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La giustizia non è e non sarà più uguale per tutti PDF Stampa E-mail
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venerdì 07 aprile 2006
*La giustizia non è e non sarà più uguale per tutti*

In merito alla tragedia del piccolo Tommaso Onofri, i politici in
campagna si sono scatenati nelle solite chiacchiere da bar. Si va
dall'esplicita richiesta della pena di morte - il leghista Pirovano,
Mussolini e sodali neofascisti - a Casini che fa una dichiarazione molto
ambigua su pena di morte e cattolicità, alla richiesta di lavori forzati
a vita da parte di Baccini dell'UDC.


di Gennaro Carotenuto



Fa eccezione Francesco Rutelli. A Fabriano ha dichiarato: "Il governo
non ha fatto, come noi avevamo proposto, delle norme più severe per chi
è colpevole di reati così atroci". E' una dichiarazione con scarso senso
- della serie, cosa possiamo fare per lanciare il sasso e nascondere la
mano? - che ha offerto il fianco perfino al pessimo Castelli. Questo ha
facilmente affondato: "Da un punto di vista meramente logico, la pena
più severa prevista dagli ordinamenti giudiziari mondiali rispetto
all'ergastolo è la pena di morte. Se ne deduce che Rutelli ci rimprovera
di non averla introdotta e che evidentemente lui ne auspica
l'introduzione. Ne prendiamo atto, ma ci domandiamo se Prodi sia
d'accordo o meno su ciò". Insomma, 1-0 per la squadra in camicia verde e
palla al centro.

Rutelli è uomo prudente. Sulla giustizia e su molte delle sedicenti
"riforme" berlusconiane, ha da sempre una posizione che considera
giudiziosa: per lui non è possibile smantellarle. Secondo il candidato
dell'Ulivo nelle elezioni 2001, farlo sarebbe imprudente perché il paese
soffrirebbe dal liberarsi delle pessime leggi volute da Berlusconi e
sodali. Ciò sarebbe vero soprattutto in materia di giustizia. Dimentica
Rutelli che forse la giustizia è il territorio dove meglio si è
esercitata l'idea oligarchica di società che è dietro l'intero progetto
berlusconiano figlio del "Piano di rinascita democratica" di Licio Gelli
e della P2.

Per Berlusconi "la legge NON è uguale per tutti" ed ha lavorato per
cinque anni perché così fosse. Lo ha fatto sì perché ne aveva disperato
bisogno, ma anche perché una giustizia a parte per gli ottimati
rappresenta perfettamente la sua visione di mondo. Lo ha dimostrato
mille volte, dal falso in bilancio alla Cirami.

La troppa prudenza di Rutelli dunque fa brutti scherzi. Il capo della
Margherita quindi ha scelto, sul caso Alessi (condannato in primo e
secondo grado per stupro, ma dopo cinque anni l'infanticida del piccolo
Tommasi era ancora in libertà), una linea di attacco fallace ed
omissiva. Il centro sinistra avrebbe chiesto pene più dure
dell'ergastolo, il ché, essendo improponibile la pena di morte, non
significa nulla. Perché non significa nulla l'attacco di Rutelli e cosa
avrebbe potuto dire?

L'unica cosa che poteva e doveva dire Rutelli era denunciare cinque anni
di politica tutta pro reo del governo delle destre. Ecco cosa succede
-avrebbe dovuto colpire Rutelli- con un governo che criminalizza
sistematicamente la magistratura. Mentre le televisioni berlusconiane, a
partire dal TG2, fanno campagna attaccando vomitevolmente quei
magistrati che hanno "perso tempo" ad indagare su Paolo Onofri, Rutelli
fa esercizio di moderazione e non domanda a Berlusconi o a Castelli
perché Alessi è fuori dal carcere. Sarebbe stata l'unica domanda consona.

Ebbene: Alessi era fuori dal carcere per lo stesso motivo per il quale
sono fuori dal carcere Tanzi, Previti, dell'Utri e Berlusconi stesso.

Ecco cosa succede -non ha detto Rutelli- quando per coprire i delitti
degli ottimati si tracima fino a favorire i crimini che si commettono
nella suburra. "Difendendo Berlusconi, Previti e dell'Utri il governo ha
permesso ad Alessi di uccidere Tommaso Onofri", avrebbe dovuto dire
Rutelli.

Ma Rutelli è un signore e non lo ha fatto. Troppo pulp a una settimana
dal voto? No. Rutelli doveva parlare, dire qualcosa per fare vedere di
dire qualcosa, ma senza modificare la linea di sostanziale appeasement
con la visione berlusconiana di giustizia.

Il capo della Margherita ha preferito quindi omettere la verità. Non ha
affondato il coltello, evitando l'insopportabile accusa di
"giustizialista" come replica.

Rutelli, che finge di attaccare ma in realtà non attacca, è il simbolo
di una delle più perniciose anomalie dell'Italia berlusconiana: una
destra ipergarantista e una sinistra pseudogiustizialista che, lungi
dall'esserlo, impegna tutta se stessa per rifuggere dall'accusa.

Entrambe le parti sono coscienti dell'eccentricità della situazione. Per
rifarsi -è nella sua natura come per lo scorpione della fiaba- la destra
se la prende con tossici e clandestini mentre la sinistra diventa ogni
giorno più miope.

La premessa ideologica del berlusconismo, quella per la quale i crimini
commessi dai ricchi non creano allarme sociale e quindi non vanno
colpiti, è stata più volte smentita in questa legislatura, per esempio
con il caso Tanzi/Parmalat. Il centrosinistra non è capace di offrire
una sua visione di mondo. Parma per Parma, tra il crimine di Alessi e
quelli di Tanzi, non è possibile fare paragoni. Ma l'allarme sociale
causato dal secondo -che ha ridotto in miseria decine di migliaia di
piccoli risparmiatori- non è minore. Il centrosinistra si lascia mettere
in un angolo per le tasse, e si difende flebilmente. E si difende
flebilmente perché non ha il coraggio di dire che un Tanzi è più
pericoloso di una tassa che serve per fare cose concrete come anche dare
alla giustizia la possibilità di mettere prima Alessi in galera. Questa
destra è criminale. Tiene un Alessi fuori perché anche Tanzi (o Previti)
restino fuori. Ha paura dei magistrati che devono prendere gli Alessi e
i Tanzi più che dell'orco Alessi stesso. Ma non aspettatevi che sia
Rutelli a dirvelo.

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