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mercoledì 19 marzo 2008
 - IL RAPIMENTO  DI ALDO MORO - COMUNICATI DELL'ESECUTIVO  DI
RIVOLUZIONE COMUNISTA  - 18 marzo 1978 -
 
Il 16 mattino un commando armato ha rapito il presidente della D.C.,
Aldo Moro, dopo avere annientato la sua scorta armata di cinque
agenti
speciali. L'operazione è stata fulminea e la cattura di Moro, che si
recava alla Camera per il voto di fiducia al governo Andreotti, ha
destato scalpore in Italia e all'estero. "Hanno colpito la
democrazia";
"hanno colpito tutti noi"; questo il coro lamentoso degli esponenti
politici e della stampa. Il governo si è riunito d'urgenza. Le
Confederazioni sindacali hanno proclamato lo sciopero generale. La
Malfa ha chiesto la fucilazione sul posto e la pena di morte. Il
procuratore di Roma la proclamazione dello "stato di pericolo". Sotto
l'effetto dell'emozione tutto il personale borghese ha esternato il
proprio livore reazionario.

Il rapimento è stato rivendicato ufficialmente dalle Brigate Rosse;
che, a dissipare qualsiasi dubbio, hanno messo, fin dal 17, a
disposizione del giornale Il Messaggero una foto del rapito con il
proprio messaggio. Questo messaggio è apparso sui quotidiani del
pomeriggio oggi. E noi oggi l'abbiamo preso in esame. La nostra
organizzazione, però, ha preso subito posizione pratica, respingendo
l'ondata di mobilitazione reazionaria e le suggestioni
"guerrigliere".
Ora puntualizziamo il nostro giudizio su quest'ultima, clamorosa,
azione delle B. R.

1°) Il rapimento di Moro mette in luce, più degli altri rapimenti
precedenti, il disegno di marca partigiana, resistenziale, che anima
le
B.R. Queste hanno rapito Moro non per colpire la "democrazia", bensì
per mettere in crisi la collaborazione DC-PCI che ai loro occhi,
liquida la "resistenza italiana" e la "democrazia". Per esse non si
tratta di distruggere la "democrazia", ma di salvarla dal naufragio
attraverso una lotta violenta contro la DC, centro della
ristrutturazione controrivoluzionaria dello Stato.

La cattura di Moro, eseguita con lo sterminio della scorta armata, di
"terroristico", nel senso politico corretto di questo termine, non ha
che la forma. La sostanza è, invece, quella di un'operazione
strumentale, intermedia, connessa e finalizzata ad una lotta di
posizione di lunga durata. Questa azione sanguinosa è un momento di
un
processo di lotta partigiana, "guerrigliera"; condotta da posizioni
nazionaliste, piccolo-borghesi e staliniane.

2°) Il nostro partito ha, da tempo, chiarito la natura neo-
partigiana,
democratico-radicale, piccolo-borghese, delle Brigate Rosse. Ma nel
far
ciò ha dovuto principalmente combattere quel miscuglio di falsi
sinistri e democratici, che ha sempre trattato le B.R. come
"provocatori" o come "fascisti". Ora che, con la cattura di Moro, le
B.
R. hanno strappato rispetto politico a questa accozzaglia di
denigratori, possiamo esprimerci in modo più diretto nei confronti di
questa formazione clandestina.

Le B.R. sono figlie legittime della democrazia nazionalistica, figlie
legittime della resistenza partigiana; anche se i loro progenitori
evoluti, come il PCI, provano orrore per le gesta sanguinose dei
propri
figli attardati, e checchè oggi dicano sociologia psicologia, e
intellettuali "impegnati" o meno. Nel messaggio fatto pervenire al
"Messaggero" i rapitori di Moro ripetono, nella sua inconfondibile
primitività, la sostanza dell'ideologia partigiana: a) lo Stato come
pedina di forze straniere, di invasori, delle multinazionali; b) il
partito armato. Questi due elementi sono i cardini ideologici dei
movimenti politici "terzomondisti". Sono stati e sono praticati dai
movimenti guerriglieri nazionali e dai movimenti armati anti-
imperialisti, laddove (Africa, Asia, America Latina) lo Stato è
stato,
appunto, o è tuttora una pedina dell'imperialismo oppressore; e ove
il
partito armato, l'armata di liberazione, è stato ed è, appunto, la
forma operativa delle forze democratico-nazionali.

3°) Rivoluzione Comunista ha messo sempre in guardia la gioventù
proletaria sul carattere democratico di queste posizioni
guerrigliere,
avvertendo che il concetto di Stato asservito allo straniero e il
concetto di partito armato, progressivi in Asia e in Africa perché
utili alla rivoluzione nazionale, erano e sono invece arretrati e
controrivoluzionari per l'Europa, l'occidente e il nostro paese, in
cui
la rivoluzione da fare è quella proletaria.

Il nostro "Stato democratico" non è affatto una pedina delle
multinazionali USA o tedesche. È una poderosa macchina nelle mani
della
borghesia monopolistica, finanziaria e industriale con cui questa
opprime le masse proletarie all'interno, rapina i paesi più deboli
del
mediterraneo e dell'Africa, conduce la guerra commerciale nei
confronti
degli imperialismi rivali o viene a patti con gli stessi per
redistribuirsi il bottino o svolgere compiti su commissione.
L'attacco
"al cuore dello Stato", di cui parlano enfaticamente i brigatisti, è
una bolla di sapone. La lotta "al cuore dello Stato", ha senso, per
le
masse proletarie, se non si limita alla sostituzione di un certo
personale politico-amministrativo-militare con altro personale di
questo tipo. Essa ha valore, per le masse sfruttate, se non si limita
a
sostituire il personale democristiano con quello socialcomunista, ma
mira a spazzar via lo Stato borghese, con tutta la sua burocrazia, e
punti a creare un nuovo Stato che poggi sul proletariato armato. La
lotta attuale del proletariato italiano ha come obbiettivo, non
quello
di colpire "il cuore dello Stato", bensì quello di distruggere lo
Stato
esistente, lo "Stato democratico", che è lo strumento degli
sfruttatori
capitalistici, e di rimpiazzarlo con lo Stato proletario.

4°) Solo gli stupidi, i bugiardi e i reazionari possono dire e
pensare
che le azioni armate delle B.R. o quelle di altre formazioni
"terroristiche" di sinistra "destabilizzino il sistema" e provochino
la
reazione autoritaria. Le B.R. non sono la causa della crisi di regime
della borghesia italiana; ne sono una delle tante manifestazioni. La
loro lotta armata è un tentativo velleitario di contrastare lo
sviluppo
reazionario di questa crisi, che avanza con lo sviluppo della crisi
economica e politica, stando sul terreno democratico-radicale.

La violenza "terroristica" ha sempre riflesso le contraddizioni di un
periodo storico, non ne è stata mai alla base. L'azione sanguinosa
che
ha portato alla cattura di Moro, non può quindi essere vista, né come
fattore di precipitazione della crisi italiana né, tanto meno, di
deviazione dal suo senso di sviluppo. Lo stesso sterminio della
scorta
armata non è fuori dalla logica del sistema; è una estremizzazione di
questa logica, la stessa (la difesa della nazione) con cui la polizia
elimina annualmente centinaia di proletari innocenti, solo che le B.
R.
si rivolgono contro le multinazionali; quest'ultima contro il
proletariato.

5°) Dal punto di vista proletario il danno, che provocano le azioni
delle B.R., non consiste nell'impaurire la gente o nel suscitare
"psicosi reazionaria"; bensì nell'ingenerare l'illusione che si possa
mettere in scacco lo Stato imperialista con piccole azioni da gruppo
guerrigliero e che la lotta armata consista in un confronto tra
l'apparato militare-poliziesco di questo Stato e gli uomini bene
addestrati del gruppo guerrigliero. Questa illusione è, in realtà, la
concezione propria, della lotta armata, delle B.R.

Ma la lotta armata per il comunismo è il momento insurrezionale della
lotta di classe proletaria e questa comporta la più vasta, grandiosa
partecipazione e armamento, delle masse proletarie contro lo Stato e
il
sistema dominante.

6°) Rivoluzione Comunista, rivendicando la lotta armata come momento
saliente della lotta proletaria, e condannando la lotta armata di
stampo piccolo-borghese resistenziale, o democratica anti-
autoritaria;
sottolinea a tutti i proletari, uomini-donne-giovani l'esigenza
attuale, improcrastinabile, della più solida, crescente,
organizzazione
di lotta proletaria.

Oggi bisogna promuovere, col massimo slancio, impegno, perseveranza
questa organizzazione, partendo dai gradini più elementari, dai
disoccupati, dalle fabbriche, dai quartieri, per dare obbiettivi
pratici e prospettiva al crescente odio delle masse contro l'attuale
"Stato democratico", putrido e reazionario.

7°) Rivoluzione Comunista sottolinea la primarietà di questo compito.
Perciò chiama i giovani più seri, le forze più attive e più avanzate
a
unificarsi sulla linea proletaria e rivoluzionaria; ad assumere la
linea della "difesa proletaria" come unica via per opporre la
soluzione
di classe alla crisi di regime borghese.

Non è tanto il terrorismo statale che intralcia, in questo momento,
la
lotta di classe in Italia o il patto d'emergenza DC-PCI (tutto questo
è
un sintomo trasparente della crisi acuta che corrode il sistema),
quanto la sfiducia nelle proprie capacità di lotta da un lato, e
l'illusione avventurista piccolo-borghese, dall'altro. È ora di
rompere
queste remore; di vincere la sfiducia e abbandonare l'avventurismo.
Avanti con decisione e fermezza sulla via dell'organizzazione
proletaria, di costruzione del partito rivoluzionario.

18 marzo 1978 L'Esecutivo Centrale
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BRIGATISMO E PIAGNISTEI DEMOCRATICI - IL RITUALE BORGHESE DEL
"PROCESSO" AD ALDO MORO

Da un mese i brigatisti detengono nelle loro mani Aldo Moro, mentre,
dopo un mese di perquisizioni, fermi, arresti, blocchi stradali, i
reparti speciali di polizia non hanno acquisito alcuna traccia dei
suoi
rapitori. Tralasciamo qualsiasi considerazione su questo contrasto
evidente, e ci soffermiamo sul tipo di processo inscenato dalle BR
nei
confronti di Moro, nonché sulle lettere inviate da quest'ultimo ai
dirigenti democristiani.

Nel comunicato n.2, fatto giungere il 25 marzo ai giornali di quattro
città (Roma, Milano, Genova, Torino), i brigatisti intitolano
"processo
ad Aldo Moro", annunciando che è "in corso l'interrogatorio ad Aldo
Moro che verte a chiarire le politiche imperialistiche e
antiproletarie
di cui la DC è portatrice; ad individuare con precisione le strutture
internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione
imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare
sulle
cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le
dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della
giustizia proletaria, verrà giudicato". Nell'annunciato
"interrogatorio" non c'è posto per una sola cosa: per "i criteri
della
giustizia proletaria". La giustizia proletaria impone, infatti, che
venga soppresso, imprigionato o rettificato il nemico o il
controrivoluzionario che sabota la lotta di classe. Qui siamo di
fronte
ad una caricatura del processo borghese, basato sulla responsabilità
personale e sull'inflizione della pena. Anzi alla forma poliziesca di
questo processo, che è quella di ottenere confessioni o informazioni;
informazioni che, peraltro, Moro non è in grado di dare.

Nel comunicato n.3, anch'esso giunto in quattro città (Milano,
Torino,
Genova, Roma) il 29 marzo, i brigatisti ribattono sul "processo",
dichiarando che "l'interrogatorio ... prosegue con la completa
collaborazione del prigioniero" e che Moro ha cominciato a fornire le
sue 'illuminanti' risposte. A proposito di che il comunicato dice:
"Le
risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee
controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando;
delineano con chiarezza i contorni e il corpo del 'nuovo' regime che,
nella ristrutturazione dello Stato imperialista delle multinazionali,
si sta instaurando nel nostro Paese e che ha come perno la Democrazia
cristiana". È questo uno spettacolare "processo", in cui l'analisi
della situazione interna ed internazionale è fornita agli "strateghi
della lotta armata" da un eminente ideologo borghese!

Nel successivo comunicato n. 4 diffuso il 4 aprile a Milano, Genova e
Roma, i brigatisti muovono sempre dal "processo", ma per replicare ai
piagnistei dei partiti democratici che piangono per il destino del
"povero" Moro rimasto nelle mani dei "barbari". Il comunicato
obietta,
a questo proposito: "Che uno dei più alti dirigenti della DC si trovi
sottoposto ad un processo popolare, che debba rispondere ad un
Tribunale del popolo di trent'anni di regime democristiano, che il
giudizio popolare nella sua prevedibile durezza avrà certamente il
suo
corso, è una situazione che fino ad ora è stata eccezionale. Ma le
cose
stanno cambiando".

Nell'ultimo comunicato n. 5 ritrovato il 10 aprile a Milano, Genova,
Torino, Roma, i brigatisti sottolineano che Moro collabora
all'interrogatorio e che egli "ci aiuta validamente a chiarire le
linee
antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche che si sono
dipanate nel nostro Paese..., ad individuare con esattezza le
responsabilità dei vari boss democristiani, le loro complicità, i
loro
protettori internazionali, gli equilibri di potere che sono stati
alla
base di trent'anni di regime DC". Dunque questo imputato è un vero e
proprio maestro!

Passiamo dal processo a Moro alle lettere di Moro. Il comunicato n. 3
conteneva una lettera autografa di Moro. La lettera è indirizzata a
Cossiga e con essa il presidente dc suggerisce un baratto coi suoi
rapitori. Moro affronta, con estrema lucidità, il dilemma borghese
tra
"ragione umanitaria" e "ragione di Stato" nell'intento di sgombrare
il
terreno da ciò che può intralciare il baratto e la corrispondente
trattativa. Egli scrive: "Il sacrificio degli innocenti in nome di un
astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di
necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile... E non si
dica
che lo Stato perde la faccia, perché esso non ha saputo o potuto
impedire il rapimento di un'alta personalità che significa qualcosa
nella vita dello Stato". "Penso che un preventivo passo della Santa
Sede... potrebbe essere utile". Il processo a Moro ha, quindi,
finalità
più concrete del simbolico processo al regime DC.

A questa lettera, che è valsa a Moro l'epiteto di "drogato" e
"matto",
ne è seguita, col comunicato n. 4, una seconda indirizzata a
Zaccagnini. In quest'altra lettera Moro, dopo avere precisato di
parlare "in piena lucidità" e senza avere subìto alcuna coercizione
nella persona, ripropone, in termini più incalzanti lo scambio di
"prigionieri". Egli scrive: "Si discute qui non in astratto diritto
(benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano
dell'opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con
realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile...
Tener duro può apparire più appropriato ma una qualche concessione è
non solo equa, ma anche politicamente utile".

Ma la trattativa sollecitata da Moro ha suscitato incertezza nella DC
e ostilità nel PCI. Moro è così ritornato alla carica con
un'ulteriore
lettera resa pubblica col comunicato 5 dalle BR. In quest'ultima
lettera, dopo avere polemizzato con Taviani, Moro ribadisce: "Nel
caso
che ci occupa si trattava di immaginare, con opportuna garanzia, di
porre il tema di uno scambio di prigionieri politici... con l'effetto
di salvare altre vite umane innocenti... di evitare che la tensione
si
accresca e lo Stato perda credito e forza... C'è insomma un complesso
di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza
fare all'istante un blocco impermeabile...".

In seguito a queste ripetute richieste di Moro il mondo parlamentare
e
le forze borghesi si polarizzano su due tendenze: da un lato abbiamo
il
cosiddetto "partito del la trattativa"; dall'altro il partito che
dice
di tenere duro.
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NEL MONDO BORGHESE TUTTO E' MERCANTEGGIO: TRATTA IL GOVERNO, TRATTANO
I PARTITI, TRATTANO LE B.R. - LA TRATTATIVA SU MORO UNO SPECCHIO
DELL'IDENTITA' POLITICA DELLE FORZE TRATTANTI. 

Abbiamo visto che i partiti parlamentari e le loro appendici esterne
si sono divisi in due tendenze il partito della trattativa e il
partito
della "guerra a morte" alle Brigate Rosse. Fanno parte del primo:
socialisti, un ala democristiana, i raggruppamenti neo-parlamentari
(D.
P., L.C., ecc.). Fanno parte del secondo: repubblicani, piccisti,
un'ala democristiana, ecc.

Osserviamo subito che questa divisione in due "partiti" è esteriore e
formale, perché la regola del mondo borghese è il mercanteggiamento
generale e la divisione tra "umanitaristi" e "statalisti" corrisponde
alle diverse modalità di raggiungere lo stesso obbiettivo: salvare
l'ostaggio senza pagare un prezzo eccessivo o disfarsene in caso di
prezzo elevato. Quindi il vero problema di Andreotti-Cossiga e
Zaccagnini-Berlinguer non è quello di trattare o non trattare; ma di
come condurre una trattativa conveniente: se attraverso il mercato
nero, per interposta persona o direttamente. Ma su questo esso deve
fare i conti con la controparte che, dopo il colpo riuscito, non
mancherà certamente di sfruttare il successo.

Fatta questa osservazione seguiamo i momenti più cruciali della
trattativa (di quella cioè che si svolge attraverso documenti e prese
di posizione ufficiali e che ricade, perciò, sotto i nostri occhi).

Col comunicato n. 7, datato 20 aprile, le B.R., dopo avere smentito
il
falso comunicato del 18/4 che annunciava l'uccisione di Moro,
dichiarano, ufficialmente, che Moro può essere rilasciato ma che il
rilascio "può essere preso in considerazione solo in relazione alla
liberazione di prigionieri comunisti". Il comunicato dà un ultimatum
al
governo di 48 ore a partire dalle ore 15 del 20. A questa proposta di
scambio dei brigatisti i portavoce governativi rispondono che "lo
scambio non è possibile perché uno Stato di diritto non può trattare
con i terroristi". La D.C. dichiara che "non si piega al ricatto...
ma
confida in una mediazione della Caritas". Il PSI, invece, sollecita i
partiti della maggioranza a stabilire un contatto coi brigatisti
attraverso gli avvocati difensori. "Lo Stato - dicono i socialisti -
ha
il dovere di tutelare la vita di tutti i cittadini suoi, di salvarli
quando sono in pericolo".

Di fronte al tira e molla dei partiti il Papa, con un appello in 4
lingue apparso il 22, chiede alle B.R. la liberazione di Moro "vi
prego
in ginocchio, egli scrive, liberate l'on. Aldo Moro, semplicemente,
senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa
intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in
umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra
coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato
di sangue innocente, né tantomeno da superfluo dolore".

A questo appello di Paolo VI segue quello del segretario dell'ONU,
Kurt Waldheim, il quale scrive: "rivolgo un appello personale urgente
a
coloro che lo tengono prigioniero affinché acconsentano al suo
rilascio
sano e salvo".

L'ultimatum brigatista scade, ma non succede nulla: segno che,
sotterraneamente, si tratta. Dalla sua "prigione" Moro continua a
tempestare lo stato maggiore dc. Con una lettera del 20 a Zaccagnini
scongiura i suoi colleghi a trattare il baratto concludendo: "Se voi
non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante sulla
storia
d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul
Paese".
E con un'altra del 24, rinnova le sue critiche disperate e le sue
invocazioni alla dc, ripetendo, per dissipare il falso moralismo
sullo
scambio dei suoi colleghi di partito: "politicamente il tema non è
quello della pietà umana... ma dello scambio di alcuni prigionieri di
guerra ... non assolverò e non giustificherò nessuno... chiedo che ai
miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di
partito".

Il 24, con il comunicato n. 8, le B.R. precisano le loro richieste di
scambio. Riaffermato che "Moro è un prigioniero politico e che il suo
rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri
comunisti", chiedono che "vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario
Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri,
Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto
Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio,...
Cristoforo Piancone".

La richiesta dei brigatisti, dopo il riconoscimento internazionale
ricevuto dal Papa e da Waldheim, è pesante sul tavolo della
trattativa.
A livello ufficiale avviene un irrigidimento di posizione. Andreotti-
Berlinguer gridano contro il "ricatto alla democrazia" e sollecitano
Cossiga ad una caccia più serrata ai brigatisti. Intanto ai canali
ufficiali della trattativa (Caritas, familiari e amici di Moro,
legali
del "gruppo storico" sotto processo a Torino) si aggiunge Amnesty
International. Lo stato maggiore dc mantiene un atteggiamento
ambiguo:
tratta e non tratta. Tra il 28 e il 29 giunge l'ennesima lettera di
Moro, questa volta indirizzata alla dc.

Riferendosi ad un dibattito interno, Moro esclama a metà lettera: "Da
che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta
tanto,
un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va invece che in
prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui". Il 2 maggio Craxi
chiede
al governo "un'amnistia allargata". Il 4, mentre tutti i canali della
trattativa sono affannosamente all'opera, si accentuano le
dichiarazioni del governo e del PCI contro il baratto.

In politica la trattativa riflette, come uno specchio, la immagine
dei
soggetti che la conducono. La trattativa su Moro rivela:

1) il filisteismo e la brutalità dei partiti della "nuova
maggioranza", che vorrebbero Moro libero senza sborsare neanche il
riscatto che si paga per i comuni sequestri di persona e che
temporeggiano nella segreta speranza di acciuffare i rapitori;

2) il carattere nazionalista, piccolo-borghese, delle Brigate Rosse,
che ricorrono al baratto dell'ostaggio e al ricatto della sua
eliminazione, cioè ai metodi tipici della borghesia (degli Stati e
dei
movimenti nazionali), contrabbandandoli per metodi della lotta
comunista;

3) la natura del rapporto tra "gruppo guerrigliero" o "neopartigiano"
e Stato che non è solo di scontro armato, ma anche di compromesso.
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L'UCCISIONE DI MORO NELLA LOGICA DEL BARATTO COMUNE A TUTTI I
MOVIMENTI BORGHESI  - LE B.R., SENZA SBOCCO POLITICO, ESALTANO LA
TECNICA MILITARE. COSTRUIAMO IL PARTITO PROLETARIO, PRATICANDO LA
PIU'
FERMA LOTTA DI CLASSE.   

Mentre proseguono le trattative sotterranee, i giornali del 6 maggio
riportano il comunicato n. 9 delle B.R., titolando a caratteri
cubitali
(v. l'Unità): "Gli assassini annunciano l'uccisione di A. Moro".

Il comunicato n. 9, datato 5 maggio, incomincia dicendo che "la
battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata
alla sua conclusione". Ricorda che era stata data la possibilità di
rilasciare Moro, con "la libertà... in cambio della libertà", e che
la
DC e gli altri partiti sono rimasti sfavorevoli allo "scambio dei
prigionieri" per cui l'unico linguaggio credibile è quello delle
armi.
E termina affermando: "Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16
marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato".

Il comunicato è un ultimatum definitivo a concludere la trattativa.
Nei giorni 7 e 8 c'è un via vai di mediatori e un concitato
intrecciarsi di iniziative più o meno segrete, dei familiari di Moro,
del clero, di politici e legali nell'estremo tentativo di strappare
il
rapito alla morte. Lo stato maggiore democristiano dice di vivere tra
l'angoscia e la speranza. I giornali del 9 scrivono "Per Moro si
spera
ancora" (La Stampa). Un giorno, forse, sapremo quello che è avvenuto
in
questi due giorni; ciò che possiamo dire oggi è che la trattativa è
fallita. E, i brigatisti, tenendo fede alla minaccia di esecuzione,
uccidono Moro e ne lasciano il cadavere, imbottito di proiettili, tra
piazza del Gesù sede democristiana e via delle Botteghe Oscure sede
del
pci.

L'uccisione di Moro solleva un'ondata di difensivismo democratico, di
propositi di vendetta, di esecrazioni. Le Confederazioni sindacali
proclamano lo sciopero nella capitale per il pomeriggio. I partiti di
governo mobilitano gli iscritti. La Stampa (10/ 5) minaccia: "La
democrazia schiaccerà i suoi nemici". Il giornale dei "centristi"
putrefatti (Quot. dei Lav. 10/5) esclama: "infame assassinio di Aldo
Moro. È un attacco alla classe operaia, all'opposizione, alla
democrazia". Prima di dare il nostro giudizio su questa conclusione
del
rapimento Moro e del suo significato politico riportiamo alcune prese
di posizione, immediate, delle nostre sezioni.

La sezione di Milano, con un sintetico comunicato emesso il 9,
osserva
ed indica:

"L'uccisione di Moro pone fine al rapimento del 16 marzo, concludendo
in questo modo la lunga trattativa tra le Brigate Rosse e i mediatori
di Stato. L'uccisione è un atto politicamente illogico, sia sotto il
profilo della stessa lotta guerrigliera o neo-partigiana a cui si
richiamano le Brigate Rosse, sia sotto il profilo del trattamento
dell'ostaggio. Essa rivela, in questa illogicità politica, la logica
disperata, velleitaria, senza sbocco, del brigatismo; la logica
atroce
del baratto borghese.

Sul cadavere di Moro si sono raccolti tutti i servi della borghesia,
per piangere il morto e inasprire il rancore reazionario verso le
masse
e le loro forme di lotta combattive. Un solo sentimento unifica in
questo momento questi servi: difendere l'ordine borghese a qualunque
costo!

Le segreterie sindacali hanno indetto nella capitale uno sciopero
dalle 16 alle 24 a difesa dello Stato. Noi denunciamo lo sciopero
indetto dalle segreterie sindacali come sciopero antiproletario.
Inoltre mettiamo in guardia tutti i lavoratori a scendere in
sciopero,
a manifestare, a fare assemblee in memoria di Moro e in difesa della
democrazia borghese. I proletari non devono dissentire dai gruppi
radicali piccolo-borghesi per solidarizzare con lo Stato sfruttatore,
ma in nome degli interessi proletari, dei giusti metodi di lotta, del
protagonismo di classe.

Noi denunciamo ogni illusione brigatista in nome della lotta
proletaria. Per questo chiamiamo gli operai, i giovani, le donne, i
disoccupati, a stringersi attorno al nostro partito, ad organizzarsi
nei comitati di agitazione e battersi per la difesa proletaria contro
il blocco del patto di emergenza".

La sezione di Genova ha distribuito un lungo volantino, dal quale
stralciamo la parte centrale.

"Oggi, dopo le ore 13, a 54 giorni dal suo rapimento avvenuto il 16
marzo con la eliminazione dei 5 uomini di scorta, si è conclusa la
vicenda Moro con il ritrovamento del cadavere su un'auto al centro di
Roma.

Questa vicenda è stata per molti versi chiarificatrice, non solo
perché ha dimostrato il ruolo autenticamente anti-proletario di tutte
le forze parlamentari, neo-parlamentari e sindacali italiane, ma
soprattutto perché ha spazzato via ogni possibile illusione
neopartigiana che l'inizio di questa vicenda poteva avere ingenerato.
Infatti, in questi 54 giorni, il governo, la DC, mentre tuonavano in
un
coro lamentoso contro il terrorismo, non hanno perso tempo a varare
provvedimenti, socialmente e politicamente reazionari: dal
peggioramento della legge sull'occupazione giovanile, ai
provvedimenti
sulle pensioni; dalla fiscalizzazione degli oneri sociali per 1.250
miliardi, alle leggi speciali sull'ordine pubblico, ecc. Essi insomma
hanno proseguito nei loro propositi di fare pagare il prezzo della
crisi alla classe operaia, ai giovani, alle donne, ai pensionati, ai
disoccupati.

Le B.R. da parte loro, pur uscendo da questa vicenda formalmente
vincenti, ne escono politicamente sconfitte: non solo perché non sono
riuscite, almeno per ora, ad impedire l'intesa DC-PCI; ma soprattutto
perché non hanno potuto ottenere quelle clamorose rivelazioni a cui
puntavano, sul presunto asservimento dello Stato italiano
all'imperialismo delle multinazionali. Ma sono state sconfitte anche
sul piano in cui si sentono forti, sul piano militare: non avendo
ottenuto nulla hanno passato per le armi l'ostaggio. In questo
epilogo
sta il loro fallimento sul piano politico-militare; quindi il loro
declino, la loro fine. Uno di loro lo ha già ammesso dal carcere
affermando: "un gruppo guerrigliero, per forte che sia, non potrà mai
competere col terrorismo statale". È questa una verità che esce
rafforzata da questa vicenda e che spazza via ogni illusione
brigatista
come strategia di lotta contro lo Stato."

Venendo, infine, al significato politico dell'intera vicenda, dopo
queste prese di posizione delle nostre organizzazioni di base,
osserviamo conclusivamente.

1) L'esecuzione di Moro, dalla cui responsabilità non potrà mai più
liberarsi l'ipocrita stato maggiore dc, conclude la parabola
brigatista
dall'azione di tipo esemplare a quella militare pura (meccanica);
segnando il definitivo passaggio, del brigatismo, dall'uso della
violenza come mezzo di contestazione alla violenza come esercizio,
ossia come mezzo di sopravvivenza.

2) L'eliminazione dell'ostaggio è un passo indietro rispetto agli
stessi criteri piccolo-borghesi della guerriglia di tipo nazionale e
riesuma la logica spettrale delle liquidazioni borghesi. Per la
morale
rivoluzionaria, un reazionario o si elimina come tale e non si
scambia
per nessun motivo, o, se si scambia, non si sopprime. La pretesa del
comunicato n. 9, di scambiare "libertà contro libertà", non ha nulla
da
vedere con questa morale.

3) La fine di Moro non segna, né la fine della repubblica
parlamentare, né una svolta nella crisi di regime, che si aggrava per
effetto della crisi economica e delle modificazioni dei rapporti di
classe. Segna la fine dell'ideologia del "partito armato", del
partito
della nuova resistenza.

4) Tutto quel ciarpame, che blatera "né con lo Stato né con le B.R.",
come se questi fossero i poli contrapposti della situazione italiana,
semina confusione per distogliere gli elementi di avanguardia dai
compiti politici del momento. Questi compiti sono: formare,
organizzare, gli organismi proletari di lotta, estendere e rafforzare
il partito rivoluzionario per combattere il governo del "patto di
emergenza" per la difesa proletaria.

(Tratti dai Supplementi Murali di RIVOLUZIONE COMUNISTA n. 19-20-21-
22
del 22/3, 14/4, 5 e 25/5/78)
-----
 Milano, Reprint del marzo 1978.

 I COMPAGNI DEL GRUPPO RIVOLUZIONE COMUNISTA

- 21052- Busto Ars. Via Stoppani,15 (quart. Sant'Anna)

Milano P.za Morselli 3 - 20154 Milano

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