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Contro ogni discriminazione sessuale. Equiparazione tra famiglie e convivenze di fatto. PDF Stampa E-mail
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martedì 19 giugno 2007
CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO.LANDONIO  VIA STOPPANI 15
(QUART.
SANT’ANNA p.zza princ.)
-21052– BUSTO ARSIZIO – VA –(uscita autostrada A8 Laghi) –

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Formare libere unioni e superare la famiglia matrimoniale. Contro
ogni
discriminazione sessuale, equiparazione tra famiglie e convivenze di
fatto
 

La regolamentazione delle convivenze di fatto avviene in un momento
di
rognoso attacco del fronte familista, clerico-fascista-nazional-
leghista, contro l’autodeterminazione della donna dei giovani e dei
giovanissimi, a sostegno di un folle riassetto, reazionario e
castigante, della famiglia e del modello sociale. Perciò l’impegno
del
governo di legalizzare i Pacs entro gennaio si è trasformato in un
terreno di melmosa contesa tra cattolici e laici, in un tira e molla
nauseante tra Cei (Conferenza episcopale italiana) e coalizione di
governo e tra le diverse anime della coalizione stessa; in cui tutti,
o
quasi, tirano al ribasso. La rivoltante contesa, in cui si dividono
ideologicamente ma si ricompongono praticamente i sostenitori della
concezione cattolica del matrimonio (tradizionalista,
sacramentalista,
eterosessualista) e quelli della concezione laica (individualista,
patrimonialista, statalista), gira e rigira attorno a luoghi comuni
giuridici senza alcun riferimento ai cambiamenti strutturali della
società, infognandosi nel tunnel oscurantista che porta dalla ragione
alla fede, dalla politica all’etica, dalla parità tra i sessi al
ruolo
ancillare della donna. Occupandoci dei Pacs ci tocca quindi fare
chiarificazioni preliminari di cui avremmo fatto volentieri a meno.

 

Capitalismo e famiglia

 

L’istituzione famiglia, per quanto millenaria, non proviene dalla
notte dei tempi. Essa non è esistita nelle epoche più lunghe di
sviluppo della specie umana (nel tribalismo e nella barbarie). È
sorta
con lo schiavismo e ha accompagnato il feudalesimo e il capitalismo.
Il
suo ruolo è stato quello di assicurare la trasmissione dei patrimoni
e
l’educazione dei figli nel rispetto della gerarchia sociale. La
famiglia si è adattata al capitalismo in ogni stadio del suo
sviluppo.
Dallo stadio manifatturiero (17°-18° secolo) allo stadio industriale
(19°-20° secolo); dallo stadio monopolistico (1910-1979) allo
schiavismo tecnologico (1980 in avanti). Evolvendo da famiglia
contadina a famiglia estesa, da famiglia estesa a famiglia nucleare,
da
famiglia nucleare a famiglia unipersonale. E sfaccettandosi in vari
tipi: in famiglia matrimoniale e in convivenze di fatto. La famiglia
matrimoniale basata sul matrimonio religioso ha cinque secoli di
vita.
Le famiglie matrimoniali civili e le coppie non sposate ne hanno
molta
di più. Qualunque sia l’età della famiglia questa è stata sempre il
luogo principale di oppressione della donna nonché la gabbia di
costrizione dei figli in età infantile e giovanile. E da quando
esiste
la famiglia questa è stata sempre accompagnata dalla prostituzione e
dall’adulterio in quanto procreazione e sessualità sono cose distinte
e
il maschio ha appagato sempre, fuori dalla famiglia, i suoi bisogni
sessuali.

 

Il teatrino della "Commissione famiglia" e la bordata della "Curia"

 

Ciò chiarito a premessa, va detto in primo luogo che la contesa tra
cattolici e laici ha più teatri. Il primo teatro, anzi teatrino, è
costituito dalla Commissione famiglia, ove si esibiscono gli attori
istituzionali di turno delle due compagnie. Nella Commissione
famiglia
l’ala cattolica è rappresentata dall’ex superdemocristiano Rocco
Buttiglione; quella laica dai rifonduti Maria Luisa Boccia e Giuseppe
Di Lello. Il primo attore, rifacendosi all’art. 29 della Costituzione
-
il quale al primo comma stabilisce che "La Repubblica riconosce i
diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" -
,
sostiene che c’è famiglia se c’è matrimonio e se ci sono figli. E
sottolinea che il riconoscimento giuridico di livello costituzionale
è
finalizzato al matrimonio e ai figli. I secondi attori da un lato
obbiettano che l’art. 29 della Costituzione serve a garantire la
famiglia dallo Stato e che quella di avere figli è una scelta
volontaria riconosciuta dalla legge. Dall’altro sostengono che l’art.
2
della Costituzione garantisce sia i diritti dei singoli che i diritti
dei soggetti nelle formazioni sociali di cui fanno parte. Concludendo
che l’interpretazione dell’integralismo cattolico è sbagliata sia sul
piano giuridico che su quello antropologico ove rimangono distinte
procreazione e sessualità. I nostri teatranti si contendono la scena
a
colpi di dissertazioni giuridiche su un testo che ignorava l’
esistenza
dei Pacs, senza badare - non diciamo all’opera di Engels sull’Origine
della famiglia tuttora istruttiva - agli stessi studiosi ufficiali di
scienze sociali. I quali parlano dell’esistenza di vari tipi di
famiglia, elencando accanto alla famiglia matrimoniale (monogamica o
poligamica) varie forme di unioni di fatto: accoppiamenti senza
legame
giuridico; unioni tra separati e/o divorziati; unioni temporanee con
partners occasionali; convivenze basate sui genitori naturali e sui
genitori biologici. C’è chi annovera tra queste unioni le relazioni
di
coppia a distanza (LAT). Questi studiosi, che si inchinano
politicamente alla Costituzione, non si lambiccano la testa sulla
società naturale, ma sia pure con tanti limiti si accostano alla
famiglia nel suo divenire sociale. Quindi appellarsi all’
interpretazione giuridica, come fanno gli attori laici in una materia
come questa delle convivenze di fatto, è menare il can per l’aia
dietro
l’ombra delle tuniche.

Il secondo teatro è costituito dalle relazioni tra Chiesa e Stato.
Nella prima metà di dicembre scorso il cardinale Grocholewki ha
dichiarato che il matrimonio non discende dal diritto positivo, cioè
dalla legge statale, bensì dal diritto naturale, cioè da un ordine
morale esterno all’ordinamento giuridico ispirato da Dio. Ed ha
sostenuto senza veli che alla Chiesa, depositaria di questo ordine
morale, spetta il primato su questa materia. In altri termini,
agitando
la sacralità del matrimonio (che ha legittimato ogni violenza nella
famiglia e generato nei giovani angosce e sensi di colpa infiniti
sulla
sessualità), la Curia da un lato fa quadrato sul diritto canonico a
difesa dei propri privilegi e prerogative in materia matrimoniale,
dall’
altro cerca di condizionare ogni passo del governo e del parlamento
nella regolamentazione dei Pacs. Contro questa ingerenza della Chiesa
negli affari dello Stato si sono levate le critiche delle poche
personalità disarmate, mentre tutti i laici che contano e che avevano
promesso il riconoscimento dei Pacs hanno iniziato il loro
ripiegamento
interessato. Gli unici balbettii istituzionali sono quelli del capo
dello Stato che raccomanda di trovare soluzioni condivise. Quindi se
il
bel tempo si vede dal mattino per i Pacs c’è buio a mezzogiorno.

 

L’omofobia divide e unisce cattolici e laici

 

Ciò che rivolta profondamente nella stantia contesa tra cattolici e
laici è il disprezzo e la criminalizzazione, che essi sprizzano sotto
sotto, nei confronti dell’omosessualità. Non solo i cattolici in
genere, ma anche i laici in larga misura sono contro gli omosessuali.
Lo sconcio è che i più alti esponenti dell’ala laica, per convinzione
o
per affarismo, sono schierati a favore della famiglia matrimoniale e
riluttanti a ogni altro tipo di unione. Lo sconcio della contesa è
che
entrambi i contendenti sono, nel complesso, contro le unioni
omosessuali, contro la loro legalizzazione; e per la cacciata degli
omosessuali nel silenzio o nella clandestinità. L’omofobia divide e
unisce quindi cattolici e laici.

La posizione sull’omosessualità - e qui apriamo un altro chiarimento
preliminare - non è una questione marginale. È una specie di cartina
di
tornasole che serve a verificare il tipo di atteggiamento, chiuso o
aperto, che si assume sulla famiglia (parliamo della famiglia non dei
diritti individuali che non possono essere negati agli omosessuali).
Per la Chiesa e per il cattolicesimo l’omosessualità è una specie di
devianza, una moda personale, non una condizione di natura. Sicché l’
omosessuale va lapidato. La posizione della Chiesa, che è stata ed è
piena di omosessuali (in essa anche per scelta), e del cattolicesimo
nei confronti degli omosessuali deriva, non solo dalla pratica
sessuale, ma dalla stessa concezione dei sessi.

La Chiesa nega e castiga che l’attività sessuale possa essere fatta
al
di fuori del matrimonio e non a fini riproduttivi. Essa non ammette
la
separazione tra sessualità e riproduzione. Ed esclude che ci possa
essere una coppia legale che non sia eterosessuale. Sulla base di
questo primo fideistico assunto essa nega la base organica, fisico-
ormonale, dell’omosessualità; e così esclude che una donna possa
amare
un’altra donna e un uomo un altro uomo per spinta sessuale. Ma il
fideismo della Chiesa non si limita alla pratica sessuale, investe la
natura e le pluralità dei sessi. Per essa i sessi sono due: il genere
maschile e il genere femminile. Per essa non esiste la varietà dei
caratteri sessuali, la quale non esaurisce i sessi nel monotipo donna
e
nel monotipo uomo, ma presenta, accanto alle donne e agli uomini
eterosessuali, donne lesbiche e uomini gay; e, accanto a loro, donne
e
uomini bisessuali. E così essa nega, sulla base di questo secondo
fideistico assunto, il carattere sessuale dell’omosessualità.

Pertanto questa rivoltante contesa tra cattolici e laici sulla
famiglia rimane infognata, in un modo o nell’altro, nella zavorra
fideista oscurantista penitenziale dei precetti e del credo della
Chiesa.

 

La disgregazione della famiglia legale e l’enorme aumento delle
convivenze di fatto

 

Va detto in secondo luogo che il carattere oscuro della contesa con l’
arroccamento finale sulla famiglia legale oltre a stridere con la
disgregazione progressiva di questo tipo di famiglia entra in
cortocircuito con le unioni di fatto. Consideriamo ora questo aspetto.

Dalle ultime rilevazioni effettuate dall’Istat sui processi, che
secondo il nostro punto di vista sono indicativi della disgregazione
della famiglia legale nonché dell’aumento delle convivenze di fatto,
emergono i seguenti esiti: a) che cresce l’instabilità della vecchia
famiglia; b) che crescono i divorzi; c) che diminuiscono i matrimoni;
d) che le nascite sono sempre di meno; e) che aumentano le coppie di
fatto; f) che aumentano i figli nati fuori dal matrimonio; g) che si
sta sempre meno insieme; h) che aumentano i single.

Quello che l’Istat non rileva, perché non fa parte del suo oggetto di
indagine ma che emerge dai dati rilevati, è il fatto che le cause che
minano la famiglia matrimoniale sono alla base della formazione e
dinamica (instabilità e precarietà) delle convivenze di fatto e delle
nuove tipologie di relazioni interpersonali affettive e sessuali. La
famiglia monogamica matrimoniale, istituzionalizzata dalla
Costituzione
del 1948, già in crisi negli anni sessanta, è entrata in
disgregazione
negli anni settanta. Separazioni e divorzi ne sono un parziale
riflesso. Dagli anni ottanta questa famiglia in disgregazione
sopravvive come convivenza forzata. E dal 2000 in avanti come
famiglia
impossibile o impazzita. Le cause che hanno determinato e determinano
la disgregazione della famiglia matrimoniale sono: l’
individualizzazione del salario (da mezzo di sostentamento della
famiglia a mezzo di riproduzione della sola forza-lavoro), la
disponibilità totale della donna per il mercato e lo Stato, la
trasformazione del tempo di vita in tempo di lavoro, la
mercificazione
del corpo, la precarietà strutturale dell’esistenza per le masse
lavoratrici, l’insofferenza maschile dell’autonomia femminile. Queste
stesse cause sono alla base della formazione ed estensione delle
convivenze di fatto in quanto, in parte queste convivenze sono il
risultato della disgregazione della famiglia legale, in parte sono la
conseguenza della difficoltà o impossibilità di formare la famiglia
legale, e solo in piccola parte sono frutto di scelta comune. Così
come
si sono formate e cresciute negli ultimi trent’anni le convivenze di
fatto non rappresentano in generale una alternativa alla famiglia
bensì
un surrogato. Quindi la loro legalizzazione non solo non toglie nulla
alla famiglia legale ma serve semmai a rappezzarla.

Pertanto la sacralistica difesa della famiglia legale da parte dell’
accozzaglia cattolico-laica non solo è impotente ad arrestarne la
disgregazione ma si trasforma in cortocircuito: in distruzione
violenta
della famiglia (1).

 

Le posizioni del governo e dell’opposizione sui "Pacs"

 

Fin qui ci siamo occupati della melmosa e astratta contesa tra
cattolici e laici sulla famiglia contemplata dalla costituzione,
nonché
del divenire concreto di questa famiglia legale e del suo processo di
disgregazione. Ora passiamo ad esaminare le posizioni ufficiali
assunte
sui Pacs da maggioranza governativa e da opposizione.

Le proposte del governo sui Pacs cominciano a circolare il 10
dicembre. Il progetto del governo, riportato dai quotidiani, si basa
sulle seguenti previsioni: a) parità di diritti e di doveri per
unioni
civili, eterosessuali e/o omosessuali; b) registrazione della coppia
di
fatto, di sesso diverso o uguale, presso il registro che dovrà essere
istituito da ogni Comune; c) domanda di cancellazione per porre fine
all’unione con un assegno di mantenimento fino a tre anni; d) diritto
alla pensione di reversibilità subordinato a una convivenza non
inferiore ai cinque anni; e) successione ereditaria su una parte del
patrimonio; f) subentro nel contratto di affitto in caso di morte del
convivente locatario.

L’opposizione non ha una sua posizione unitaria ma un coacervo di
proposte. Già la sola Forza Italia è una ridda di posizioni: si va
dalla libertà di coscienza sui temi etici alla proposta Moroni di
estendere alle unioni omosessuali i diritti e i doveri matrimoniali
tranne l’adozione; dal contratto di unione solidale da firmare presso
un notaio (proposta Biondi) alla levata di scudi anti-gay di 60
parlamentari. Alleanza Nazionale, dal canto suo, è contro il
matrimonio
gay e per il riconoscimento dei diritti individuali ai conviventi
eterosessuali; mentre la Lega si dichiara anch’essa favorevole ai
diritti individuali ma contraria a una famiglia parallela di
omosessuali.

In sostanza, e al di là delle ulteriori distinzioni e
sottodistinzioni
possibili, i politicanti nostrani sono tutti allineati sulla
supremazia
della famiglia legale; restano divisi sul riconoscimento delle unioni
di fatto in quanto tali; si contrappongono formalmente sulle unioni
omosessuali. Quindi sui Pacs sono proiettati alle soluzioni e ai
compromessi più ordinisti retrogradi e degradanti.

 

Il "modello Italia" perseguito dalla Cei

 

Se diamo un colpo d’occhio al quadro europeo ci accorgiamo che le
convivenze di fatto, etero e omosessuali, hanno ricevuto una
regolamentazione meno chiusa di quella che si profila in Italia. La
maggior parte di Stati del vecchio continente (Austria, Belgio,
Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, Portogallo, Spagna) ha
riconosciuto rilevanza paramatrimoniale ai Pacs con diritti
successori,
assistenziali, pensionistici, fiscali, ecc. Belgio Olanda e Spagna
riconoscono il matrimonio dello stesso sesso. La Francia ha
legalizzato
i Pacs nel 1999, definendo il patto civile di solidarietà come un
contratto tra due maggiorenni di sesso diverso o dello stesso sesso
diretto alla vita comune; con riconoscimento dei diritti successori,
assistenziali, previdenziali, alloggiativi. La Germania ha istituito
dal 2001 la registrazione della convivenza con i diritti connessi. L’
Inghilterra ha approvato nel 2004 la regolamentazione delle coppie di
fatto accordando i diritti e gli obblighi matrimoniali. In tutti
questi
paesi le unioni di fatto sono state riconosciute come unioni. E con
ciò, fatte le debite tare paese per paese, è stato dato un colpo alla
morale sessuale e familiare del cattolicesimo.

In Italia la Chiesa non intende indietreggiare e chiama a raccolta
cattolici e laici ossequienti affinché le unioni di fatto non vengano
riconosciute come unioni, ammettendo che si discuta soltanto dei
diritti delle persone che ne fanno parte. Il 9 dicembre, prima ancora
che le proposte del governo entrassero in circolazione, l’Osservatore
Romano, sparando a zero sulle mosse dell’esecutivo, denunziava
allarmisticamente con un editoriale ad effetto: "Natale 2006,
sradicare
la famiglia è la priorità della politica italiana". Il segretario dei
Ds, Fassino, rassicurava subito la Santa Sede che l’allarme era
infondato e che non si sarebbero prese decisioni non condivise. Il
governo accantonava le proposte. E i capigruppo della coalizione si
accordavano al Senato di presentare al loro posto un disegno di legge
entro il 31 gennaio. A Padova due gay (Giorgio e Tommaso),
illudendosi
ingenuamente sul prossimo riconoscimento delle coppie omosessuali, si
iscrivevano all’anagrafe come Pacs numero uno per avere il primato di
prima coppia gay riconosciuta in Italia.

Su sessualità e famiglia la Chiesa non solo non intende
indietreggiare
ma vuole anche trasformare l’Italia in un suo ridotto inattaccabile,
in
un centro di irradiazione, in un modello da esportare. In gennaio la
Cei attacca apertamente i Pacs in nome della famiglia legale,
affermando con dispregio che le unioni omosessuali stonano con la
parola coppia e che non possono appartenere al concetto di famiglia.
A
ben vedere l’attacco della Cei non investe soltanto le unioni
omosessuali ma riguarda l’intero campo della riproduzione, il
riassetto
della famiglia, i ruoli di Chiesa e Stato in questi campi. È quindi
opportuno soffermarci, sia pure di passaggio, su questo specifico
aspetto.

 

I colpi di coda di un sistema morente

 

La Chiesa sta cercando di puntellare l’edificio cadente dell’
ideologia
borghese e la disgregazione della famiglia matrimoniale col fuscello
dell’etica cristiana e il fumo della morale fideistica. In
particolare,
ed è il lato che qui interessa, essa cerca di resistere al naufragio
della fede cattolica nel campo della riproduzione sessuale e della
famiglia - naufragio determinato dalle innovazioni tecnico-
scientifiche
in materia cellulare biomedica staminale e dai cambiamenti
strutturali
della società - sollevando uno sbarramento fideistico, penetrando
nella
sfera pubblica, coinvolgendo lo Stato in questa operazione di
salvataggio.

In un recente incontro coi giuristi cattolici il papa ha tenuto ad
avvertire che la morale pubblica, il laicismo, la legge dello Stato
va
alla deriva se non si ferma all’autonomia solo dalla "sfera
ecclesiastica" non dall’ordine morale. E ha ribadito che l’unica
scialuppa di salvataggio è l’etica cristiana, la morale cattolica,
cui
debbono subordinarsi morale pubblica e legge dello Stato. La pretesa
della Curia di puntellare la famiglia monogamica matrimoniale e la
sessualità ad essa riconnessa col primato dell’etica cristiana (2) e
del diritto naturale sui diritti individuali porta a una folle
esasperazione delle disparità e discriminazioni nel campo familiare e
della violenza sul corpo stesso della sessualità. Quindi, quanto più
il
riassetto della famiglia matrimoniale si intride di moralismo
cattolico, tanto più aumenta la sua manicomialità e distruttività
interna.

 

Il tiro alla fune delle relatrici del disegno

 

Ritornando alle proposte del governo c’è da aggiungere, prima di
concludere, che questo abbandona l’impianto iniziale e lascia alle
relatrici del disegno di legge di precisare la materia. Le due
relatrici, la diessina Pollastrini e la ex democristiana Bindi, hanno
due posizioni diverse. La prima è per il riconoscimento delle unioni
di
fatto; la seconda solo per i diritti dei singoli. Tra le due ministre
parte il tiro alla fune, che polarizza i teatri istituzionali ed
extra.
Il 29 gennaio i quotidiani diffondono la bozza del disegno di legge
elaborata dalle relatrici. La bozza si basa sui seguenti punti: a) le
coppie di fatto non verranno iscritte in appositi registri ma faranno
un’autocertificazione congiunta; b) alla convivente potrà essere
estesa
l’assistenza sanitaria e previdenziale, ma la reversibilità è
subordinata a una lunga convivenza da precisare; c) sarà possibile
succedere nei contratti di locazione e accedere a graduatorie
occupazionali; d) per ereditare occorrerà un lungo periodo di
convivenza e la stessa cosa vale per gli assegni familiari; e) è
esclusa l’adozione; f) i conviventi dovranno prestarsi reciproca
assistenza e contribuire alla vita in comune in proporzione dei
redditi.

Dalla bozza emerge: a) che le unioni di fatto non vengono
riconosciute
in quanto tali, cioè come unioni; e che sulla questione principale e
qualificante del disegno è prevalsa la posizione della fervente
cattolica ministra Bindi; b) che le unioni omosessuali vengono
mantenute nel ludibrio pubblico e nell’intolleranza; c) che le
adozioni
restano riservate alla famiglia matrimoniale; d) che i diritti dei
singoli conviventi, perora abbastanza imprecisati, oltre che
limitati,
sono subordinati a condizioni selettive spesso non soddisfatte dalle
coppie legali. Pertanto gli esiti del tiro alla fune dimostrano ed
indicano: 1°) che la coalizione di governo ha abortito i Pacs; 2°)
che
la Cei ha ottenuto il suo più grosso risultato di evitare il
riconoscimento delle unioni di fatto in quanto tali e, in modo
particolare, di quelle omosessuali; 3°) che la stessa farà di tutto
per
comprimere i diritti individuali.

 

Contro l’ingabbiamento legale per le unioni libere

 

Non si può dire con certezza a quale livello di indecenza e di
immoralistico compromesso può giungere in materia il governo in
carica.
Quello che è certo è che senza mobilitazioni continue le coppie di
fatto e le coppie omosessuali non potranno ottenere né il
riconoscimento di coppia né i diritti che discendono dalla convivenza
comune. Quindi per poter raggiungere l’equiparazione giuridica tra i
vari tipi di famiglia e abolire le discriminazioni nei confronti
delle
coppie omosessuali è necessario un movimento stabile organizzato
delle
coppie interessate, che agisca al di fuori dei canali istituzionali e
in modo indipendente dall’accozzaglia cattolico-laica al governo o
all’
opposizione. Nella società divisa in classi nulla può essere
acquisito
dalle masse senza mobilitazioni e lotte.

Ciò detto sul piano immediato per tutte le coppie, bisogna
sottolineare sul piano della prospettiva per le coppie proletarie che
l’
obbiettivo del movimento proletario non è quello di ingabbiarsi nella
famiglia legale, ma quello di superare la famiglia e accomunare gli
individui gli uni con gli altri. Questo obbiettivo è stramaturo sul
piano storico in quanto nella presente società capitalistica, da
lungo
tempo in decadenza, la famiglia istituzionale passa da una forma di
decomposizione all’altra senza vie di scampo davanti a sé tranne l’
ulteriore degenerazione. Solo rivoluzionando, da cima a fondo, l’
attuale modello sociale è possibile creare relazioni, unioni sessuali
effettivamente libere, improntate all’amore al reciproco rispetto
alla
cooperazione e solidarietà collettivi. Pertanto l’azione delle coppie
proletarie per l’equiparazione familiare e contro le discriminazioni
sessuali deve costituire un momento, un aspetto inseparabile del
movimento rivoluzionario per il potere proletario e il comunismo.

 

(1) La violenza domestica da tempo si è trasformata in mattanza. Non
basta rilevare che un omicidio su quattro si consuma tra le pareti
domestiche e che crescono gli abusi e i maltrattamenti contro i
minori
e le violenze sulle donne. Bisogna mettere in luce il carattere
distruttivo e annientativo della violenza domestica nei confronti
della
famiglia stessa.

(2) Secondo la morale cattolica il matrimonio è un’istituzione morale
dettata da Dio.
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SUPPLEMENTO  di R.C.del 1/2/2007 e 1/3/2007

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