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lunedì 19 novembre 2007
CONTRO I LICENZIAMENTI E CONTRO LA REPRESSIONE, OLTRE LA NECESSARIA SOLIDARIETA’

 

 

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un’impennata dei licenziamenti politici in Fiat e negli altri luoghi di lavoro, ultimo atto repressivo è il nuovo licenziamento di Mimmo Mignano all’Alfasud di Pomigliano. (Mimmo, ora non più dello Slai Cobas, era già stato licenziato lo scorso anno insieme ad altri 7 lavoratori dello Slai Cobas di Fiat e Tnt -col consenso di Fiom-Fim-Uil- dopo la clamorosa bocciatura assembleare del contratto-truffa dei metalmeccanici. Lavoratori riportati poi in fabbrica dallo Slai Cobas).

 

 Contemporaneamente la repressione politica e poliziesca si estende dalle fabbriche alla società, e la magistratura commina o richiede condanne sempre più pesanti. Così è avvenuto al processo di appello per gli scontri dell’11 marzo 2006 a Milano, con la conferma della condanna per 15 antifascisti a 4 anni di carcere per “concorso morale in devastazione e saccheggio” (si contesta ai condannati non una colpa individuale, ma la semplice presenza sul luogo della manifestazione, sulla base di un reato mai applicato prima per le manifestazioni politiche e risalente ai tempi del fascismo!). La stesso reato è contestato a 25 compagni a Genova e 13 a Cosenza per i fatti del G8 del 2001 e la sentenza di Milano fa da battistrada a queste richieste, mentre il processo per l’uccisione di Carlo Giuliani è stato archiviato e i dirigenti della polizia responsabili degli orrori di Genova 2001 sono premiati con promozioni.

 

I licenziamenti politici nelle fabbriche e l’aumento della repressione poliziesca sono figli della trasformazione in senso autoritario dello Stato e delle relazioni sindacali, dell’esigenza di “governabilità da regime” espressa ieri da Berlusconi ed oggi dell’asse Prodi-Confindustria-Cgil,Cisl,Uil. Sono entrambi necessari per contrastare con ogni mezzo l’opposizione operaia ed imporre pace e controllo sociale, precarietà e bassi salari, politiche intrecciate di guerre commerciali e guerre reali. Entrambi servono per ottenere la subordinazione normativa, sindacale e politica del lavoro dipendente agli interessi padronali, mascherati da interessi collettivi e sociali.

 

L’accordo su precarietà-welfare-pensioni imposto d’imperio col referendum farsa. La trattativa dei metalmeccanici su meritocrazia, paghe di posto, restaurazione del cottimo collettivo, ulteriore flessibilità e precarietà. Il decreto sulla “sicurezza” che abroga i residui di uno Stato di diritto che scivola sempre più verso uno Stato di polizia. La repressione padronale ed istituzionale sempre più aperta e pesante del conflitto sociale.

Tutti questi avvenimenti in corso hanno trasformato in tragica farsa il definitivo fallimento del tentativo di “rifondare” in senso “socialmente corretto e legalitario” lo stato e il governo borghesi operato dalle cosiddette sinistre riformiste e “radicali”.  Al contrario riemergono alla luce rigurgiti di logiche inquietanti e autoritarie, già sconfitte dal Movimento Operaio ai tempi di Valletta. Quando, in ossequio al regime, si eseguivano licenziamenti a “decimazione” di rappresaglia politica e sindacale nelle fabbriche Fiat (oggi sta nuovamente avvenendo) e si organizzavano attentati e pestaggi squadristici delle avanguardie operaie (come è avvenuto recentemente a nostri compagni dell’Alfa di Arese).

 

La lotta contro i licenziamenti e la repressione in fabbrica e nella società, necessaria e doverosa, per essere però in grado di contrastare effettivamente quanto sta avvenendo non può prescindere dalla necessità di costruire e organizzare una forte, visibile e chiara (senza ‘se’ e senza ‘ma’) opposizione operaia e proletaria al governo Prodi; alle sue politiche reazionarie, antioperaie ed antiproletarie; ai poteri industriali e finanziari che rappresenta; alle collegate e funzionali pratiche di concertazione politica e sindacale.

 

La storia di questi anni lo ha dimostrato: scorciatoie e politicismo alla lunga sono destinati ad essere fuorvianti e funzionali a non cambiare nulla. Per combattere i licenziamenti politici e la trasformazione autoritaria in atto dello Stato e delle relazioni sindacali bisogna andare “oltre” la solidarietà sui singoli e specifici episodi e adoperarsi per la costruzione dell’ “indipendenza di classe” da cui ripartire per organizzare un forte movimento unitario di ‘resistenza e controffensiva’.

 

            La prossime iniziative per riportare in fabbrica e nei luoghi di lavoro gli operai licenziati per rappresaglia politica e per contrastare la repressione e l’involuzione autoritaria, dovranno necessariamente inserirsi in questo quadro, dovranno collegarsi alla lotta di resistenza nei posti di lavoro e nella società contro un capitalismo sempre più violento e sfruttatore, anche se vestito nei panni della “sinistra”. Gli operai, i proletari, non possono e non devono più delegare a terzi la difesa dei loro interessi sul piano sindacale e sul piano politico, l’ ”indipendenza di classe” è l’unico strumento che hanno per difendere le proprie esistenze.

 

 

SLAI COBAS

 

16-11-2007
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