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CASINI, RIUNI E LA RIFORMA COSTITUZIONALE
      L'onorevole Casini ed il cardinale Ruini hanno pesantemente criticato la riforma costituzionale voluta dal Governo Berlusconi e varata dal Parlamento con voto compatto dello schieramento di centrodestra. Come mai il Presidente della Camera nonché leader indiscusso dell'UDC ha esternato il suo dissenso a votazione conclusa ed ha fatto sapere che il suo partito lascerà libertà di voto nel relativo referendum? Una domanda questa retorica perché tutti sanno che se il partito di Casini avesse contrastato col voto alle Camere la riforma di Bossi e di Berlusconi il governo sarebbe caduto il giorno dopo e sanno pure che l'UDC, essendosi schierata in Parlamento per la riforma, non ha la forza di schierarsi contro di essa nella consultazione popolare. Scelte decisive per l'assetto costituzionale del Paese e per il futuro della nostra democrazia vengono quindi subordinate a ragioni di potere ed a esigenze di partito e di schieramento.
      Quanto poi alla dichiarazione del Presidente dei Vescovi italiani, prescindendo da ogni illazione sulla sua opportunità e sulla sua perfetta sintonia con l'intervento di Casini, c'è da dire che il cardinale Ruini ha parlato anche egli a cose fatte denunciando con incomprensibile ritardo l'iniquità della riforma. Ma il card. Ruini ha detto anche, facendo riferimento al referendum costituzionale, che questa volta la CEI (bontà sua!) non darà indicazioni di voto. Una sortita quindi che rivendica implicitamente l'interventismo del vertice della Conferenza Episcopale in materia elettorale, che critica a posteriori la riforma berlusconiana e che, al tempo stesso, cura di non scomodare più di tanto coloro che l'hanno voluta e che continuano a sostenerla. Onore al merito: un capolavoro di abilità politica che appare però ben lontano da qualsiasi autentica sollecitudine pastorale per il bene del Paese. Ne prendano buona nota quanti a sinistra hanno esultato per le esternazioni del cardinale sulla riforma costituzionale.
   Di fronte a queste malinconie della nostra politica e purtroppo anche della Chiesa italiana, l'Unione deve mettere al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni la denuncia della pericolosità di una riforma che punta a sovvertire la Costituzione repubblicana e a deformare i connotati della nostra democrazia. E sì, perché si attribuisce al Primo ministro (nuova denominazione dell'attuale Presidente del consiglio) un controllo sostanziale sulla funzione legislativa e quindi su tutte le scelte decisive per le sorti del Paese e per la regolamentazione dei diritti fondamentali dei cittadini. E si munisce perciò il capo del Governo del diritto di vita e di morte sulla Camera dei deputati conferendogli il potere esclusivo di scioglierla quando e come vuole. Si indebolisce così il ruolo del Parlamento infliggendo un grave vulnus al principio della divisione dei poteri che è il cardine di ogni moderno stato costituzionale.
   La riforma cambia inoltre la struttura del Parlamento rendendo macchinosa e difficile la produzione legislativa e rafforza oltre misura i poteri dell'esecutivo e del Primo ministro al quale viene attribuita la funzione, oggi spettante al Presidente della Repubblica, di formare la compagine governativa nonché quella di promuovere l'attività dei ministri e di nominarli e revocarli a suo piacimento. Elimina la mozione di fiducia all'atto della presentazione del Primo ministro alla Camera dei deputati (non più anche al Senato) per illustrare il programma di legislatura, prevede una «questione di fiducia» nel caso in cui il premier intenda chiedere alla Camera di approvare con priorità proposte governative, introduce una mozione di «sfiducia costruttiva» senza apporti esterni alla maggioranza e quindi di difficilissima attuazione pratica, depotenzia il ruolo del Presidente della Repubblica facendone un grande cerimoniere e comprime le funzioni di garanzia della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura.
   Quanto infine alla cosiddetta devolution, la riforma prevede la potestà legislativa «esclusiva» delle Regioni in materia di «assistenza e organizzazione sanitaria» e di «organizzazione scolastica» oltre che di una non meglio precisata «polizia amministrativa regionale e locale». Si tratta di disposizioni che aprono allarmanti prospettive di frantumazione dei sistemi sanitario e scolastico e di inammissibili differenziazioni delle prestazioni nelle diverse regioni che senza dubbio penalizzano il Meridione. Il tutto con una farraginosa ripartizione di potestà normative che aggrava i già rilevanti fenomeni di confusione e di conflitto tra competenze dello Stato e delle Regioni. Un avventurismo istituzionale povero di cultura democratica e di competenza giuridica che va contrastato con ogni determinazione e senza distrazioni o tentennamenti.
      Brindisi, 23 novembre 2005
Michele DI SCHIENA
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