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mercoledì 05 aprile 2006
Coca-cola e diritti umani





Cartellino rosso per la Coca Cola, sponsor dei Mondiali di calcio che si
terranno in Germania a giugno. Ad alzarlo per primi gli attivisti
dell¹associazione inglese waronwant.org, che in occasione del tour
propagandistico londinese della Coppa del mondo, hanno accolto il trofeo al
grido: «E¹ ora che la Coca Cola giochi pulito». Anche in Italia la Reboc
continua la sua campagna di boicottaggio contro la Company, accusata dal
Sinaltrainal (sindacato dei lavoratori dell¹agroindustria colombiani) di
violare i diritti umani e sindacali negli stabilimenti che imbottigliano il
prodotto in Colombia.

Otto sindacalisti e quattro loro familiari assassinati, 48 costretti a
fuggire e vivere sotto falsa identità, 65 minacciati di morte, sei arrestati
in base a false denunce della multinazionale e poi rilasciati per non aver
commesso il fatto; salari al di sotto dei minimi legali, inquinamento
ambientale e delle falde acquifere causato dalla lavorazione del prodotto.
Denunce simili cominciano ad arrivare anche da India, Turchia, Pakistan e
Centroamerica.

Il 9 e 10 aprile il tour della Coppa del mondo attraverserà Roma e gli
attivisti della Reboc, come avvenuto per le fiamma olimpica, si preparano a
dare il «benvenuto» all¹ennesimo evento sponsorizzato Coke. Le contestazioni
minacciate dalla Reboc - che potrebbero coinvolgere anche le fonti
dell¹acqua minerale di Rionero in Vulture, recente acquisto di Coca Cola -
sarebbero la risposta alla diserzione di un accordo che prevedeva entro
marzo l¹invio di una delegazione italiana in Colombia.
Un accordo è stato sottoscritto nel settembre scorso dal sindaco di Roma
Walter Veltroni e da Nicola Raffa, responsabile Coca Cola per l¹area del
Mediterraneo, insieme all¹assessore regionale Luigi Nieri e ai presidenti
dei municipi XI e X Massimiliano Smeriglio e Sandro Medici. L¹intesa - che
aveva fatto rientrare la minaccia di non permettere al tedoforo di
attraversare i due municipi romani - ribadiva la necessità di verificare
direttamente, con una delegazione inter-istituzionale e con rappresentanti
della società civile, le condizioni di lavoro e di rispetto dei diritti
umani e sindacali negli impianti colombiani. Ma la lista dei partecipanti
proposta da Nieri al portavoce della Coca Cola in Italia è stata rispedita
al mittente perché, secondo Raffa, le sue modalità non corrispondono
all¹accordo sottoscritto.

Intanto dagli Usa arriva la notizia che potrebbe essere l¹Organizzazione
internazionale del lavoro (Ilo) a condurre in Colombia un «sopralluogo»
negli impianti che nel paese andino imbottigliano i prodotti Coca Cola. A
richiederlo è Ed Potter, attuale responsabile delle relazioni internazionali
con i sindacati per la company di Atlanta e l¹Unione internazionale dei
lavoratori dell¹agroindustria (Iuf). Ed Potter è la stessa persona che da 15
anni, e contemporaneamente all¹incarico in Coke, ricopre all¹Ilo la carica
di rappresentante dei datori di lavoro in Usa.
Probabilmente i vertici della multinazionale sono preoccupati per l¹avanzata
della campagna di boicottaggio che negli Usa - dopo il ritorno da Bogotà di
Hiram Monserrate, consigliere comunale di New York, con un elenco di 179
violazioni dei diritti umani riscontrate all¹interno degli stabilimenti in
questione - ha coinvolto 23 università, tra cui quelle di New York e del
Michigan, che hanno annullato con Coke contratti per milioni di dollari. In
questo senso una missione in Colombia di un¹organizzazione internazionale
ritenuta «autorevole ed imparziale», potrebbe sembrare un passo avanti verso
un¹indagine indipendente.

Ma per l¹International labor rights fund (Ilrf) - che da Washington fornisce
assistenza legale al Sinaltrainal nel processo che vede alla sbarra, in
Florida, le imprese del paese andino affiliate alla multinazionale - si
tratta di «un¹altra mossa della Coca Cola per negare e rinviare l¹assunzione
di responsabilità per le violazione dei diritti umani in Colombia».
Terry Collingsworth, direttore esecutivo dell¹Ilrf , non ha dubbi: «Coca
Cola non permetterà nessun processo che essa stessa non possa controllare»,
e lo esplicita chiaramente in un documento, redatto insieme all¹avvocato del
Sinaltrainal, Dan Kavalik, e pubblicato sul sito dell¹organizzazione
(www.laborrights.org).

Passato alle dipendenze della Coca Cola, senza abbandonare l¹incarico
all¹Ilo, uno dei primi impegni di Potter è stato quello di formare una
commissione che indagasse in Colombia sulla complicità tra Coca Cola e
paramilitari dopo l¹assassinio di otto sindacalisti, tra cui quello di
Isidro Gil, avvenuto all¹interno dello stabilimento di Carepa. Della
commissione dovevano far parte rappresentanti delle maggiori università e
delle organizzazioni dei diritti umani tra cui l¹United students against
sweatshops e il Worker rights consortium. Ma anche Potter stesso pretendeva
di farne parte così, quando la commissione, per dimostrare di essere
realmente indipendente, lo ha escluso dal gruppo, la commissione stessa è
saltata.

Dopo l¹assassinio di Gil per mano di paramilitari «assoldati dalla dirigenza
della Coca Cola», la company creò il Sintrainagro, un «sindacato giallo
affiliato allo Iuf», molto attivo nell¹«invitare» i lavoratori alle
manifestazioni pro-Coca Cola.

Ed Potter adesso riparte alla carica coinvolgendo lo Iuf, che l¹Ilrf
considera alleato della Coca Cola, e insieme chiedono l¹intervento dell¹Ilo.
«L¹International labour organization - precisano Collingsworth e Kavalik -
ha rifiutato per anni la creazione di una commissione di inchiesta che
esaminasse la situazione in Colombia, grazie anche alle pressioni di Potter
e del governo colombiano per bloccarla». L¹improvvisa propensione della
company a chiedere all¹Ilo una cosa che non ha mai voluto fare prima,
secondo i redattori del documento, non può significare altro che Coca Cola è
molto fiduciosa sui risultati dell¹inchiesta, ancor prima che parta.

Il Manifesto, 3 aprile 2006

-------------

(http://it.altermedia.info/antimperialismo/coca-cola-e-diritti-umani_2891.html#more-2891)
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