.: Italia Alternativa :.
.: mercoledì 09 luglio 2008 :.
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| Deleuze e l'occupazione del TPO |
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| lunedì 07 novembre 2005 | ||||||||
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DELEUZE E L'OCCUPAZIONE DEL TPO Considerazioni (quasi) personali nel decennale dell'occupazione del TPO e della morte di Gilles Deleuze Dieci anni fa, il 5 novembre 1995, io - allora regista ed attore di teatro - insieme con altre cinque giovani compagnie di Bologna ed alcuni studenti dell'Accademia di Belle Arti, occupammo il Teatro della suddetta Accademia ch'era in disuso da trent'anni. Si trattò della prima occupazione d'uno spazio giovanile - o, almeno, la prima di quel periodo storico - incentrata su tematiche di lavoro e, un po' ante litteram, di precarietà. L'intenzione, cioè, era protestare contro la chiusura del mercato del lavoro nei settori dello spettacolo e prendersi il diritto di svolgere il proprio mestiere creativo. Però, non è di questo che voglio parlare. Il giorno precedente all'occupazione - il 4 novembre - si tenne, ovviamente, una riunione organizzativa preparatoria. Era tardo pomeriggio, io lessi in assemblea il comunicato/manifesto che avevo preparato e che avrebbe, nei giorni seguenti, accompagnato l'occupazione. Ed eccone alcuni passaggi iniziali...: "La possibilità che le cose possano essere modificate in profondità non è più esclusa a priori. Da adesso ogni possibilità è aperta, se lo si desidera. Ed è appunto il desiderio che deve acquistare importanza. Non soltanto desiderio "di qualcosa", ma desiderio non mancante di nulla: quel flusso, quell'energia, prodotta dall'interazione tra attori, tra spettatori, tra gli uni e gli altri. Questo per affermare che un evento teatrale è - tra le altre cose - produzione di desiderio. (...) Sarà la produzione di desiderio a regolare - nel futuro più prossimo - la politica e l'economia del teatro". ...E finali: "Questi gruppi si sono di fatto uniti a partire dai propri bisogni (la mancanza di spazi), ma hanno poi progettato un desiderio comunitario, desiderio di interconnessione, di modalità inedite e di confronto. Non più "politico", non più "privato", la produzione di desiderio è ciò che attraversa, sta in mezzo ai percorsi individuali e ai percorsi collettivi e non può essere appiattita su nessuno dei due fronti". Seguivano le firme di cinque compagnie teatrali a cui, in seguito, se ne sarebbero aggiunte altre (se a qualcuno interessa il testo integrale, lo può trovare qui: http://www. lutherblissett.net/archive/119_it.html). Il testo suscitò molto entusiasmo nell'assemblea. Non appena terminata la lettura, squillò il telefono (stavamo nella sede di Radio K Centrale). Era colui che oggi si firma Wu Ming 1. Telefonava per riferimi la notizia che Gilles Deleuze era morto. La cosa suscitò in me due tipi d'effetto. Un effetto di shock perché, col mio solito tempismo, avevo iniziato a studiare Deleuze proprio in quell'anno. Un effetto galvanizzante perché quella notizia, arrivata proprio dopo la lettura di un testo "deleuziano", mi sembrava ammantare d'aura profetica l'azione che avremmo compiuto l'indomani. Poi, la mattina del 5, ci fu l'occupazione. Essa suscitò grande interesse e consenso, soprattutto perché diversa dal solito, perché esteriore ai soliti schemi "antagonisti". Il secondo giorno dall'entrata nel teatro - il 6 novembre - dinanzi ad una platea gremita presi il microfono. Dissi (vado a memoria ma credo di ricordare precisamente): "Dedichiamo quest'occupazione a Gilles Deleuze, filosofo francese morto due giorni fa. So che molti potrebbero pensare "e a me cosa importa?". Posso solo dire che Deleuze ci insegnò che la forza che muove le cose è il desiderio e che il desiderio è sempre concatenato, sempre collettivo. E' anche grazie a lui, forse, che oggi siamo qui". Benché molti visi in platea fossero a dir poco perplessi, un applauso mi fu comunque concesso. Oggi, trascorsi dieci anni da quell'ocupazione e dalla morte di Deleuze, cosa si può dire? Sulla vicenda del TPO, moltissimo è stato detto e tutt'ora, a Bologna, persistono e fanno sentire la propria presenza i retaggi di quell'esperienza, i numerosi progetti da essa nati (tra i quali c'è anche il mio). Per quanto riguarda Deleuze, possiamo tranquillamente affermare che tutto ciò che oggi viene agito sul terreno della trasformazione sociale è direttamente o indirettamente, consapevolmente o meno, deleuziano. Infatti, tutti ci raccordiamo gli uni agli altri all'interno di rizomi, tutti siamo orientati ad una politica incentrata sulla produzione di desiderio, tutti siamo - almeno a parole - coscienti che l'attivare linee di fuga o deterritorializzazione sia più efficace di una qualsivoglia contrapposizione molare, tutti intendiamo il molteplice come dato costitutivo. E l'elenco delgi esempi potrebbe proseguire. Il pensiero di Deleuze, coerentemente, si è propagato non per filiazione ma per contagio. Malgrado questo, provo una sensazione di disagio. Perché abbiamo vissuto in questi ultimi anni - gli anni del movimento no-global - pratiche sociali solo apparentemente sviluppate entro un piano d'immanenza (o Corpo senza Organi). Abbiamo, invece, vissuto eventi separati dal quotidiano: contro-vertici, manifestazioni e poi tutti a ritornare alla vita precaria e solitaria (per ciò che riguarda il lavoro) di tutti i giorni. Le nostre pratiche sociali sono state, in definitiva, un piano di trascendenza, più un logos che un divenire. Ecco, dovremmo iniziare ad occuparci del quotidiano. Ovvero assumere dalle viscere del pensiero deleuziano una finalità rivoluzionaria mai sottaciuta e sempre, in tutti i testi del filosofo francese, rimarcata: la felicità. ("Non è facile essere un uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli incontri, aumentare la potenza di azione, commuoversi di gioia, moltiplicare gli affetti che esprimono o sviluppano un massimo grado di affermazione") GD
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