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Cooperative, Unipol e dintorni PDF Stampa E-mail
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mercoledì 08 febbraio 2006

di Gigi Bettoli (*)

Confesso di averci messo un bel po', per mettere giù queste poche
righe sulla vicenda Unipol ed il suo significato per il mondo
cooperativo. Ho rinviato coscientemente questo momento, per evitare
superficialità e polemicità inutili, che in queste settimane hanno
impegnato troppi. Con scarsa coerenza e poca capacità di sintesi e
proposta.

D'altronde, vivo la creativa contraddizione di essere un esponente
della sinistra antagonista (il termine comunista meglio che non lo
usi, un anziano recensore delle mie opere storiche mi ha notificato
che tutto appaio, escluso che comunista) ed anche un cooperatore
sociale, ed in tale veste unico, nel sommo Gotha della Direzione
nazionale di Legacoop, a rappresentare immeritatamente e
svogliatamente le ragioni di chi si ostina ad attendere lo sbocciare
del sole radioso della liberazione umana.

Sgomberiamo subito il terreno dalle connessioni con la vicenda
politica. Come ha già detto qualcuno autorevolemente, il Presidente
del Consiglio, a proposito di affari e politica, e soprattutto di
politica ed affaracci suoi, farebbe più bella figura a stare zitto.

Quanto agli amici pelosi della cooperazione: D'Alema, che tanti
dicevano vicino a Consorte, e Fassino, che appena ieri chiedeva nuove
leggi sulla cooperazione, le loro uscite televisive valgono più di una
campagna contro il canone Tv. Domanda retorica: chissà per quale
ragione il primo ha improvvisamente condannato la scalata di Unipol a
Bnl? Per il secondo, non sa neanche che la nuova legge sulla
cooperazione l'ha già fatta Tremonti, poco tempo fa, ed è stata dura
venirne fuori senza la liquidazione totale della cooperazione
italiana.

Mezzo mondo ha scoperto che politica ed economia debbono stare
lontane. Grrrandisssima scoperta dell'acqua calda neoliberista: i
ricchi debbono essere lasciati a lucrare da soli, e la politica deve
tenersi solo di riserva per le situazioni di crisi (quando paga
Pantalone). Come se l'economia capitalistica fosse mai stata in piedi
da sola, senza potenti iniezioni di denaro pubblico.

Denaro... dove si trova? Sembra stia volentieri nelle banche. L'idea,
accarezzata da molti 'cooperativologi' è quella che le cooperative non
abbiano bisogno di una banca. Perché tanto non ci serve. Certo, non
sembrano aver sentito parlare di "Basilea 2", quella simpatica norma
che rende ancora più difficile l'accesso al credito per le
cooperative, soprattutto piccole e poco capitalizzate.

A questa regola, quella del "piove sempre sul bagnato", i
cooperativologi, fra cui alligna qualche autorevolissimo docente
universitario (che da anni si ostina a confondere volontari con
cooperatori, e non capisce perché i primi diminuiscano a favore dei
secondi... forse per acquiescenza al Dio Denaro che ci vede penare per
la fine del mese?), non hanno ancora trovato una soluzione. Magari ci
ripropongono il microcredito, che poi è come dire mettere insieme le
poche monetine che abbiamo in tasca, tirando la cinghia per poterci
comprare un'attrezzatura di seconda mano, un autoveicolo sgangherato,
una sede sovraffollata come la striscia di Gaza: beh, abbiamo già
dato.

CI SERVE, ECCOME, UNA BANCA. Di banche, la cooperazione italiana, ne
aveva una, quasi dalle origini. Era la Banca Nazionale del Lavoro
attuale. Che non è stata "pubblicizzata": è stata sequestrata senza
indennizzo dal fascismo. Come le Case del Popolo, come le Cooperative,
come le Camere del Lavoro. L'Italia repubblicana non ce le ha mai
ritornate. E se poi la richiedi indietro, la banca, non solo devi
ripagartela, ma manco te la vogliono dare, perché non c'hai il
pedigree adatto.

PERCHE' POVERI SIAMO, E POVERI DOBBIAMO RESTARE... e dobbiamo
limitarci ai supermercati, dice l'elegantone di capo del padronato
italiano. Lui, che rappresenta un'azienda che senza soldi pubblici, e
produzioni di guerra, di Fiat farebbe solo i cioccolatini.

LA QUESTIONE E' UN'ALTRA. Ovverossia: quale banca ci serve? Con che
regole? Che dà prima i soldi alle coop piccole, a quelle che fanno
innovazione, a quelle che lavorano nel sociale, che creano il massimo
di occupazione, che fanno prodotti ecologici e pagano meglio che da
contratto? Oppure a quelle grandi, capitalizzate, già solide e
competitive? Ma allora la questione non è la banca: è la cooperazione,
il suo funzionamento, le sue regole!

Qualche esempio: ammettiamo (non siamo giudici, e non vogliamo
diventarlo!) che Consorte ed il suo collega abbiano accumulato un
gruzzolo per i fatti loro. Beh, furbi ce ne sono anche nelle migliori
famiglie: non è questo il problema principale. Hanno usato il denaro
per corruzioni? Speriamo proprio di no, ma comunque è sempre lavoro
per i giudici. Vogliamo però segnalare un problema, del tutto legale
ma assai preoccupante: se ci sono dirigenti cooperativi che si fanno
le loro aziendine private mentre sono impegnati nella cooperazione; se
ci sono altri dirigenti che investono in proprietà individuali, che
poi affittano alle coop che dirigono; se ci sono grandi cooperative in
cui i soci sono un'infima minoranza, e gli altri sono dipendenti senza
diritto di voto e pagati meno; se ci sono cooperative, che a forza di
sciommiottare i padroni aderiscono a Confindustria... non è che di
Consorte ce ne può essere più d'uno? C'è o non c'è un'incompatibilità
di fondo fra economia cooperativistica (cioè autogestita) ed economia
capitalistica? Non è il sistema che rischia di fare l'uomo ladro?

Un secondo esempio: un tempo (molto lontano, ormai), nessuno si
sarebbe scandalizzato a dichiarare pubblicamente che i soldi di
cooperazione, sindacato e partiti di sinistra servissero allo stesso
scopo; che le cooperative assumessero lavoratori disoccupati; che le
giunte rosse (quelle sì, altro che arcobaleni e tinte pastello)
dessero il lavoro alle cooperative per assumere i disoccupati; che i
sindacati costituissero cooperative, cui le giunte rosse affidassero
lavori, per assumere... i soliti disoccupati. Che altrimenti
emigravano, o peggio stavano qui a fare la fame. Ma allora c'era un
comune sentire, uno scopo unico, un progetto condiviso per l'avvenire.
Si poteva essere d'accordo o meno (e quelli meno ci hanno appioppato
la prima dittatura fascista del pianeta), ma era una cosa alla luce
del sole, e del tutto onesta.

C'è, oggi, un progetto condiviso che unisca i vari spezzoni di quello
che fu il movimento dei lavoratori? Fatica, a vederlo! Con cooperative
di costruzioni che costruiscono caserme, ferrovie ad alta velocità e
ponti sullo Stretto di Messina; con cooperative che gestiscono i Cpt
per gli immigrati; con cooperative (del Nord) che hanno lavorato in
appalti al Sud, magari rifiutati da coop locali che non volevano
averci a che fare, con la mafia.

Ha ragione, nella sua ruvidezza, l'ex segretario della Cgil Bruno
Trentin: forse le coop hanno perso una parte della stessa anima. Anche
se il sindacato non ha avuto meno responsabilità: non capendo le
innovazioni, non volendo sperimentarsi a fondo nella pratica
dell'autogestione dei lavoratori, alternando di volta in volta
rapporti concertativi a polemiche durissime, accusando le coop di
turpitudini e firmando con le loro rappresentanze gli accordi per il
salario convenzionale (= mezza contribuzione di pensione, malattia e
maternità): anche durante la segreteria di Trentin. Facile oggi fare
la lezione, bisogna tutti (o quasi... anche se è antipatico, in questa
situazione, uscirsene con il fatidico "ve l'avevo detto...") ritornare
alle origini. Altrimenti questo fa la lezione a quello, e capita che
il successore di Trentin si trasformi nel Podestà di Bologna, tutto
legge ed ordine.

E allora le discussioni vanno fatte apertamente. Non è possibile che
io, che faccio parte della direzione di Legacoop nazionale, apprendo
dalla televisione (e quindi ripago il canone...) che tale Gnutti sta
dentro Unipol, ed anche dentro il Monte dei Paschi di Siena: e scopro
così che le Legacoop emiliana e toscana si sono azzuffate avendo uno
stesso burattinaio finanziario! Non posso stare ad ascoltare i deliri
anticomunisti di Berlusconi, e scoprire che anche lui ha
compartecipazioni finanziarie nelle operazioni, e rischiava di
guadagnarci il controllo del "Corriere della Sera"!

E' ora di cambiare rotta, di tornare a mettere la barra del timone
verso gli obiettivi fondamentali. Coop più grandi va bene, se ce lo
impone il "mercato": ma alle nostre regole. Perché le coop sono quelle
che fanno la battaglia per alimenti ecologici, per prodotti retribuiti
equamente ai produttori del Sud del mondo, per prezzi bassi per la
maggioranza della popolazione, per servizi sociali, per una forma di
governo democratica, per un lavoro retribuito equamente, per il
rispetto delle regole. Gli altri, semplicemente non sono cooperatori.

---
(*) Gigi Bettoli è il responsabile dell'Ufficio del Personale della
Cooperativa Itaca Onlus di Pordenone

Fonte: https://www.itaca.coopsoc.it/article.php3?id_article=983
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