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Wednesday 30 July 2008
Torino: azione antirazzista in comune

30 luglio Torino. A metà pomeriggio la prima e la quarta commissione del
Consiglio comunale torinese, riunite in seduta congiunta, dovevano
discutere la proposta del fascista Ravello e del leghista Carossa di
estendere a Torino il rilievo delle impronte digitali ai bambini rom.
Un gruppo di antirazzisti torinesi hanno deciso che era un’occasione da
non mancare per dire la propria. Consegnati, come d’obbligo, i documenti
alle vigili all’ingresso, gli antirazzisti sono andati alla sala
dell’Orologio, dove era prevista la riunione. Mentre si accingeva a
prendere la parola il fascista nazionalalleato Ravello, gli antirazzisti
hanno aperto uno striscione con la scritta “dai un dito a Maroni”. Il
“dito” era rappresentato graficamente dal classico medio levato in alto.
Uno striscione identico era stato sequestrato dalla Digos l’11 luglio
durante un presidio di fronte alla sede della Lega in largo Saluzzo.
Vengono distribuiti volantini e un piccolo flier con una bimba che offre a
Maroni il suo ditino medio. Insieme si grida “vergogna!”. Ma i razzisti,
si sa, di vergogna ne hanno davvero poca e, per dirla tutta, difettano
anche di buone maniere. Gridano sguaiatamente invocando l’intervento delle
forze dell’ordine, si agitano, sudano. Carossa si distingue nel promettere
schiaffi ad un antirazzista, subito dopo aver gridato che lui avrebbe ben
saputo come adoperare tutte e cinque le dita. Nella concitazione non si è
compreso se volesse rivolgere le sue gentili attenzioni ad un’altra
antirazzista che lo invitava a portare a Maroni il flier con la bimba o
alla presidente che tardava a far arrivare i marines. Arrivano minacce di
denunce. Uno intima ad una compagna “pulisci!”, indicando i flier caduti a
terra. “Ci vorrebbe ben altro che una scopa per ripulire la merda morale
di questa sala”, suggerisce la compagna in questione.
Carossa, Ravello ed altri fotografano gli antirazzisti e lo striscione:
che vogliono farne avere una copia a Maroni?
Alla fine le truppe dello Stato, nelle vesti di alcuni vigili urbani,
arrivano e scippano lo striscione dalle mani degli antirazzisti. Giunge
poi la polizia che accompagna i compagni al piano terra per
l’identificazione di rito.
Carossa non pago si precipita in guardiola, si fa mostrare le fotocopie
delle carte di identità e confabula con la digos.
Ripresi i documenti gli antirazzisti vanno in via Garibaldi, aprono uno
striscione uguale a quello scippato dai vigili nella Sala dell’Orologio e
volantinano ai passanti. Arriva la digos e scippa il nuovo striscione: gli
antirazzisti continuano a volantinare ai passanti. Poco prima che il
presidio improvvisato si sciogliesse, la digos restituisce lo striscione:
forse con questo caldo non avevano voglia di scrivere un altro verbale.
La lotta al razzismo continua. Domani è un altro giorno.

Di seguito il volantino distribuito durante l’iniziativa.

Impronta fascista
Per la loro sicurezza. Così il ministro dell’interno Maroni ha
giustificato la decisione di prendere le impronte ai rom, bambini
compresi.
“Sicurezza” è una parola magica: in suo nome tutto diviene possibile. Per
via gelidamente amministrativa, facendo il gioco delle tre carte con norme
e regolamenti esistenti. Proviamo a vedere come.
Si comincia con il dichiarare che a Roma, Milano e Napoli esiste
un’emergenza rom. Quest’emergenza è “nominata” non descritta: con ogni
probabilità Maroni & soci pensano che la violenta campagna mediatica
scatenata contro i rom sia sufficiente a spiegare lo stato di emergenza.
I prefetti della tre città vengono nominati commissari straordinari: tra i
loro compiti “l’identificazione e censimento delle persone, anche minori
di età, e dei nuclei familiari presenti” nei campi nomadi legali e abusivi
“attraverso rilievi segnaletici”. Un censimento su base etnica fatto
attraverso una procedura, i “rilievi segnaletici”, che la legge italiana
riserva alle “persone pericolose o sospette”, in altre parole a chi si
ritiene abbia commesso un reato. In questo modo Maroni ha sancito che
tutti i rom residenti in Italia sono da considerarsi “pericolosi e
sospetti”, facendo partire una procedura che non si può che definire
razzista. Quando un intero popolo è, in quanto tale, considerato
pericoloso, quando la sua presenza sul nostro territorio viene definita
un’emergenza, siamo di fronte ad un’operazione che ha il suo precedente
solo nelle leggi razziali del 1938 contro gli ebrei.
Il dibattito che ha seguito l’annuncio del censimento etnico ha fatto sì
che Maroni & soci annunciassero che, dal 2010, sulle nuove carte di
identità le impronte le dovremo dare tutti. In tal modo saremo tutti
“pericolosi e sospetti”. Si parte dai più deboli per mettere sotto
controllo l’intera società. Da rilevare che sulle carte di identità
elettroniche le impronte vengono inserite già oggi.
Nel frattempo il censimento dei rom, tra resistenze e difficoltà, sta
partendo. Le prime “schede” dimostrano la piena natura razzista
dell’intera operazione. Sulla scheda dei rom “censiti” a Napoli accanto
alle impronte c’è anche l’indicazione della religione e dell’etnia. A
nessun cittadino italiano (o straniero non rom) viene chiesto di
dichiarare il proprio orientamento in materia religiosa. Sulla nostra
carta di identità si indica la nazionalità non certo l’etnia. Nel nostro
paese vivono e sono cittadini italiani persone di lingua tedesca, greca,
ladina, friulana, sarda, albanese… ma nessuno di loro viene schedato in
base a questa appartenenza.

A Torino, per ora esclusa dalla dichiarazione di “emergenza”, la destra
cittadina invoca a gran voce che la schedatura etnica sia estesa alla
nostra città. Dicono che occorre tutelare la sicurezza dei bambini.
Siamo d’accordo: ai piccoli e ai loro genitori occorre sicurezza, perché
vivono in baracche senza luce e acqua, nel fango e tra i topi. Per i rom
torinesi, nel mirino dei razzisti, la sicurezza è un miraggio: a ottobre i
fascisti hanno incendiato il campo di via Vistrorio, mentre si
moltiplicano le aggressioni. I continui sgomberi fanno sì che per i
bambini sia quasi impossibile andare regolarmente a scuola: alla faccia
della tutela di cui si sciacquano la bocca destri e sinistri.

Alcuni baraccati di via Germagnano, stanchi di vivere nella miseria e
nella paura, il 6 luglio hanno occupato una casa abbandonata in via Pisa
5, dalla quale sono stati sgomberati e deportati nel campo abusivo da cui
erano fuggiti. Nessuno, né l’Enel proprietaria dello stabile, né il comune
di Torino poteva correre il rischio che il loro esempio divenisse
contagioso. Una casa dignitosa è la miglior sicurezza per adulti e
bambini, una sicurezza conquistata con l’azione diretta, una sicurezza
vera, perché fatta di libertà e dignità. Libertà e dignità di cui abbiamo
bisogno in tanti, anche se sulla carta di identità siamo definiti
“cittadini italiani”.
I provvedimenti razzisti mirano a dare alimento alla guerra tra poveri, la
pratica della solidarietà tra immigrati e indigeni rende tutti più forti
di fronte ai nemici comuni: i padroni che sfruttano e affamano, i politici
che decidono per noi il nostro presente ed il nostro futuro.

A cura dell’Assemblea Antirazzista di Torino
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