Durante il
percorso di avvicinamento alla Mayday abbiamo praticato conflitto attraverso le iniziative di autoriduzione, di violazione del copyright, di denuncia del caro
– vita e di riappropriazione del reddito, di solidarietà coi migranti, di vertenzialità e denuncia delle condizioni di sfruttamento nei luoghi
di lavoro, in particolare nel settore delle cooperative sociali.
Durante la Mayday abbiamo partecipato attivamente al progetto degli
“Imbattibili”.
In questi mesi, come sempre, abbiamo preso spunto, cooperato e intrecciato relazioni con molti diversi da noi, e diversi tra
loro, valorizzando ciò che ci accomuna e condividendo pratiche, iniziative, tratti di percorso, rifiutando logiche di contrapposizione e di esclusione
pregiudiziale.
In questi anni abbiamo sperimentato come la ricerca (a volte difficile) della coesistenza tra soggettività, sensibilità e
pratiche diverse, all’interno di una cornice comune definita e condivisa, sia un elemento di ricchezza, e non un limite, del movimento che ha attraversato
Seattle come Genova, Firenze come Porto Alegre.
La coesistenza di pratiche diverse e inclusive ha costituito, a nostro avviso, una delle ragioni del
successo di partecipazione che ha avuto, anche quest’anno, la Mayday. Tanto il “count down”, segnato da azioni conflittuali che hanno
stigmatizzato i luoghi simbolici del lavoro precario, quanto il progetto degli “Imbattibili”, che ha rappresentato un’interessante
sperimentazione di utilizzo di forme comunicative innovative, hanno saputo rendere evidenti e comprensibili, e diremmo largamente condivisi, i contenuti che
conferiscono un senso attuale alla giornata del Primo Maggio, ben oltre le celebrazioni rituali e ingessate delle manifestazioni indette dai sindacati
confederali.
Percorrendo le vie del centro di Milano coi carri della parade, abbiamo vissuto una manifestazione in cui le ali di folla, presenti ai
margini della strada lungo tutto il percorso, hanno condiviso l’evento non come spettatori solidali, come siamo (non sempre…) abituati a vedere in
occasione di grandi cortei, ma compartecipando attivamente, entrando e uscendo dalla manifestazione per seguire ballando le note sparate a tutto volume dai sound
system, o per completare la raccolta delle figurine degli “Imbattibili”, con una continua comunicazione orizzontale tra la street parade e la
città. Il dentro e il fuori della manifestazione sono diventati indistinguibili, confusi in un canale di comunicazione continuo, che ha attraversato
persone, esperienze, soggettività diverse.
La valutazione della riuscita della Mayday, però, non può eludere una riflessione e una
discussione sugli episodi avvenuti nel primo pomeriggio e poi in chiusura della manifestazione. Se è vero che la maggior parte delle persone presenti alla
Mayday nemmeno ha percepito che qualcosa di grave fosse accaduto, sono molti i compagni e le compagne che hanno riportato una sensazione di profonda amarezza nel
sapere che alcuni compagni sono stati feriti, in modo anche serio, da altri compagni.
I limiti che possono aver segnato, quest’anno, il percorso
di preparazione e di organizzazione della Mayday (limiti che in diversa misura sono stati percepiti da tutte le realtà che hanno partecipato al percorso e
che in qualche modo hanno incrinato lo spirito includente e aperto che ha caratterizzato dalla sua prima edizione la Mayday), non giustificano il ricorso a
pratiche nelle quali non ci riconosciamo, che riteniamo estranee a noi e al movimento plurale che da anni è protagonista delle mobilitazioni contro la
guerra e contro il neoliberismo, contro la precarizzazione del lavoro e delle condizioni materiali di vita, contro i cpt e la legge Bossi – Fini. Crediamo che il movimento si dia in quanto identifichi nell’assemblea il suo ambito di confronto e di decisione collettiva, e che le decisioni lì
assunte debbano essere rispettate, anche quando mal digerite o ritenute sbagliate, anche quando le assemblee risultino difficili o caotiche. Mettere in discussione
questo elementare principio mina in profondità la possibilità stessa di esistenza di un movimento, le cui componenti possono coesistere nelle loro
differenze solo cercando, quando necessario, di pervenire a una sintesi delle diverse posizioni e, quando non necessario o comunque impossibile pervenire a una
sintesi, di riconoscersi comunque in un quadro comune, nel rispetto delle diverse pratiche, delle diverse sensibilità, delle diverse soggettività,
alle quali va lasciato il maggior spazio possibile di libertà di espressione.
Crediamo che per tutti e per ciascuno la presunzione di
autosufficienza, le propensioni egemoniche e le tendenze prevaricatrici oltre a essere inammissibili perché rappresentano l’esatto contrario di quei
principi di orizzontalità e pratica democratica reale, che costituiscono patrimonio comune irrinunciabile all’interno dei movimenti, non rappresentino
altro che il modo più sicuro per condannare se stessi a una tristissima e impotente marginalità.
Crediamo in ogni caso che sia da
ripudiare l’uso della forza come metodo per risolvere le divergenze all’interno del movimento. E se è vero che non è certo con la Mayday
che per la prima volta vi sono state tensioni all’interno di una manifestazione, discussioni sul posizionamento dei diversi spezzoni, tentativi di
avanzamento, è evidente che nel giudizio sui fatti accaduti assumono rilievo anche le modalità di esercizio della forza, la quantità di forza
dispiegata, le conseguenze prodotte sull’incolumità fisica dei compagni. E a Milano, il Primo Maggio, si è andati decisamente oltre i limiti
che, tra compagni, possono essere accettabili anche in una situazione di tensione.
Crediamo, anche, che sia da evitare l’isolamento politico di
componenti del movimento, che sono radicate nei percorsi di lotta, nelle mobilitazioni sociali, nella ribellione dei soggetti del precariato e del cognitariato.
L’interruzione di rapporti politici con componenti del movimento, ben lungi dal favorire un chiarimento e un’eventuale ricomposizione, rischia di
alimentare un clima di reciproca intolleranza e di tensione generalizzata, col risultato di condizionare le prospettive stesse delle mobilitazioni a venire. E
ciò in una fase non facile, che ci vede tutti colpiti da provvedimenti repressivi, processi e condanne, per avere in questi anni animato i conflitti e
praticato la rivendicazione dei diritti sociali.
Per questo crediamo che il confronto anche aspro e la discussione, in ogni ambito di movimento, siano
da privilegiarsi all’interruzione dei rapporti politici, che fa il verso a pratiche escludenti e a ostracismi che non ci appartengono. Così come
crediamo che solo nell’ambito di questo confronto si possa arrivare a un chiarimento, che riporti allo spirito, aperto e includente, che ha caratterizzato il
percorso originario della Mayday.
c.s.a. Magazzino 47 - Brescia
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