.: Italia Alternativa :.
.: mercoledì 14 maggio 2008 :.
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| 16 marzo 1978 |
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| mercoledì 19 marzo 2008 | ||||||||
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- IL RAPIMENTO DI ALDO MORO - COMUNICATI DELL'ESECUTIVO DI RIVOLUZIONE COMUNISTA - 18 marzo 1978 - Il 16 mattino un commando armato ha rapito il presidente della D.C., Aldo Moro, dopo avere annientato la sua scorta armata di cinque agenti speciali. L'operazione è stata fulminea e la cattura di Moro, che si recava alla Camera per il voto di fiducia al governo Andreotti, ha destato scalpore in Italia e all'estero. "Hanno colpito la democrazia"; "hanno colpito tutti noi"; questo il coro lamentoso degli esponenti politici e della stampa. Il governo si è riunito d'urgenza. Le Confederazioni sindacali hanno proclamato lo sciopero generale. La Malfa ha chiesto la fucilazione sul posto e la pena di morte. Il procuratore di Roma la proclamazione dello "stato di pericolo". Sotto l'effetto dell'emozione tutto il personale borghese ha esternato il proprio livore reazionario. Il rapimento è stato rivendicato ufficialmente dalle Brigate Rosse; che, a dissipare qualsiasi dubbio, hanno messo, fin dal 17, a disposizione del giornale Il Messaggero una foto del rapito con il proprio messaggio. Questo messaggio è apparso sui quotidiani del pomeriggio oggi. E noi oggi l'abbiamo preso in esame. La nostra organizzazione, però, ha preso subito posizione pratica, respingendo l'ondata di mobilitazione reazionaria e le suggestioni "guerrigliere". Ora puntualizziamo il nostro giudizio su quest'ultima, clamorosa, azione delle B. R. 1°) Il rapimento di Moro mette in luce, più degli altri rapimenti precedenti, il disegno di marca partigiana, resistenziale, che anima le B.R. Queste hanno rapito Moro non per colpire la "democrazia", bensì per mettere in crisi la collaborazione DC-PCI che ai loro occhi, liquida la "resistenza italiana" e la "democrazia". Per esse non si tratta di distruggere la "democrazia", ma di salvarla dal naufragio attraverso una lotta violenta contro la DC, centro della ristrutturazione controrivoluzionaria dello Stato. La cattura di Moro, eseguita con lo sterminio della scorta armata, di "terroristico", nel senso politico corretto di questo termine, non ha che la forma. La sostanza è, invece, quella di un'operazione strumentale, intermedia, connessa e finalizzata ad una lotta di posizione di lunga durata. Questa azione sanguinosa è un momento di un processo di lotta partigiana, "guerrigliera"; condotta da posizioni nazionaliste, piccolo-borghesi e staliniane. 2°) Il nostro partito ha, da tempo, chiarito la natura neo- partigiana, democratico-radicale, piccolo-borghese, delle Brigate Rosse. Ma nel far ciò ha dovuto principalmente combattere quel miscuglio di falsi sinistri e democratici, che ha sempre trattato le B.R. come "provocatori" o come "fascisti". Ora che, con la cattura di Moro, le B. R. hanno strappato rispetto politico a questa accozzaglia di denigratori, possiamo esprimerci in modo più diretto nei confronti di questa formazione clandestina. Le B.R. sono figlie legittime della democrazia nazionalistica, figlie legittime della resistenza partigiana; anche se i loro progenitori evoluti, come il PCI, provano orrore per le gesta sanguinose dei propri figli attardati, e checchè oggi dicano sociologia psicologia, e intellettuali "impegnati" o meno. Nel messaggio fatto pervenire al "Messaggero" i rapitori di Moro ripetono, nella sua inconfondibile primitività, la sostanza dell'ideologia partigiana: a) lo Stato come pedina di forze straniere, di invasori, delle multinazionali; b) il partito armato. Questi due elementi sono i cardini ideologici dei movimenti politici "terzomondisti". Sono stati e sono praticati dai movimenti guerriglieri nazionali e dai movimenti armati anti- imperialisti, laddove (Africa, Asia, America Latina) lo Stato è stato, appunto, o è tuttora una pedina dell'imperialismo oppressore; e ove il partito armato, l'armata di liberazione, è stato ed è, appunto, la forma operativa delle forze democratico-nazionali. 3°) Rivoluzione Comunista ha messo sempre in guardia la gioventù proletaria sul carattere democratico di queste posizioni guerrigliere, avvertendo che il concetto di Stato asservito allo straniero e il concetto di partito armato, progressivi in Asia e in Africa perché utili alla rivoluzione nazionale, erano e sono invece arretrati e controrivoluzionari per l'Europa, l'occidente e il nostro paese, in cui la rivoluzione da fare è quella proletaria. Il nostro "Stato democratico" non è affatto una pedina delle multinazionali USA o tedesche. È una poderosa macchina nelle mani della borghesia monopolistica, finanziaria e industriale con cui questa opprime le masse proletarie all'interno, rapina i paesi più deboli del mediterraneo e dell'Africa, conduce la guerra commerciale nei confronti degli imperialismi rivali o viene a patti con gli stessi per redistribuirsi il bottino o svolgere compiti su commissione. L'attacco "al cuore dello Stato", di cui parlano enfaticamente i brigatisti, è una bolla di sapone. La lotta "al cuore dello Stato", ha senso, per le masse proletarie, se non si limita alla sostituzione di un certo personale politico-amministrativo-militare con altro personale di questo tipo. Essa ha valore, per le masse sfruttate, se non si limita a sostituire il personale democristiano con quello socialcomunista, ma mira a spazzar via lo Stato borghese, con tutta la sua burocrazia, e punti a creare un nuovo Stato che poggi sul proletariato armato. La lotta attuale del proletariato italiano ha come obbiettivo, non quello di colpire "il cuore dello Stato", bensì quello di distruggere lo Stato esistente, lo "Stato democratico", che è lo strumento degli sfruttatori capitalistici, e di rimpiazzarlo con lo Stato proletario. 4°) Solo gli stupidi, i bugiardi e i reazionari possono dire e pensare che le azioni armate delle B.R. o quelle di altre formazioni "terroristiche" di sinistra "destabilizzino il sistema" e provochino la reazione autoritaria. Le B.R. non sono la causa della crisi di regime della borghesia italiana; ne sono una delle tante manifestazioni. La loro lotta armata è un tentativo velleitario di contrastare lo sviluppo reazionario di questa crisi, che avanza con lo sviluppo della crisi economica e politica, stando sul terreno democratico-radicale. La violenza "terroristica" ha sempre riflesso le contraddizioni di un periodo storico, non ne è stata mai alla base. L'azione sanguinosa che ha portato alla cattura di Moro, non può quindi essere vista, né come fattore di precipitazione della crisi italiana né, tanto meno, di deviazione dal suo senso di sviluppo. Lo stesso sterminio della scorta armata non è fuori dalla logica del sistema; è una estremizzazione di questa logica, la stessa (la difesa della nazione) con cui la polizia elimina annualmente centinaia di proletari innocenti, solo che le B. R. si rivolgono contro le multinazionali; quest'ultima contro il proletariato. 5°) Dal punto di vista proletario il danno, che provocano le azioni delle B.R., non consiste nell'impaurire la gente o nel suscitare "psicosi reazionaria"; bensì nell'ingenerare l'illusione che si possa mettere in scacco lo Stato imperialista con piccole azioni da gruppo guerrigliero e che la lotta armata consista in un confronto tra l'apparato militare-poliziesco di questo Stato e gli uomini bene addestrati del gruppo guerrigliero. Questa illusione è, in realtà, la concezione propria, della lotta armata, delle B.R. Ma la lotta armata per il comunismo è il momento insurrezionale della lotta di classe proletaria e questa comporta la più vasta, grandiosa partecipazione e armamento, delle masse proletarie contro lo Stato e il sistema dominante. 6°) Rivoluzione Comunista, rivendicando la lotta armata come momento saliente della lotta proletaria, e condannando la lotta armata di stampo piccolo-borghese resistenziale, o democratica anti- autoritaria; sottolinea a tutti i proletari, uomini-donne-giovani l'esigenza attuale, improcrastinabile, della più solida, crescente, organizzazione di lotta proletaria. Oggi bisogna promuovere, col massimo slancio, impegno, perseveranza questa organizzazione, partendo dai gradini più elementari, dai disoccupati, dalle fabbriche, dai quartieri, per dare obbiettivi pratici e prospettiva al crescente odio delle masse contro l'attuale "Stato democratico", putrido e reazionario. 7°) Rivoluzione Comunista sottolinea la primarietà di questo compito. Perciò chiama i giovani più seri, le forze più attive e più avanzate a unificarsi sulla linea proletaria e rivoluzionaria; ad assumere la linea della "difesa proletaria" come unica via per opporre la soluzione di classe alla crisi di regime borghese. Non è tanto il terrorismo statale che intralcia, in questo momento, la lotta di classe in Italia o il patto d'emergenza DC-PCI (tutto questo è un sintomo trasparente della crisi acuta che corrode il sistema), quanto la sfiducia nelle proprie capacità di lotta da un lato, e l'illusione avventurista piccolo-borghese, dall'altro. È ora di rompere queste remore; di vincere la sfiducia e abbandonare l'avventurismo. Avanti con decisione e fermezza sulla via dell'organizzazione proletaria, di costruzione del partito rivoluzionario. 18 marzo 1978 L'Esecutivo Centrale ------------------- BRIGATISMO E PIAGNISTEI DEMOCRATICI - IL RITUALE BORGHESE DEL "PROCESSO" AD ALDO MORO Da un mese i brigatisti detengono nelle loro mani Aldo Moro, mentre, dopo un mese di perquisizioni, fermi, arresti, blocchi stradali, i reparti speciali di polizia non hanno acquisito alcuna traccia dei suoi rapitori. Tralasciamo qualsiasi considerazione su questo contrasto evidente, e ci soffermiamo sul tipo di processo inscenato dalle BR nei confronti di Moro, nonché sulle lettere inviate da quest'ultimo ai dirigenti democristiani. Nel comunicato n.2, fatto giungere il 25 marzo ai giornali di quattro città (Roma, Milano, Genova, Torino), i brigatisti intitolano "processo ad Aldo Moro", annunciando che è "in corso l'interrogatorio ad Aldo Moro che verte a chiarire le politiche imperialistiche e antiproletarie di cui la DC è portatrice; ad individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della giustizia proletaria, verrà giudicato". Nell'annunciato "interrogatorio" non c'è posto per una sola cosa: per "i criteri della giustizia proletaria". La giustizia proletaria impone, infatti, che venga soppresso, imprigionato o rettificato il nemico o il controrivoluzionario che sabota la lotta di classe. Qui siamo di fronte ad una caricatura del processo borghese, basato sulla responsabilità personale e sull'inflizione della pena. Anzi alla forma poliziesca di questo processo, che è quella di ottenere confessioni o informazioni; informazioni che, peraltro, Moro non è in grado di dare. Nel comunicato n.3, anch'esso giunto in quattro città (Milano, Torino, Genova, Roma) il 29 marzo, i brigatisti ribattono sul "processo", dichiarando che "l'interrogatorio ... prosegue con la completa collaborazione del prigioniero" e che Moro ha cominciato a fornire le sue 'illuminanti' risposte. A proposito di che il comunicato dice: "Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del 'nuovo' regime che, nella ristrutturazione dello Stato imperialista delle multinazionali, si sta instaurando nel nostro Paese e che ha come perno la Democrazia cristiana". È questo uno spettacolare "processo", in cui l'analisi della situazione interna ed internazionale è fornita agli "strateghi della lotta armata" da un eminente ideologo borghese! Nel successivo comunicato n. 4 diffuso il 4 aprile a Milano, Genova e Roma, i brigatisti muovono sempre dal "processo", ma per replicare ai piagnistei dei partiti democratici che piangono per il destino del "povero" Moro rimasto nelle mani dei "barbari". Il comunicato obietta, a questo proposito: "Che uno dei più alti dirigenti della DC si trovi sottoposto ad un processo popolare, che debba rispondere ad un Tribunale del popolo di trent'anni di regime democristiano, che il giudizio popolare nella sua prevedibile durezza avrà certamente il suo corso, è una situazione che fino ad ora è stata eccezionale. Ma le cose stanno cambiando". Nell'ultimo comunicato n. 5 ritrovato il 10 aprile a Milano, Genova, Torino, Roma, i brigatisti sottolineano che Moro collabora all'interrogatorio e che egli "ci aiuta validamente a chiarire le linee antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro Paese..., ad individuare con esattezza le responsabilità dei vari boss democristiani, le loro complicità, i loro protettori internazionali, gli equilibri di potere che sono stati alla base di trent'anni di regime DC". Dunque questo imputato è un vero e proprio maestro! Passiamo dal processo a Moro alle lettere di Moro. Il comunicato n. 3 conteneva una lettera autografa di Moro. La lettera è indirizzata a Cossiga e con essa il presidente dc suggerisce un baratto coi suoi rapitori. Moro affronta, con estrema lucidità, il dilemma borghese tra "ragione umanitaria" e "ragione di Stato" nell'intento di sgombrare il terreno da ciò che può intralciare il baratto e la corrispondente trattativa. Egli scrive: "Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile... E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché esso non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un'alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato". "Penso che un preventivo passo della Santa Sede... potrebbe essere utile". Il processo a Moro ha, quindi, finalità più concrete del simbolico processo al regime DC. A questa lettera, che è valsa a Moro l'epiteto di "drogato" e "matto", ne è seguita, col comunicato n. 4, una seconda indirizzata a Zaccagnini. In quest'altra lettera Moro, dopo avere precisato di parlare "in piena lucidità" e senza avere subìto alcuna coercizione nella persona, ripropone, in termini più incalzanti lo scambio di "prigionieri". Egli scrive: "Si discute qui non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell'opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile... Tener duro può apparire più appropriato ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile". Ma la trattativa sollecitata da Moro ha suscitato incertezza nella DC e ostilità nel PCI. Moro è così ritornato alla carica con un'ulteriore lettera resa pubblica col comunicato 5 dalle BR. In quest'ultima lettera, dopo avere polemizzato con Taviani, Moro ribadisce: "Nel caso che ci occupa si trattava di immaginare, con opportuna garanzia, di porre il tema di uno scambio di prigionieri politici... con l'effetto di salvare altre vite umane innocenti... di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza... C'è insomma un complesso di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza fare all'istante un blocco impermeabile...". In seguito a queste ripetute richieste di Moro il mondo parlamentare e le forze borghesi si polarizzano su due tendenze: da un lato abbiamo il cosiddetto "partito del la trattativa"; dall'altro il partito che dice di tenere duro. ----------------------------------- NEL MONDO BORGHESE TUTTO E' MERCANTEGGIO: TRATTA IL GOVERNO, TRATTANO I PARTITI, TRATTANO LE B.R. - LA TRATTATIVA SU MORO UNO SPECCHIO DELL'IDENTITA' POLITICA DELLE FORZE TRATTANTI. Abbiamo visto che i partiti parlamentari e le loro appendici esterne si sono divisi in due tendenze il partito della trattativa e il partito della "guerra a morte" alle Brigate Rosse. Fanno parte del primo: socialisti, un ala democristiana, i raggruppamenti neo-parlamentari (D. P., L.C., ecc.). Fanno parte del secondo: repubblicani, piccisti, un'ala democristiana, ecc. Osserviamo subito che questa divisione in due "partiti" è esteriore e formale, perché la regola del mondo borghese è il mercanteggiamento generale e la divisione tra "umanitaristi" e "statalisti" corrisponde alle diverse modalità di raggiungere lo stesso obbiettivo: salvare l'ostaggio senza pagare un prezzo eccessivo o disfarsene in caso di prezzo elevato. Quindi il vero problema di Andreotti-Cossiga e Zaccagnini-Berlinguer non è quello di trattare o non trattare; ma di come condurre una trattativa conveniente: se attraverso il mercato nero, per interposta persona o direttamente. Ma su questo esso deve fare i conti con la controparte che, dopo il colpo riuscito, non mancherà certamente di sfruttare il successo. Fatta questa osservazione seguiamo i momenti più cruciali della trattativa (di quella cioè che si svolge attraverso documenti e prese di posizione ufficiali e che ricade, perciò, sotto i nostri occhi). Col comunicato n. 7, datato 20 aprile, le B.R., dopo avere smentito il falso comunicato del 18/4 che annunciava l'uccisione di Moro, dichiarano, ufficialmente, che Moro può essere rilasciato ma che il rilascio "può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti". Il comunicato dà un ultimatum al governo di 48 ore a partire dalle ore 15 del 20. A questa proposta di scambio dei brigatisti i portavoce governativi rispondono che "lo scambio non è possibile perché uno Stato di diritto non può trattare con i terroristi". La D.C. dichiara che "non si piega al ricatto... ma confida in una mediazione della Caritas". Il PSI, invece, sollecita i partiti della maggioranza a stabilire un contatto coi brigatisti attraverso gli avvocati difensori. "Lo Stato - dicono i socialisti - ha il dovere di tutelare la vita di tutti i cittadini suoi, di salvarli quando sono in pericolo". Di fronte al tira e molla dei partiti il Papa, con un appello in 4 lingue apparso il 22, chiede alle B.R. la liberazione di Moro "vi prego in ginocchio, egli scrive, liberate l'on. Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tantomeno da superfluo dolore". A questo appello di Paolo VI segue quello del segretario dell'ONU, Kurt Waldheim, il quale scrive: "rivolgo un appello personale urgente a coloro che lo tengono prigioniero affinché acconsentano al suo rilascio sano e salvo". L'ultimatum brigatista scade, ma non succede nulla: segno che, sotterraneamente, si tratta. Dalla sua "prigione" Moro continua a tempestare lo stato maggiore dc. Con una lettera del 20 a Zaccagnini scongiura i suoi colleghi a trattare il baratto concludendo: "Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante sulla storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese". E con un'altra del 24, rinnova le sue critiche disperate e le sue invocazioni alla dc, ripetendo, per dissipare il falso moralismo sullo scambio dei suoi colleghi di partito: "politicamente il tema non è quello della pietà umana... ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra ... non assolverò e non giustificherò nessuno... chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito". Il 24, con il comunicato n. 8, le B.R. precisano le loro richieste di scambio. Riaffermato che "Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti", chiedono che "vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio,... Cristoforo Piancone". La richiesta dei brigatisti, dopo il riconoscimento internazionale ricevuto dal Papa e da Waldheim, è pesante sul tavolo della trattativa. A livello ufficiale avviene un irrigidimento di posizione. Andreotti- Berlinguer gridano contro il "ricatto alla democrazia" e sollecitano Cossiga ad una caccia più serrata ai brigatisti. Intanto ai canali ufficiali della trattativa (Caritas, familiari e amici di Moro, legali del "gruppo storico" sotto processo a Torino) si aggiunge Amnesty International. Lo stato maggiore dc mantiene un atteggiamento ambiguo: tratta e non tratta. Tra il 28 e il 29 giunge l'ennesima lettera di Moro, questa volta indirizzata alla dc. Riferendosi ad un dibattito interno, Moro esclama a metà lettera: "Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui". Il 2 maggio Craxi chiede al governo "un'amnistia allargata". Il 4, mentre tutti i canali della trattativa sono affannosamente all'opera, si accentuano le dichiarazioni del governo e del PCI contro il baratto. In politica la trattativa riflette, come uno specchio, la immagine dei soggetti che la conducono. La trattativa su Moro rivela: 1) il filisteismo e la brutalità dei partiti della "nuova maggioranza", che vorrebbero Moro libero senza sborsare neanche il riscatto che si paga per i comuni sequestri di persona e che temporeggiano nella segreta speranza di acciuffare i rapitori; 2) il carattere nazionalista, piccolo-borghese, delle Brigate Rosse, che ricorrono al baratto dell'ostaggio e al ricatto della sua eliminazione, cioè ai metodi tipici della borghesia (degli Stati e dei movimenti nazionali), contrabbandandoli per metodi della lotta comunista; 3) la natura del rapporto tra "gruppo guerrigliero" o "neopartigiano" e Stato che non è solo di scontro armato, ma anche di compromesso. --------------------- L'UCCISIONE DI MORO NELLA LOGICA DEL BARATTO COMUNE A TUTTI I MOVIMENTI BORGHESI - LE B.R., SENZA SBOCCO POLITICO, ESALTANO LA TECNICA MILITARE. COSTRUIAMO IL PARTITO PROLETARIO, PRATICANDO LA PIU' FERMA LOTTA DI CLASSE. Mentre proseguono le trattative sotterranee, i giornali del 6 maggio riportano il comunicato n. 9 delle B.R., titolando a caratteri cubitali (v. l'Unità): "Gli assassini annunciano l'uccisione di A. Moro". Il comunicato n. 9, datato 5 maggio, incomincia dicendo che "la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione". Ricorda che era stata data la possibilità di rilasciare Moro, con "la libertà... in cambio della libertà", e che la DC e gli altri partiti sono rimasti sfavorevoli allo "scambio dei prigionieri" per cui l'unico linguaggio credibile è quello delle armi. E termina affermando: "Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato". Il comunicato è un ultimatum definitivo a concludere la trattativa. Nei giorni 7 e 8 c'è un via vai di mediatori e un concitato intrecciarsi di iniziative più o meno segrete, dei familiari di Moro, del clero, di politici e legali nell'estremo tentativo di strappare il rapito alla morte. Lo stato maggiore democristiano dice di vivere tra l'angoscia e la speranza. I giornali del 9 scrivono "Per Moro si spera ancora" (La Stampa). Un giorno, forse, sapremo quello che è avvenuto in questi due giorni; ciò che possiamo dire oggi è che la trattativa è fallita. E, i brigatisti, tenendo fede alla minaccia di esecuzione, uccidono Moro e ne lasciano il cadavere, imbottito di proiettili, tra piazza del Gesù sede democristiana e via delle Botteghe Oscure sede del pci. L'uccisione di Moro solleva un'ondata di difensivismo democratico, di propositi di vendetta, di esecrazioni. Le Confederazioni sindacali proclamano lo sciopero nella capitale per il pomeriggio. I partiti di governo mobilitano gli iscritti. La Stampa (10/ 5) minaccia: "La democrazia schiaccerà i suoi nemici". Il giornale dei "centristi" putrefatti (Quot. dei Lav. 10/5) esclama: "infame assassinio di Aldo Moro. È un attacco alla classe operaia, all'opposizione, alla democrazia". Prima di dare il nostro giudizio su questa conclusione del rapimento Moro e del suo significato politico riportiamo alcune prese di posizione, immediate, delle nostre sezioni. La sezione di Milano, con un sintetico comunicato emesso il 9, osserva ed indica: "L'uccisione di Moro pone fine al rapimento del 16 marzo, concludendo in questo modo la lunga trattativa tra le Brigate Rosse e i mediatori di Stato. L'uccisione è un atto politicamente illogico, sia sotto il profilo della stessa lotta guerrigliera o neo-partigiana a cui si richiamano le Brigate Rosse, sia sotto il profilo del trattamento dell'ostaggio. Essa rivela, in questa illogicità politica, la logica disperata, velleitaria, senza sbocco, del brigatismo; la logica atroce del baratto borghese. Sul cadavere di Moro si sono raccolti tutti i servi della borghesia, per piangere il morto e inasprire il rancore reazionario verso le masse e le loro forme di lotta combattive. Un solo sentimento unifica in questo momento questi servi: difendere l'ordine borghese a qualunque costo! Le segreterie sindacali hanno indetto nella capitale uno sciopero dalle 16 alle 24 a difesa dello Stato. Noi denunciamo lo sciopero indetto dalle segreterie sindacali come sciopero antiproletario. Inoltre mettiamo in guardia tutti i lavoratori a scendere in sciopero, a manifestare, a fare assemblee in memoria di Moro e in difesa della democrazia borghese. I proletari non devono dissentire dai gruppi radicali piccolo-borghesi per solidarizzare con lo Stato sfruttatore, ma in nome degli interessi proletari, dei giusti metodi di lotta, del protagonismo di classe. Noi denunciamo ogni illusione brigatista in nome della lotta proletaria. Per questo chiamiamo gli operai, i giovani, le donne, i disoccupati, a stringersi attorno al nostro partito, ad organizzarsi nei comitati di agitazione e battersi per la difesa proletaria contro il blocco del patto di emergenza". La sezione di Genova ha distribuito un lungo volantino, dal quale stralciamo la parte centrale. "Oggi, dopo le ore 13, a 54 giorni dal suo rapimento avvenuto il 16 marzo con la eliminazione dei 5 uomini di scorta, si è conclusa la vicenda Moro con il ritrovamento del cadavere su un'auto al centro di Roma. Questa vicenda è stata per molti versi chiarificatrice, non solo perché ha dimostrato il ruolo autenticamente anti-proletario di tutte le forze parlamentari, neo-parlamentari e sindacali italiane, ma soprattutto perché ha spazzato via ogni possibile illusione neopartigiana che l'inizio di questa vicenda poteva avere ingenerato. Infatti, in questi 54 giorni, il governo, la DC, mentre tuonavano in un coro lamentoso contro il terrorismo, non hanno perso tempo a varare provvedimenti, socialmente e politicamente reazionari: dal peggioramento della legge sull'occupazione giovanile, ai provvedimenti sulle pensioni; dalla fiscalizzazione degli oneri sociali per 1.250 miliardi, alle leggi speciali sull'ordine pubblico, ecc. Essi insomma hanno proseguito nei loro propositi di fare pagare il prezzo della crisi alla classe operaia, ai giovani, alle donne, ai pensionati, ai disoccupati. Le B.R. da parte loro, pur uscendo da questa vicenda formalmente vincenti, ne escono politicamente sconfitte: non solo perché non sono riuscite, almeno per ora, ad impedire l'intesa DC-PCI; ma soprattutto perché non hanno potuto ottenere quelle clamorose rivelazioni a cui puntavano, sul presunto asservimento dello Stato italiano all'imperialismo delle multinazionali. Ma sono state sconfitte anche sul piano in cui si sentono forti, sul piano militare: non avendo ottenuto nulla hanno passato per le armi l'ostaggio. In questo epilogo sta il loro fallimento sul piano politico-militare; quindi il loro declino, la loro fine. Uno di loro lo ha già ammesso dal carcere affermando: "un gruppo guerrigliero, per forte che sia, non potrà mai competere col terrorismo statale". È questa una verità che esce rafforzata da questa vicenda e che spazza via ogni illusione brigatista come strategia di lotta contro lo Stato." Venendo, infine, al significato politico dell'intera vicenda, dopo queste prese di posizione delle nostre organizzazioni di base, osserviamo conclusivamente. 1) L'esecuzione di Moro, dalla cui responsabilità non potrà mai più liberarsi l'ipocrita stato maggiore dc, conclude la parabola brigatista dall'azione di tipo esemplare a quella militare pura (meccanica); segnando il definitivo passaggio, del brigatismo, dall'uso della violenza come mezzo di contestazione alla violenza come esercizio, ossia come mezzo di sopravvivenza. 2) L'eliminazione dell'ostaggio è un passo indietro rispetto agli stessi criteri piccolo-borghesi della guerriglia di tipo nazionale e riesuma la logica spettrale delle liquidazioni borghesi. Per la morale rivoluzionaria, un reazionario o si elimina come tale e non si scambia per nessun motivo, o, se si scambia, non si sopprime. La pretesa del comunicato n. 9, di scambiare "libertà contro libertà", non ha nulla da vedere con questa morale. 3) La fine di Moro non segna, né la fine della repubblica parlamentare, né una svolta nella crisi di regime, che si aggrava per effetto della crisi economica e delle modificazioni dei rapporti di classe. Segna la fine dell'ideologia del "partito armato", del partito della nuova resistenza. 4) Tutto quel ciarpame, che blatera "né con lo Stato né con le B.R.", come se questi fossero i poli contrapposti della situazione italiana, semina confusione per distogliere gli elementi di avanguardia dai compiti politici del momento. Questi compiti sono: formare, organizzare, gli organismi proletari di lotta, estendere e rafforzare il partito rivoluzionario per combattere il governo del "patto di emergenza" per la difesa proletaria. (Tratti dai Supplementi Murali di RIVOLUZIONE COMUNISTA n. 19-20-21- 22 del 22/3, 14/4, 5 e 25/5/78) ----- Milano, Reprint del marzo 1978. I COMPAGNI DEL GRUPPO RIVOLUZIONE COMUNISTA - 21052- Busto Ars. Via Stoppani,15 (quart. Sant'Anna) Milano P.za Morselli 3 - 20154 Milano http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/ e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ----------------------------------
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