.: Italia Alternativa :.
.: Friday 05 September 2008 :.
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| Prodi e la corte dei professori |
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| Wednesday 04 January 2006 | ||||||||
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Prodi e la corte dei professori Francesco Giavazzi sulle pagine del Corriere della Sera lancia cinque sfide a Prodi e Berlusconi. La quinta riguarda il mercato del lavoro - "Per osservare un mercato del lavoro che funziona bene, dove i giovani trovano lavori veri, non il precariato, e c'è poca disoccupazione, non è necessario andare Oltreoceano e copiare l'«odioso liberismo americano». Basta studiare la Danimarca" dove è stato eliminato "qualunque ostacolo ai licenziamenti". La proposta sembra provocatoria e vista l'autorevolezza del Corriere si direbbe che sia realmente rivolta a tutti e due gli schieramenti. Per comprendere meglio occorre fare un passo indietro. Nel 2004 il professor Giavazzi è seduto ai tavoli programmatici dell'Ulivo per dare il suo contribuito alla piattaforma programmatica di Giuliano Amato in vista delle europee. In quell'occasione partecipa sia al tavolo del welfare insieme a Tiziano Treu sia a quello dello sviluppo economico. Dunque, quando chiede meno "ostacoli ai licenziamenti" non sta lanciando una sfida a Berlusconi, il quale avrebbe abolito da tempo l'articolo 18, ma piuttosto a Prodi e a chi da Bertinotti giù fino al leader della Cgil, Epifani, vuole porre un freno alla liberalizzazione nel mercato del lavoro. Cosa c'è di meglio di un editoriale sulle pagine del Corriere del sabato per rilanciare in grande stile la linea riformista (sarebbe meglio dire liberale) in tema di lavoro e di welfare? Coloro che non accettano questa linea dovrebbero andare a vedere come funziona il sistema del welfare in Danimarca dove chi viene licenziato riesce a trovare in tempi brevi un altro impiego, con la tranquillità, ma questo l'articolo non lo dice, di un reddito pari al 90% dell'ultimo salario. Quel viaggio per studiare il modello scandinavo (flexsecurity in Danimarca) qualcuno lo ha già fatto coinvolgendo anche i colleghi dell'Unione. Tiziano Treu, già ministro del lavoro con il centro-sinistra e attualmente responsabile per il lavoro della Margherita, a Copenaghen è andato a giugno insieme a Cesare Damiano e a Paolo Ferrero, responsabili per il lavoro dei Ds e di Rifondazione. Risultato: adesso almeno Damiano è perfettamente sintonizzato sulla linea di Treu, mentre Ferrero ancora nicchia. Così alla "Fabbrica del programma" mentre Prodi apre i lavori affermando che il precariato "rovina intere generazioni e che rappresenta un problema fondamentale" Treu può dichiarare trionfalmente che "il modello di riferimento è il modello danese, dove chi perde il posto di lavoro lo ritrova con facilità". I punti cardine del programma Ds "per una nuova legislazione sul lavoro" gli danno ragione e assomigliano quasi alla lettera a quelli della Margherita. Superamento della legge 30 e non abolizione - come conferma Bersani alla convention di dicembre sul programma - e misure per incentivare l'invecchiamento attivo (un pallino di Giuliano Amato). Accanto a queste misure sono previsti anche altri interventi che si dovranno attuare però in un "arco di tempo quinquennale" o decennale - formazione permanente, responsabilità sociale d'impresa e in ultimo una legge a tutela del principio costituzionale di parità di salario a parità di lavoro. Due giorni dopo l'editoriale-apripista sul Corriere; l'argomento licenziamenti entra nell'agenda di Treu con un'intervista al Giornale in cui spiega - "l'errore di questo governo (ndr di centro-destra) è stato partire dall'articolo 18. Non si può dare la mazzata in testa se non si ha pronta la medicina. Prima bisogna creare gli ammortizzatori sociali". Ergo non è un errore voler abolire l'articolo 18 o eliminare "qualunque ostacolo ai licenziamenti" perchè le mazzate in testa ai lavoratori si possono dare eccome, ma prima bisogna agitare bene gli specchietti degli ammortizzatori sociali ovvero almeno metterli nei programmi. Gli ammortizzatori sociali, infatti, hanno un costo e come precisa il prof. Franco Liso, già sottosegretario di Treu al Ministero del lavoro, in un'intervista sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 14 dicembre 2005 - "L'Ulivo aveva preparato un suo progetto anche se poi bisogna vedere se ci saranno le risorse per realizzarlo". Treu, autore della omonima legge che introdusse il lavoro interinale e da molti considerata come l'anticipazione della legge 30, di quest'ultima ha criticato in più occasioni la pletora di figure contrattuali, non certo l'impostazione e anzi ha sostenuto di "trovare lodevole l'obiettivo". Ecco cosa pensa di farne - "La legge Biagi la sforbiciamo, la semplifichiamo. Togliamo le cose odiose, come i contratti strani che non servono e sono ansiogeni" E ricorda: "Noi (quando siamo stati al governo ndr) non siamo riusciti a fare gli ammortizzatori sociali, la nostra parte è stata avviata bene, ma questa - riferendosi alla legge Biagi - non la continua". Il ritornello sembra sempre lo stesso - indorare la pillola, senza cambiare la sostanza, anzi la ricetta come dicono gli economisti. Se poi anche questa volta i soldi per gli ammortizzatori sociali non si dovessero trovare la colpa non sarà certo dei professori riformisti. Un argomento chiave a sostegno della loro ricetta è che a suo tempo - "il pacchetto Treu funzionò: l'occupazione da allora non ha cessato di aumentare, e oggi l'Italia ha un tasso di disoccupazione tra i più bassi dei grandi paesi europei". A ricordarlo è Paolo Leon sull'Unità che aggiunge - "Tuttavia, è ormai chiaro che quell'occupazione era tanta, ma non necessariamente buona" - "la quota del salario nel reddito nazionale ha continuato a diminuire" e rispetto alla legge Biagi - "è la filosofia di fondo che è sbagliata. Non si può scambiare un'opportunità di lavoro per alcuni con un aumento dell'incertezza per tutti" e conclude denunciando i pericoli di un lavoro flessibile che se dovesse diventare strutturale finirebbe per ledere i principi costituzionali sia in tema di lavoro sia in tema di sindacato. La polemica è con Nicola Rossi che conferma come i Ds abbiano sposato la linea della Margherita e aggiunge a proposito dei rapporti fra i due partiti che - "magari saranno divisi sulla bioetica ma non sulle ricette economiche" cioè "più mercato, più rigore e disciplina nella finanza pubblica, ma senza lacrime e sangue. Adottata l'ideologia liberale, le scelte di governo sono necessitate". Per "l'economista preferito di D'Alema" le imprese già in crisi per la congiuntura economica non ne vorranno sapere di "lacrime e sangue"; niente inasprimenti fiscali dunque e niente abolizione della Legge Biagi ma solo misure atte a migliorarla. E se addirittura si potesse avere una flat-tax anche da noi? Per carità quando il professor Rossi ha lanciato questa boutade sulle pagine del Corriere intendeva solo suscitare una riflessione sulla progressività del sistema fiscale italiano che a suo dire non si basa tanto sulle aliquote quanto sul meccanismo delle detrazioni. Parlava molto seriamente, invece, quando auspicava di sostituire il termine riformista con il termine liberale e quando invocava una maggiore liberalizzazione nel settore dei servizi pubblici ammonendo che "prima si liberalizza e poi si privatizza". Esattamente il contrario di quello che ha fatto il governo D'Alema il quale ha privatizzato senza scalfire la posizione dominante delle varie Telecom, Enel ed Eni. Ai veri riformisti in realtà, le rendite di posizione che non piacciono sono altre. Le elenca chiaramente un libro che occorrerebbe andare a rileggere " Non basta dire no!" È un libro del 2002 edito Mondadori. Si tratta per la precisione di un collettaneo. Gli autori sono il meglio dell'intellighenzia riformista: Boeri, Debenedetti, Ichino, Lombardi, Manghi, Onofri, Ranieri, Rossi, Salvati, Targetti, Treu. Il libro nasce all'indomani della battaglia che ha visto la sinistra spaccarsi sull'art. 18, in una stagione segnata tragicamente dall'omicidio Biagi. La prefazione curata da Antonio Polito è già un attacco alla sinistra radicale - "Non importa chi sieda al governo: che sia la sinistra o la destra, che si tratti di pensioni o di professioni, di concorrenza o governo societario, di qualsiasi progetto riformista si tratti, c'è sempre un no a sbarrare la strada alle riforme che intaccano le rendite di posizione". In seguito gli autori sono più precisi e rivelano che la rendita di posizione che intendono mettere in discussione è quella del sindacato; lo scopo è riaffermare il primato della politica che rischia di essere delegittimata da certa dirigenza sindacale . A puntare l'indice contro Cofferati ci pensa Bruno Manghi secondo il quale - "È ormai esaurita da un decennio la capacità vera dei partiti di influenzare le decisioni sindacali. Ed è strano come questa condizione si sia ribaltata, con alcuni dirigenti che, attanagliati da una strana patologia, mirano a trasferire nell'agone politico il consenso accumulato nell'esperienza sindacale". Nello stesso libro il contributo di Salvati che rispetto agli altri appare il più equilibrato anticipa l'attuale sul modello danese. Salvati oltre ad "una piena e buona occupazione" auspica l'uscita "dal modello mediterraneo di tutela del posto di lavoro per dirigerci verso una tutela del mercato del lavoro" - "È dunque appropriato rendere meno oneroso e più flessibile il contratto a tempo indeterminato". Occorrerebbe però spiegare come questo passaggio epocale possa attuarsi in Italia se il sindacato, pilastro di tutti i modelli di stato sociale, già spiazzato dalle dinamiche di delocalizzazione messe in atto dalle imprese, è fatto bersaglio continuo proprio dalla sinistra riformista che si ricandida a governare a partire dal 2006. Inoltre, un modello di welfare come quello danese, senza i soldi per gli ammortizzatori sociali e senza una fiscalità fortemente progressiva, sarebbe destinato a fallire. È questo il caso della Danimarca che negli ultimi anni ha dovuto ridurre la tassazione sui redditi dal 73% al 64% e quella sulle imprese dal 50% al 30%. Fra gli studiosi danesi, sollecitati dalla curiosità della stampa nostrana per il loro modello di welfare, Jespers Jespersen ha sottolineato che il loro sistema si fonda su una forte coesione sociale e per costruirlo ci sono voluti 150 anni. Bruno Amoroso, invece, ci avverte che tale modello è entrato in crisi perché anche i danesi sono diventati permeabili alle "sirene del mercato" - meno solidarietà e più affermazione sociale - e in secondo luogo perché la classe imprenditoriale non è più disposta a pagare il prezzo di un costosissimo sistema di welfare. Non è un caso che anche in Danimarca si inizi a parlare di flat-tax. Nell'ultimo anno il dibattito europeo in materia di welfare ha fra i suoi temi proprio la flat-tax e il dumping salariale. Tutti e due i temi sono connessi all'allargamento dell'Unione europea ad est. La maggioranza dei paesi dell'est, infatti, adotta la flat-tax allo scopo di attirare gli investimenti stranieri ed al contempo minaccia, con un costo del lavoro molto basso, i livelli salariali e occupazionali dei paesi Ue. L'argomento del dumping salariale, praticamente ignoto da noi, è di estrema attualità in Germania e persino in Svizzera, paese che pur non appartenendo all'area Ue sente la pressione della concorrenza con i lavoratori dell'est europeo disposti a lavorare con tutele e salari di molto inferiori a quelli previsti dai contratti nazionali protetti. È di questi giorni una protesta per motivi analoghi in Irlanda, dove minacciati dal dumping salariale sono i lavoratori dei traghetti dell'Irish Ferries i quali si rifiutano di competere con i nuovi colleghi provenienti dall'Estonia. Le resistenze contro tale fenomeno, tuttavia, saranno spazzate via se passerà la versione più liberista della direttiva europea in materia di servizi. La direttiva Bolkestein è al palo da più di un anno e mezzo, sommersa da una valanga di emendamenti che non le consentiranno di andare in aula a Strasburgo prima di gennaio 2006. In un contesto di dumping salariale, o peggio di completa liberalizzione dei servizi - dove la manodopera viene assimilata ad un bene qualsiasi - chi perde il posto lavoro oggi difficilmente riesce ad essere competitivo per ritrovarne un altro domani. È difficile prevedere come e quando la direttiva sui servizi concluderà il suo lunghissimo iter, ma è emblematico che in un simile scenario europeo e in piena campagna elettorale, alcune frange dello schieramento di centro-sinistra escano allo scoperto per reclamare una maggiore libertà di licenziare. Ci piacerebbe fare un po' di chiarezza affidandoci alle parole del leader della coalizione. Quando l'Unione si chiamava GAD Prodi così si esprimeva su questi temi "Nella nostra impostazione lo stato sociale e la coesione sono elementi dello sviluppo, non ne sono un freno" - "se non si rafforzano i diritti non si genera un vero benessere." La flessibilità c'è anche nel programma delle primarie ma non è declinata secondo la ricetta riformista - "La flessibilità è stata interpretata come precarizzazione." - "Allo stesso tempo dobbiamo riproporre forme di flessibilità legate ai bisogni organizzativi e all'aumento della produttività più che alla riduzione dei costi." I programmi sono fatti di parole come gli editoriali, tuttavia, i primi, nel momento in cui vengono sottoscritti da quattro milioni di persone, diventano vincolanti. A volte il professore quando non è impegnato ad arginare le critiche dei vescovi dà l'impressione di essere un vaso di coccio fra i vasi di ferro di Ds e Dl, altre volte quando ribadisce puntigliosamente i punti del suo programma fa fare agli altri - riformisti e radicali - la figura dei polli di Renzo. Come il 15 dicembre quando ha dichiarato - " Cambieremo la legge Biagi perchè ha facilitato la frammentazione del contratto di lavoro" (si noti l'uso non casuale del singolare)- e ancora - "Il lavoro flessibile serve per imparare un mestiere e per migliorare una professione mentre essere precario è ripetere lo stesso lavoro in modo monotono e senza garanzie ". Sarà dura far rimangiare queste parole al Professore ma c'è da giurarci che i professori ci proveranno lo stesso prima che il loro "vagabondo" collega Romano Prodi metta mano anche alla riforma delle università come auspicato dalla prima proposta di Giavazzi dall'alto della sua cattedra alla Bocconi. Non temano che le idee chiare ce le ha anche in proposito anche se per ora le ha manifestate solo nelle interviste. Valerio Longo da: http://www.democrazialegalita.it/
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