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lunedì 30 gennaio 2006
LA MAMMA DI CARLO SCRIVE ALLA MADRE DEL RAGAZZO MORTO A FERRARA
PATRIZIA, PERDONAMI. NON HO FERMATO GLI ASSASSINI DI TUO FIGLIO
di Haidi Giuliani

[Pubblichiamo la lettera aperta di Haidi Giuliani alla madre di
Federico Aldrovandi, morto in circostanze tutt'ora da chiarire a
Ferrara. La madre di federico ha aperto un blog per richiamare
l'attenzione dell'opinione pubblica sulle circostanze nelle quali ha
perso la vita Federico]

Cara Patrizia, ti chiedo perdono. Tu non mi conosci, ma da una
settimana io ti porto nei miei pensieri e nel mio abbraccio. Da quando
ho ricevuto i primi messaggi che parlavano di Federico, vivo con questa
angoscia in più. Non so se avrai la pazienza e la voglia di leggermi.
Quando muore un figlio, qualsiasi figlio in qualsiasi modo, le parole
si fanno pesanti come macigni: è faticoso pronunciarle, è faticoso
ascoltarle. Spesso ci ballano in testa lasciandoci ogni volta più
confuse e spossate. Quando è stato ucciso il mio, anch'io sono rimasta
in silenzio, come te: per cercare di capire che cosa era successo,
capire perché e come. Anch'io, come te, non credevo a quanto mi era
stato raccontato: perché conoscevo il mio ragazzo, il suo carattere, il
suo modo di reagire alle situazioni. Come su Federico, anche su Carlo
moribondo qualcuno ha infierito, prendendolo a calci in faccia,
spaccandogli la fronte con una pietrata.

Come di Federico, anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un
poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se
esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per
chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe
ore, di vedere il suo corpo. Anch'io, come te, non so chi l'ha ucciso.
Anch'io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte
istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno
la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere
il loro compito fino in fondo. Non è stato facile reprimere il dolore,
schiacciarlo, nasconderlo per recuperare la lucidità necessaria a
rivedere e raccontare migliaia di volte la morte di mio figlio: mi
spingevano la disperazione di non poter fare più nulla per lui, la
coscienza di tutti gli altri figli e figlie per i quali era necessario
e urgente fare qualcosa. Le violenze portate ai manifestanti da parte
di interi settori delle forze dell'ordine, nel marzo napoletano e nel
luglio genovese del 2001, e l'uccisione di Carlo, avevano mostrato, a
mio giudizio, diversi livelli di volontà repressiva: uno
internazionale, che si manifesterà dopo l'11 Settembre e il Patriot
Act; uno nazionale, dichiarato dal Governo di centrodestra, deciso a
"mostrare i muscoli" nei confronti di ogni forma di dissenso; e uno
individuale, covato in molti anni di distratta democrazia all'interno
di caserme, questure, corpi di Stato, luoghi di detenzione.
Il capo della Polizia De Gennaro, nominato dal governo di
centrosinistra, è stato promosso sul campo (quello genovese,
probabilmente grazie all'operazione Diaz, come ha già osservato
qualcuno) dal governo di centrodestra e ha confermato i propri
indiscussi poteri di uomo al di sopra di ogni sospetto. Mentre le
televisioni pubbliche e private continuano a sfornare commoventi
telefilm su marescialli integerrimi, eroici commissari ed umili agenti
votati alla missione in difesa del Cittadino, ragazzi dei centri
sociali, migranti, tossicodipendenti, continuano a raccontare (quando
ne hanno il coraggio) di minacce, soprusi, violenze subite; di busti
mussoliniani e gagliardetti (abbiamo visto qualcosa di simile anche
nella sala di comando dei Carabinieri, a Nassirya); di canzoncine e
saluti fascisti. Nessuno intende fare di ogni erba un fascio,
naturalmente, ma negare la realtà è pericoloso, pericoloso difendere a
priori l'operato delle forze dell'ordine (come a Genova così a Napoli,
a Milano, a Torino, a Venaus ma la lista è più lunga); pericoloso
assicurare l'impunità a qualsiasi divisa; voler chiudere gli occhi, le
orecchie, la bocca, anche all'opinione pubblica; pericoloso manipolare
l'informazione. Per la prima volta, dopo la morte di Federico, abbiamo
sentito parlare di mele marce, solo per essere subito rassicurati che
erano già state allontanate.
Non ho smesso un momento, negli ultimi quattro anni, di richiamare
l'attenzione di tutte le persone che incontravo sul problema
dell'immunità di agenti che si trovano in ogni situazione "dalla parte
del manganello", armati. A lungo andare, chi si rende conto che non
sarà mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, assume
l'atteggiamento arrogante che troppo spesso (e neanche in tutti i casi)
abbiamo potuto e dovuto constatare; finisce per sentirsi onnipotente,
soprattutto nei confronti di individui isolati, deboli o emarginati. A
volte è sufficiente una parola irriverente, un gesto, per scatenare la
reazione "punitiva" da parte di agenti che intendono il proprio ruolo
in modo così distorto. I manganellatori di Genova mi hanno spesso
ricordato il militare che ha ucciso Francesco Lorusso, nel '77 a
Bologna. Ad un giornalista che gli chiedeva perché avesse sparato agli
studenti: «Te lo posso dire - ha risposto - tanto so che non mi faranno
niente: ridevano di noi».
Non ho smesso un momento: sono stati quattro anni di raccolta e
diffusione di notizie, di interventi, di appelli. Il comitato Verità e
Giustizia, insieme al comitato Piazza Carlo Giuliani e all'Arci, hanno
raccolto più di diecimila firme in calce a una petizione che chiedeva,
oltre ad un'inchiesta parlamentare sui fatti di Genova, di istituire un
costante aggiornamento professionale indirizzato ad una formazione non
violenta delle forze di polizia. Con le Reti-invisibili - che
faticosamente raccolgono la memoria di tante morti "di piazza", e di
stragi, rimaste senza responsabili - è stato recentemente rivolto un
appello analogo all'Unione. Quattro anni di lavoro, ma non è bastato:
altrimenti, forse, Federico sarebbe ancora vivo.

Per questo ti chiedo perdono.

lettera pubblicata su Liberazione 17 gennaio 2006
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