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lunedì 09 gennaio 2006
Sul processo agli anarchici leccesi e sulla lotta contro i Cpt


Per chi non è stato al caldo durante la tempesta
Sul processo agli anarchici leccesi e sulla lotta contro i Cpt

Il 19 gennaio comincerà a Lecce il processo contro tredici anarchici
accusati - oltre che di una serie di azioni contro alcune multinazionali che
si arricchiscono sulla guerra e sul genocidio delle popolazioni del Sud del
mondo - del crimine di aver portato avanti per anni una lotta costante e
determinata contro il lager per immigrati di San Foca. Due di loro sono in
carcere dal 12 maggio scorso, altri due sono agli arresti domiciliari, un
quinto in libertà vigilata. La base del processo è ancora una volta l'articolo
270 bis sulla "associazione sovversiva con finalità di terrorismo", con il
quale negli ultimi anni sono stati arrestati decine di rivoluzionari,
ribelli o semplici militanti di sinistra senza lo straccio di una prova. Per
essere accusati di "associazione sovversiva" basta ormai una semplice
scritta sul muro.
Ma non è tanto questo che ci preme dire. Sappiamo che le leggi dello Stato
sono ragnatele per il ricco e catene d'acciaio per il povero, così come non
abbiamo mai cercato il senso del giusto tra gli articoli del codice penale.
Quello che ci preme sottolineare è cosa rende questi anarchici pericolosi e
cosa c'è di universale nella loro lotta.

Si è fatto un gran parlare negli ultimi mesi di "Centri di Permanenza
Temporanea" (CPT). Dopo che alcuni servizi giornalistici hanno documentato
le condizioni disumane in cui sopravvivono le donne e gli uomini internati
in queste strutture, le varie forze politiche si sono azzuffate sulle
responsabilità di una simile "gestione". Ma il punto non è come vengono
gestiti, bensì la natura stessa dei CPT. Introdotti in Italia nel 1998 dal
governo di centrosinistra con la legge Turco-Napolitano (approvata anche con
i voti dei Verdi e di Rifondazione Comunista), i CPT sono a tutti gli
effetti dei lager. Proprio come i campi di concentramento fascisti e nazisti
(e ancor prima coloniali, a Cuba e in Sudafrica), si tratta di luoghi in cui
si viene rinchiusi senza aver commesso alcun reato e trattenuti a completa
disposizione della polizia. Che all'interno le condizioni siano disperate,
il cibo pessimo e i maltrattamenti costanti è una terribile conseguenza, ma
non il centro del problema. Basta poco per rendersene conto.
Quello che per un italiano è un semplice "illecito amministrativo" (non
avere i documenti), per uno straniero è divenuto un reato passibile di
internamento. Come la storia insegna - basta pensare alle leggi razziste di
tutti gli Stati fra la prima e la seconda guerra mondiale -, per creare
simili campi di concentramento bisogna aver preliminarmente imposto l'equazione
straniero=delinquente. È in tal senso che va letta la legislazione - di
destra come di sinistra - sull'immigrazione in Italia (ma potremmo dire in
Europa e nel mondo). Se venissero applicati ai cosiddetti cittadini gli
stessi criteri che presiedono alla concessione del permesso di soggiorno
agli immigrati, saremmo in milioni ad essere rinchiusi o a vivere da
clandestini. Quanti italiani possono dimostrare, infatti, di avere un lavoro
in regola? Quanti vivono in più di tre in un appartamento di 60 metri
quadrati? Sapendo che i contratti interinali non valgono per ottenere il
permesso di soggiorno, quanti di noi risulterebbero "regolari"? Definire
razzismo di Stato tutto ciò non è un'enfasi retorica, bensì una
constatazione rigorosa.
Ora, i CPT (ma più in generale tutte le forme di detenzione amministrativa:
dai centri di identificazione alle "zone di attesa" in cui vengono
trattenuti i profughi o i richiedenti asilo) sono la materializzazione di
questo razzismo. Proprio perché il filo spinato è da sessant'anni il simbolo
del lager e dell'oppressione totalitaria, l'involontaria coerenza del potere
ha circondato questi nuovi campi di filo spinato. Così come non è una caso
se la detenzione amministrativa, da sempre dispositivo tipico del dominio
coloniale, oggi si sta diffondendo ovunque nel mondo (dai ghetti palestinesi
a Guantanamo, dalle segrete britanniche dove vengono rinchiusi gli immigrati
"sospettati di terrorismo" ai CPT italiani). Nel momento in cui si bombarda
e si massacra in nome dei "diritti umani", milioni di indesiderati sono
brutalmente privati di ogni "diritto", detenuti in campi circondati dalla
polizia e affidati alle "cure" di qualche "organizzazione umanitaria".
Se i CPT sono dei lager - come ormai in molti sostengono -, è del tutto
logico cercare di distruggerli e di aiutare ad evadere le donne e gli uomini
che vi sono internati. Ed è del tutto logico colpire i collaborazionisti che
li costruiscono e li gestiscono. Questo pensavano gli anarchici leccesi.
Hanno allora denunciato pubblicamente, nell'indifferenza generale, le
responsabilità dei gestori del CPT di San Foca - cioè la curia leccese,
attraverso la Fondazione "Regina Pacis" - e le condizioni infami a cui erano
sottoposti i detenuti; hanno raccolto testimonianze, dati, e si sono
organizzati. Sono stati una spina nel fianco della curia e del potere
locale. Già nell'estate del 2004 uno di loro veniva arrestato per aver
cercato di favorire la fuga di alcuni immigrati durante una rivolta avvenuta
all'interno del "Regina Pacis". Andavano nelle fiere di paese, a fare nomi e
cognomi degli agenti responsabili dei pestaggi all'interno del CPT, dei
medici che li coprivano, del direttore che bastonava, sequestrava e
costringeva con la forza alcuni musulmani a mangiare carne di maiale. Senza
mai perdere di vista l'obiettivo: chiudere per sempre quei lager, e non
renderli "più umani". Mentre avveniva tutto questo, alcune azioni anonime
colpivano le banche che finanziavano il CPT, nonché le proprietà della curia
e del direttore del "Regina Pacis", don Cesare Lodeserto. E questi anarchici
erano pronti a difenderle pubblicamente. Le autorità non potevano più
nascondere il problema. E cos'hanno fatto allora? Prima hanno arrestato
Lodeserto con l'accusa di sequestro di persona, peculato, violenza privata e
diffusione di notizie false e tendenziose (il prelato soleva mandarsi da
solo dei messaggi di minaccia che poi attribuiva alla "malavita albanese"),
poi hanno fatto chiudere il CPT di San Foca. Messo subito Lodeserto ai
domiciliari, e poi rilasciato, hanno quindi arrestato gli anarchici allo
scopo di toglierli di torno per anni. Quelli che contano hanno difeso a gran
voce il prete. A difendere gli anarchici sono stati per lo più solo degli
onesti pregiudicati. Giustizia è fatta.
Ma qualcosa non torna. Il castello accusatorio contro i ribelli è maldestro
e traballante, ma, soprattutto, nel frattempo prendono vigore le lotte
contro i CPT in tutta Italia. Ad aprile gli internati del lager di via
Corelli a Milano salgono sui tetti, si tagliano e urlano la più universale
delle rivendicazioni: libertà. Seguiti dagli immigrati rinchiusi nel CPT di
corso Brunelleschi a Torino, la protesta si allarga a Bologna, a Roma, a
Crotone. A decine riescono ad evadere, mentre fuori comincia ad organizzarsi
il sostegno pratico alla lotta. Assieme a manifesti e iniziative che
denunciano le responsabilità di chi si arricchisce sulle deportazioni di
immigrati (dall'Alitalia alla Croce Rossa, dalle aziende dei trasporti alle
ditte private implicate nella gestione dei lager), non mancano le piccole
azioni di sabotaggio. Con quella convergenza spontanea che è il segreto di
tutte le lotte, i crimini imputati agli anarchici leccesi si diffondono.
È questo movimento - ancora debole, ma in crescita - che ha posto
pubblicamente il problema dei CPT, facendo correre ai ripari i politici di
sinistra, nel tentativo patetico di attribuire al solo governo di destra la
responsabilità dei lager.
Che tutto ciò dia fastidio lo dimostrano le dichiarazioni del ministro degli
Interni Pisanu sugli anarchici e antagonisti che "sobillano" gli immigrati
(come se le condizioni disumane in cui vivono non fossero di per sé una
costante sobillazione) e sulla necessità dei CPT per contrastare il
"terrorismo" (è noto, infatti, che chi vuole passare i controlli della
polizia per compiere un attentato se ne va in giro senza documenti). Perché?
I CPT mettono a nudo non solo l'esclusione e la violenza come fondamenti
della democrazia, ma anche il profondo legame fra stato di guerra
permanente, razzismo e militarizzazione della società. Non è un caso se la
Croce Rossa è presente nei conflitti bellici a fianco degli eserciti e allo
stesso tempo implicata nella gestione di numerosi lager in Italia. Così come
non è un caso se essa partecipa alle "esercitazioni antiterrorismo" con le
quali i governi vorrebbero farci assuefare alla guerra e alla catastrofe.
La criminalizzazione dello straniero - capro espiatorio del malessere
collettivo - è da sempre un tratto distintivo delle società moribonde e allo
stesso tempo un progetto di sfruttamento ben preciso. Se non vivessero nel
terrore di essere rinchiusi e rispediti a casa - dove ad attenderli ci sono
spesso la guerra, la fame, la disperazione - gli immigrati senza documenti
non lavorerebbero certo per due euro all'ora nei cantieri di qualche Grande
Opera, né morirebbero coperti da una gettata di cemento quando cadono dalle
impalcature. Il Progresso ha bisogno di loro: per questo li si rende
clandestini ma non li si espelle tutti, li si "accoglie" nei lager, li si
smista, li si seleziona in base agli accordi con i rispettivi paesi di
provenienza e secondo la docilità che dimostrano nei confronti del padrone.
La sorte che spetta loro è lo specchio di una società in guerra (contro i
concorrenti economici e politici, contro le popolazioni, contro i propri
limiti naturali).
Una delle prime vittime di questa mobilitazione totale è il senso delle
parole. Che siano potuti entrare nell'uso corrente espressioni come "guerra
umanitaria" - o che si possa chiamare "centro di accoglienza" un lager - la
dice lunga sullo scarto fra l'orrore che ci circonda e le parole che lo
nominano. E questo scarto è contemporaneamente un'anestesia della coscienza.
Chiamiamo "lager" i CPT e poi andiamo a votare chi li ha costruiti, diciamo
"massacro" ma ci accontentiamo di sfilare tranquillamente contro la guerra,
purché non succeda niente. Mentre a Milano si svolgeva la manifestazione
oceanica del 25 aprile, i rivoltosi di via Corelli erano sui tetti a gridare
che la resistenza non è finita, ma la retorica sulla "liberazione" non si è
nemmeno scossa, continuando a festeggiare.

Forse qualcosa sta cambiando. Mentre la propaganda di Stato equipara il
nemico interno - il ribelle, il "terrorista" - e lo Straniero - il fanatico,
il kamikaze -, le resistenze si armano ed esplodono le "periferie" a due
passi da noi, dove i poveri bruciano le ultime illusioni di integrazione in
questa società. Giovani generosi intendono lager quando dicono lager, e si
organizzano di conseguenza, come stranieri in un mondo straniero. Sono
disposti a conquistare la libertà assieme agli altri, anche a rischio di
giocarsi la propria. Odiano le sbarre, al punto che non le augurano nemmeno
alle peggiori carogne (i tanti, troppi Lodeserto). Queste forme di
insoddisfazione attiva per il momento dialogano a distanza, ma sono già l'abbozzo
di qualcosa di comune. La falsa parola si sta ammutinando, e nuovi
comportamenti sprigionano nuove parole nella realtà della vita quotidiana.
Non abbandoniamo alla vendetta dei giudici chi non è stato al caldo quando
altri uomini venivano travolti dalla tempesta. In tempi tristi e servili, c'è
una scelta che contiene tutte le altre: decidere da che parte stare.


Indirizzi degli anarchici leccesi in carcere o agli arresti domiciliari:

SAVERIO PELLEGRINO, C/o Casa Circondariale, via Prati Nuovi 7, 27058 Voghera
(PV)
SALVATORE SIGNORE, C/o Casa Circondariale, via Lamaccio 1, 67039 Sulmona
(AQ)
MARINA FERRARI, Via XXI Aprile 29, 73042 Casarano (LE)
CRISTIAN PALADINI, Via Don Carlo Gnocchi 4, 73100 Lecce
Per chi volesse contribuire alle spese legali:
ccp n. 56391345, intestato a Marina Ferrari
Per informazioni, contatti o richiesta di copie di questo pieghevole:
Nemici di ogni frontiera, C.P. 36, 73047 Monteroni di Lecce oppure
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Sulla lotta contro le espulsioni: http://digilander.libero.it/tempidiguerra/


INIZIATIVE A GENNAIO 2006

Sabato 14 e domenica 15, Due giorni di mobilitazione contro i lager e il
mondo che li produce, contro il "pacchetto Pisanu" e la repressione, in
solidarietà con gli anarchici leccesi.
Mercoledì 18, ore 14.30, Assemblea pubblica in vista del processo del giorno
dopo, presso l'Ateneo universitario di Lecce (viale dell'Università).
Giovedì 19, ore 9.00, Presidio durante l'udienza contro gli anarchici,
davanti all'aula bunker del carcere di Borgo San Nicola, Lecce.
Sabato 21, ore 11.00, Assemblea mensile contro la guerra e le espulsioni,
presso vico dei Fieschi.


Per scaricare il documento completo (con la cronologia della lotta contro il
CPT Regina Pacis e alcuni episodi di lotta contro i CPT degli ultimi mesi)
in formato .pdf:
http://www1.autistici.org/anarcotico/downloads/documenti/processo_lecce.pdf
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