti della società
civile, le condizioni di lavoro e di rispetto dei diritti umani e
sindacali negli impianti colombiani. Ma la lista dei partecipanti
proposta da Nieri al portavoce della Coca Cola in Italia è stata
rispedita al mittente perché, secondo Raffa, le sue modalità non
corrispondono all'accordo sottoscritto.
Intanto dagli Usa arriva la notizia che potrebbe essere
l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) a condurre in
Colombia un «sopralluogo» negli impianti che nel paese andino
imbottigliano i prodotti Coca Cola. A richiederlo è Ed Potter,
attuale responsabile delle relazioni internazionali con i sindacati
per la company di Atlanta e l'Unione internazionale dei lavoratori
dell'agroindustria (Iuf). Ed Potter è la stessa persona che da 15
anni, e contemporaneamente all'incarico in Coke, ricopre all'Ilo la
carica di rappresentante dei datori di lavoro in Usa.
Probabilmente i vertici della multinazionale sono preoccupati per
l'avanzata della campagna di boicottaggio che negli Usa - dopo il
ritorno da Bogotà di Hiram Monserrate, consigliere comunale di New
York, con un elenco di 179 violazioni dei diritti umani riscontrate
all'interno degli stabilimenti in questione - ha coinvolto 23
università, tra cui quelle di New York e del Michigan, che hanno
annullato con Coke contratti per milioni di dollari. In questo senso
una missione in Colombia di un'organizzazione internazionale
ritenuta «autorevole ed imparziale», potrebbe sembrare un passo
avanti verso un'indagine indipendente.
Ma per l'International labor rights fund (Ilrf) - che da Washington
fornisce assistenza legale al Sinaltrainal nel processo che vede
alla sbarra, in Florida, le imprese del paese andino affiliate alla
multinazionale - si tratta di «un'altra mossa della Coca Cola per
negare e rinviare l'assunzione di responsabilità per le violazione
dei diritti umani in Colombia».
Terry Collingsworth, direttore esecutivo dell'Ilrf , non ha
dubbi: «Coca Cola non permetterà nessun processo che essa stessa non
possa controllare», e lo esplicita chiaramente in un documento,
redatto insieme all'avvocato del Sinaltrainal, Dan Kavalik, e
pubblicato sul sito dell'organizzazione (www.laborrights.org).
Passato alle dipendenze della Coca Cola, senza abbandonare
l'incarico all'Ilo, uno dei primi impegni di Potter è stato quello
di formare una commissione che indagasse in Colombia sulla
complicità tra Coca Cola e paramilitari dopo l'assassinio di otto
sindacalisti, tra cui quello di Isidro Gil, avvenuto all'interno
dello stabilimento di Carepa. Della commissione dovevano far parte
rappresentanti delle maggiori università e delle organizzazioni dei
diritti umani tra cui l'United students against sweatshops e il
Worker rights consortium. Ma anche Potter stesso pretendeva di farne
parte così, quando la commissione, per dimostrare di essere
realmente indipendente, lo ha escluso dal gruppo, la commissione
stessa è saltata.
Dopo l'assassinio di Gil per mano di paramilitari «assoldati dalla
dirigenza della Coca Cola», la company creò il Sintrainagro,
un «sindacato giallo affiliato allo Iuf», molto attivo
nell'«invitare» i lavoratori alle manifestazioni pro-Coca Cola.
Ed Potter adesso riparte alla carica coinvolgendo lo Iuf, che l'Ilrf
considera alleato della Coca Cola, e insieme chiedono l'intervento
dell'Ilo. «L'International labour organization - precisano
Collingsworth e Kavalik - ha rifiutato per anni la creazione di una
commissione di inchiesta che esaminasse la situazione in Colombia,
grazie anche alle pressioni di Potter e del governo colombiano per
bloccarla». L'improvvisa propensione della company a chiedere
all'Ilo una cosa che non ha mai voluto fare prima, secondo i
redattori del documento, non può significare altro che Coca Cola è
molto fiduciosa sui risultati dell'inchiesta, ancor prima che parta.

MARINA ZENOBIO
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