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Per un 1° maggio di lotta e internazionalista. PDF Stampa E-mail
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Tuesday 08 May 2007
CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA G.LANDONIO VIA STOPPANI 15 (QUART.
SANT’ANNA) – BUSTO ARSIZIO – VA – uscita autostrada A8 Laghi –
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1)
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P   R   I   M   O      M   A   G   G   I   O      2  0  0  7  


 Il 1° maggio del 1886 migliaia di operai scesero in sciopero a
Chicago rivendicando la riduzione a 8 ore della giornata lavorativa.
Essi lottarono per quattro lunghi giorni, poi la repressione non si
fece attendere: alcuni proletari caddero sotto il fuoco della polizia
e
molti altri furono arrestati. Cinque di loro, accusati in un processo
manovrato di essere i capi della rivolta, di lì a pochi mesi furono
impiccati alla forca della democratica giustizia americana, cioè del
codice di violenza della classe dominante, sacrificando le proprie
vite
in uno scontro in cui a decidere era la forza, non il diritto o la
scheda elettorale. Per ricordare quell’eccidio e i combattenti di
quella grandiosa battaglia, e, soprattutto, a monito della
solidarietà
di tutti i lavoratori contro il capitalismo, nel 1889 il movimento
proletario internazionale proclamò il Primo Maggio giornata mondiale
di
lotta della classe operaia.   

Oggi, in Occidente i lavoratori hanno purtroppo dimenticato il valore
di simili battaglie, smarrendo sempre più la strada della lotta di
classe: non si muore neanche più per difendere o migliorare le
proprie
condizioni di vita e di lavoro, ma si rimane ammazzati a causa delle
tremende condizioni che il capitalismo impone ancora ai salariati.
Molti luoghi di lavoro infatti non sono altro che carnai, sfilettatoi
di membra proletarie, veri e propri macelli di un modo di produzione
che si regge grazie ad un dispiegamento di violenza e di sfruttamento
che non ha eguali nella storia umana. Emblematici sono i dati forniti
dall’Oms e dall’Ilo: a livello mondiale, nel 2005, sono stati oltre
due
milioni gli infortuni mortali, 268 milioni gli incidenti non fatali e
160 milioni i nuovi casi di malattie professionali. Nel 2006 in
Italia
gli incidenti mortali sul lavoro “certificati” sono stati 1280, e in
questi primi mesi del 2007 sono sempre 4 i morti al giorno. Le
statistiche dimostrano inoltre che donne e extracomunitari sono le
categorie di lavoratori più esposte agli infortuni, il che significa
che sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili,
a
rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia all’
eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario
medio tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è
aumentato
solamente di poco più del 10%. 

Se ora il governo di “sinistra” sbandiera a gran voce come se fosse
un
suo merito il ritorno alla crescita dell’economia italiana, nessuno
ha
però il coraggio di dire la verità agli operai, e cioè che l’attuale
“ripresina” è in atto proprio perché la recente crisi che perdurava
dal
2001 è stata pagata dai lavoratori attraverso le ristrutturazioni, i
licenziamenti e le delocalizzazioni senza regole che hanno dato nuovo
respiro ai profitti del padronato, portando ad un massiccio
incremento 
dello sfruttamento capitalistico, con i suoi bassi salari e il
diffondersi del precariato della flessibilità e della disoccupazione,
con i suoi nuovi tagli alle pensioni e alla sanità, con l’inesorabile
calo del potere d’acquisto. In questi ultimi anni, più che mai,
“grazie” alla carneficina senza fine delle morti per lavoro, i
proletari stanno continuando a pagare questa ripresa anche con il
sangue e la vita! Quale maggiore prevenzione e migliore informazione,
quale maggiore controllo e migliore applicazione delle leggi sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro? Non servono a nulla le lacrime di
coccodrillo di politicanti e sindacalisti, quando si vuole nascondere
che questa è la tragica e quotidiana realtà del capitalismo in tutto
il
mondo!

Per i padroni d’azienda quelle per la sicurezza e l’igiene sono spese
improduttive, e così gli inadeguati investimenti nella sicurezza e
nell’
antinfortunistica non possono che rispondere alla logica del mercato,
secondo cui questi costi,  non generando profitto, sono solamente
spese
che per il capitalista non hanno ritorno. Allora ecco che più le
condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, più la
manodopera è ricattabile e costretta accettare lavori pericolosi, dai
ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è in grado di
far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori
condizioni per funzionare a favore del profitto, con un forte
risparmio
di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.

Appare quindi evidente dai fatti che coinvolgono oggi milioni di
proletari sfruttati e ammazzati dal capitale, che “il migliore dei
mondi possibili” decantato dalla cultura borghese, che il vaso di
miele
della civiltà capitalistica a cui lorsignori hanno fatto fare il giro
del mondo sotto le bandiere insanguinate della democrazia e della
libertà, è sempre il solito, vecchio capitalismo assassino. Un modo
di
produzione che fin dal suo primo vagito non ha fatto che nutrirsi
della
vita dei proletari, rispettando in pieno la sua spietata essenza, che
consiste nel produrre sempre di più e a costi sempre minori, ma con
un
gigantesco e crescente sperpero di energie e di vite umane.

  Operai, compagni!

Chi può negare che nel corso degli ultimi anni la borghesia, con l’
aiuto diretto dei sindacati tricolore, sta smantellando giorno dopo
giorno tutto ciò che era stato conquistato nei decenni scorsi con
aspre
e generose lotte? Come è possibile credere alla folle menzogna che
nella società di mercato il cosiddetto “benessere” continua ad
aumentare, visto che il salario reale ha subito un processo di
demolizione pressoché inarrestabile?

Oggi tutti noi, oltre a faticare sempre più per arrivare alla fine
del
mese, quotidianamente soffriamo anche di una sempre maggiore
insicurezza nei luoghi di lavoro e di un incertezza persistente
legata
alla possibilità di essere in qualche modo licenziati. Sono allora,
sempre e comunque, le leggi economiche capitalistiche che s’impongono
inesorabili ovunque nel mondo a spingere il servitorame politico di
ogni colore (meglio se mascherato da “difensore” dei lavoratori e dei
più deboli!) a prendere decisioni contro la classe operaia, nella
speranza di garantire la sopravvivenza del sistema. Il guaio è che
“abbassare il costo del lavoro” significa diminuire il numero dei
lavoratori occupati; significa ridurre il salario, sia quello diretto
che quello indiretto (pensioni e liquidazioni); significa applicare
indistintamente la famosa “flessibilità” (ossia lavorare sempre di
più
con contratti a termine e malpagati oggi, per restare a casa
domani!);
significa ricevere meno per lo stesso lavoro, a seconda dell’area
geografica, dell’età, del sesso, del paese di provenienza; significa
diffondere il criterio del “cottimo”, ovvero il salario legato alla
produttività (l’ideale per il capitalismo!).

Nel generalizzato peggioramento della condizione dei lavoratori, la
tentata rapina del TFR a favore dei fondi pensione portata avanti dai
governi prima di destra e poi di “sinistra”, dalla Confindustria
assieme alle banche e alle assicurazioni, e dai loro agenti sindacali
in seno alla classe operaia (leggi Cgil-Cisl-Uil), si inserisce in un
chiaro progetto di finanziarizzazione crescente dell’economia, teso
alla ricerca di “nuove” fonti di profitto dopo aver provveduto al
progressivo smantellamento di una garanzia sociale quale la “pensione
pubblica”. In questo scenario di furto e miseria crescente, i
Sindacati
Confederali pressano i lavoratori affinché investano il loro TFR nei
fondi pensione di categoria legati al mercato borsistico. Ma se c’è
una
cosa certa in questa operazione da professionisti dell’opportunismo,
è
che in questo autentico furto del salario differito dei proletari, a
guadagnarci veramente sono solo i gestori dei fondi, il padronato e i
sindacati supportati dal governo “amico”. Il tutto accompagnato da un
vero e proprio bombardamento mediatico: 17 sono i milioni di euro
stanziati dal governo Prodi per la campagna a favore della rapina del
TFR!

 Compagni, operai!

In Italia come in tutto l’Occidente la borghesia, coadiuvata
validamente dai sindacati di Stato e dai partiti di “sinistra”, in
questo ormai lungo periodo di ubriacatura democratica è riuscita a
distruggere in noi proletari ogni barlume di coscienza di classe e
quindi ogni memoria delle grandi lotte del passato per la nostra
emancipazione.

Chi ci invita dunque a “festeggiare” il Primo Maggio, non ci vuole di
certo in piazza o fuori dai cancelli delle aziende a lottare per i
nostri interessi di classe e in difesa delle nostre stesse condizioni
di vita e di lavoro. Ma ci ha già chiesto di accettare senza colpo
ferire l’ennesima Finanziaria “lacrime e sangue” per il “Bene del
Paese” e per la salvaguardia dell’economia nazionale. Ci ha già
chiesto
di condividere le imprese di guerra dell’italico capitalismo
straccione, sempre alla ricerca di “un posto al sole” fra le potenze
imperialiste mondiali. Infatti, con il finanziamento delle missioni
militari in Libano e Afghanistan e con la concessione all’ampliamento
delle basi militari Usa in Italia, il pacifismo guerrafondaio della
“sinistra” di governo e dei sindacati ha mostrato nuovamente la sua
vera faccia, e un domani non troppo lontano ci vorrà ancora schierati
per la patria sul fronte di guerra, contro altri operai mandati al
macello dopo essere stati sfruttati come noi dalla propria borghesia.
Chi fa questo, chi vuole continuare a “festeggiare” il Primo Maggio
tra
sventolii di bandiere tricolori, concerti e messe di benedizione, lo
fa
a suggello di una vittoria consolidata su noi lavoratori, a difesa
del
sistema capitalistico, del suo sfruttamento e dei suoi omicidi nei
luoghi di lavoro, dei suoi Stati armati e delle sue costituzioni,
delle
sue violenze e delle sue guerre.

Ma che fare, allora, di fronte a questa realtà e a questa situazione
apparentemente immutabili e incontrastabili?

Noi comunisti, oggi come ieri, non possiamo che indicare al
proletariato l’alternativa storica della ripresa della lotta di
classe,
della lotta contro il capitalismo per una società senza mercato e
merci, senza salario e profitto, senza la divisione in classi e lo
sfruttamento di una minoranza sulla maggioranza del genere umano. Le
nostre parole d’ordine sono le parole d’ordine storiche e classiste
del
proletariato rivoluzionario che lotta per il Comunismo:

   

-          Ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni
categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione, perseguendo
l’
unione di tutti i lavoratori (occupati, disoccupati, precari,
immigrati, iscritti e non ai sindacati).

-          Riscoperta dell’arma dello sciopero senza preavviso e ad
oltranza, praticando il blocco totale della produzione e della
circolazione delle merci e non garantendo i servizi pubblici minimi.

-          Ripresa della lotta per ottenere forti aumenti di salario,
più consistenti per le categorie peggio pagate; per il salario
garantito ai disoccupati e per una drastica riduzione della giornata
lavorativa a parità di salario.

-          Difesa intransigente dei nostri interessi di classe e
delle
nostre condizioni di vita e di lavoro, rifiutando le compatibilità
economiche e politiche imposte dal capitale come la difesa dell’
economia nazionale e aziendale.

-          Rinascita di organismi classisti di difesa economica
immediata indipendenti da qualsiasi Stato ed interesse borghese,
rigettando le pratiche e le politiche traditrici e disfattiste degli
odierni sindacati.

-          Ripresa, in caso di guerra, del disfattismo rivoluzionario
e della fraternizzazione fra i militari degli opposti schieramenti,
opponendosi all’intervento militare della propria borghesia in
qualsiasi teatro di guerra al di fuori di ogni illusione che il
pacifismo possa evitare la guerra.

 

I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro
intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere
raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento
sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’
una
rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro
catene. Hanno un mondo da guadagnare.

PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI !

 

Partito Comunista Internazionale

2)
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 Tratto da :
(PRIMOMAGGIO - Foglio di collegamento di lavoratori, precari,
disoccupati della zona apuo-versiliese)


Per un 1° maggio di lotta e internazionalista

La nascita della giornata internazionale del Primo Maggio è legata
alle lotte per la settimana corta e la giornata lavorativa di 8 ore
che
coincidono con l'inizio dell'industrializzazione di massa negli Stati
Uniti. Potrebbe sembrare che la richiesta di un salario più alto sia
stata la causa scatenante dei primi scioperi negli USA, ma in realtà
furono sempre poste in primo piano le richieste per la settimana
corta
e per il diritto di organizzazione dei lavoratori.

All'inizio del 1800 l'orario di lavoro era “dall'alba al tramonto” e
oscillava dalle 14 fino alle 18 ore; fu negli anni '20 e '30 che
iniziarono gli scioperi per la riduzione dell'orario giornaliero a 10
ore. Si fa risalire al 1827 (sciopero dei lavoratori di Filadelfia),
la
nascita della prima Unione Sindacale del mondo. Nonostante la crisi
del
1837 i lavoratori degli Stati Uniti riuscirono ad imporre al governo
(presidenza Van Duren), l'approvazione di un decreto che fissava in
10
ore l'orario per tutti i dipendenti pubblici. E nonostante questa
misura non fosse stata ancora estesa a tutto il comparto industriale,
il movimento dei lavoratori lanciò la parola d'ordine della giornata
di
8 ore che fu raccolta anche dai lavoratori australiani che coniarono
lo
slogan “8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore per il resto” e che
raggiunsero il loro obbiettivo nel 1856.

La rivendicazione della giornata di 8 ore entrò a far parte del
patrimonio politico della classe operaia americana che propose di
organizzare un movimento che avesse questo tema come punto
principale.
Nel 1866, i delegati di tre grandi organizzazioni sindacali fondarono
la prima union su scala nazionale, la National Labor Union (NLU),
guidata da William. H. Sylivis. La NLU stabilì relazioni con la Prima
Internazionale e, nell'agosto del 1866, inserì nella sua linea
d'azione, la liberazione del lavoro dalla schiavitù del capitalismo,
la
giornata di 8 ore come orario legale per i lavoratori americani e la
necessità di un'azione indipendente dalla politica. Rappresentanti
della NLU parteciparono al Congresso dell'Internazionale, dove
presentarono la loro piattaforma, e nel settembre 1866 la
rivendicazione per la giornata di 8 ore fu accolta e fatta propria
anche dall'Internazionale.

Nel 1872 l'Internazionale fu trasferita da Londra a New York dove
sarebbe nata la Seconda Internazionale; al suo Congresso di Parigi
(1889) la data del Primo Maggio venne proclamata giornata
internazionale dei lavoratori; il primo maggio sarebbe stato un
giorno
di lotta per ottenere la giornata lavorativa di 8 ore.

Questa risoluzione fu influenzata da quanto deciso a Chicago dove la
Federation of Organizations Trade and Labor Unions of the United
States
and Canada (AFL), sancì che il Primo Maggio sarebbe stato il labor
day.

Al Congresso della AFL del 1885, fu ripresentata la proposta di uno
sciopero per le 8 ore da attuare il 1° maggio 1886 e diverse
organizzazioni prepararono azioni di lotta (da ricordare per questo
la
federazione dei Carpenters and Cigar Makers). Le agitazioni portarono
non solo ad un aumento degli iscritti alle organizzazioni sindacali,
ma
anche alla crescita del loro prestigio e del loro peso politico tra i
lavoratori, tanto che “leghe per le 8 ore” sorsero in moltissime
città
contribuendo con il loro spirito combattivo a galvanizzare e
influenzare le masse dei lavoratori non organizzati. Il centro dello
sciopero fu Chicago - dove il movimento operaio era particolarmente
forte - ma in questa lotta furono coinvolte molte altre città. La
Central Labor Union (CLU), l'ala “sinistra” del movimento, dette il
suo
pieno appoggio alle “leghe per le 8 ore” ed il sabato precedente il
Primo Maggio organizzò una manifestazione che mobilitò ben 25.000
lavoratori.

Il Primo Maggio 1886 i lavoratori di Chicago scesero in sciopero,
dimostrando la più grande solidarietà di classe che il movimento
operaio americano avesse mai sperimentato fino ad allora con una
mobilitazione che ebbe una grande importanza politica per il
movimento.
Queste lotte furono oggetto di una brutale repressione da parte della
polizia e il 4 maggio ci furono quelli che vennero poi chiamati “i
fatti di Haymarket Square”. Il 4 maggio, in Haymarket Square, fu
organizzata una manifestazione di protesta per il criminale attacco
portato il giorno prima dalla polizia ad una pacifica assemblea di
lavoratori in sciopero della McCormick Reaper Works dove 6 lavoratori
furono uccisi e molti altri feriti. In Haymarket Square, durante la
manifestazione di protesta, fu lanciata una bomba che innescò gli
scontri tra lavoratori e polizia nei quali furono uccisi sette agenti
e
tre lavoratori. In base a questi fatti, vennero condannati a morte e
impiccati cinque esponenti del movimento operaio, mentre altri furono
arrestati.

L'anno successivo ai fatti di Haymarket Square, la AFL decise di
riproporre il Primo Maggio come giorno di lotta per le 8 ore.

Nel decennio 1880-90 si ebbe il rapidissimo sviluppo industriale
degli
Stati Uniti e l'espansione del suo mercato interno, ma la depressione
del triennio 1883-85, seguita alla crisi del 1873, fu pagata molto
duramente dalla classe lavoratrice americana che riprese la lotta per
migliori condizioni di vita e di lavoro, ponendo ancora la
rivendicazione delle 8 ore come uno dei suoi principali obbiettivi di
lotta.

Il Primo Maggio del 1890 fu ancora una giornata nazionale di grandi
scioperi per la settimana corta. Come detto, il 14 luglio 1889, al
Congresso della Seconda Internazionale che si tenne a Parigi, venne
approvata la seguente risoluzione: “una grande manifestazione sarebbe
stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente
in tutti i paesi e in tutte le città, i lavoratori avrebbero chiesto
alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a
otto ore”. Da allora sempre più larghi strati di lavoratori
parteciparono alle dimostrazioni organizzate dalle organizzazioni
sindacali di tutto il mondo.

Al successivo Congresso dell'Internazionale di Bruxelles, nel 1891,
venne fissata definitivamente la data delle manifestazioni simultanee
di tutto il mondo per le 8 ore: fu scelto il Primo Maggio. La scelta
non fu casuale: si voleva celebrare e ricordare le manifestazioni di
Chicago del 1886 che furono represse nel sangue dalla polizia e dai
sicari dell'Agenzia Pinkerton (i fatti della McCormick e di Haymarket
Square che abbiamo ricordato in precedenza).

Il Congresso di Parigi del 1900 fece sua la risoluzione adottata a
Zurigo nella quale si diceva che “le lotte del Primo Maggio
dimostrano
la determinazione della classe lavoratrice ad eliminare le differenze
di classe”. Le manifestazioni del Primo Maggio assunsero sempre più
connotati e significati politici e in breve tempo il labour day, la
giornata internazionale dei lavoratori, divenne la “giornata rossa”,
la
giornata alla quale le autorità di tutti i paesi guardavano come ad
una
minaccia.

Mentre cresceva la combattività e lo spirito rivoluzionario dei
lavoratori, i dirigenti riformisti cercarono in tutti i modi di
disinnescare il potenziale di lotta del Primo Maggio, cercando di
spogliarlo del contenuto rivoluzionario che era venuto acquisendo per
ridurlo a semplice giorno di festa e di riposo e, addirittura,
spostando la celebrazione della “giornata internazionale” alla
domenica
più vicina al primo maggio di ogni anno, in modo che i lavoratori non
potessero scioperare.

La prova dell'involuzione delle direzioni politiche e sindacali del
movimento operaio si ebbe al momento dello scoppio della Prima Guerra
Mondiale. Nel 1915, i socialdemocratici tedeschi chiesero ai
lavoratori
di rimanere al loro posto di lavoro, mentre i socialisti francesi
assicurarono le autorità che non avevano niente da temere per il
Primo
Maggio, sostenendo anch'essi che era opportuno lavorare per la difesa
del paese. Era la fine politica della Seconda Internazionale, quello
che sarebbe stato chiamato social-sciovinismo.

Solo i bolscevichi russi e altre minoranze rivoluzionarie di altri
paesi rimasero realmente legati ai valori del socialismo e
dell'internazionalismo. Denunciarono la guerra quale guerra
imperialista e come macello di proletari che si uccidevano l'uno con
l'altro in nome di interessi che non erano i loro; infine, si
pronunciarono per una la trasformazione della guerra imperialista in
guerra rivoluzionaria per abbattere i regimi capitalisti.

Gli scioperi parziali e le scaramucce di strada del Primo Maggio 1916
mostrarono comunque che moltissimi lavoratori di tutti i paesi in
guerra non accettavano le posizioni dei propri dirigenti riformisti.

Nonostante la dichiarazione di guerra nel 1917, il Primo Maggio non
fu
dimenticato nemmeno negli Stati Uniti. Gli elementi rivoluzionari del
Partito Socialista adottarono una risoluzione che denunciava la
guerra
come imperialista ed il Primo Maggio diventò giorno di protesta anche
contro questa guerra. La manifestazione organizzata a Cleveland portò
in piazza più di ventimila lavoratori, ma fu attaccata brutalmente
dalla polizia che uccise un lavoratore ferendone un altro, che
sarebbe
morto in seguito alle ferite ricevute.

Il Primo Maggio diventò gradualmente un momento centrale di lotta
solo
per il proletariato rivoluzionario internazionale. Alla
rivendicazione
originaria delle 8 ore ne furono aggiunte altre: 1) solidarietà
internazionale della classe lavoratrice; 2) suffragio universale; 3)
guerra contro la guerra; 4) lotta contro l'oppressione coloniale; 5)
libertà per i prigionieri politici; 6) diritto ad organizzazioni
politiche ed economiche della classe lavoratrice.

In Europa, la prima celebrazione del Primo Maggio avvenne nel 1890 e
in Italia solo l'anno successivo, in un clima di estrema tensione. Il
Primo Ministro italiano, Francesco Crispi, vietò ogni manifestazione
e
dette ordine a tutti i Prefetti del Regno di reprimere fermamente
ogni
dimostrazione non autorizzata. A Roma, durante gli scontri con la
polizia ci furono due morti e decine di feriti.

Sul terreno sindacale, all’obbiettivo della rivendicazione delle 8
ore
si aggiunsero la rivendicazione di tutti i diritti civili negati e le
questioni allora più impellenti.

Nel 1898, il Primo Maggio, si intreccia con la lotta dei cosiddetti
moti per il pane - causati dalla decisione del governo di imporre la
tassa sul macinato - e che culminarono con i tragici fatti di Milano,
in cui decine di manifestanti furono assassinati a cannonate dalle
truppe schierate per reprimere le manifestazioni sotto il comando del
generale Bava Beccaris, successivamente decorato per questo dal “re
galantuomo”, Umberto I.

Nei primi anni del '900 la giornata del Primo Maggio si caratterizza,
in Italia, anche per la rivendicazione del suffragio universale e per
le proteste contro la guerra di Libia (1911). Ma fu solo nel 1919 che
i
lavoratori poterono festeggiare la ragione che aveva dato tutto un
senso alla nascita del Primo Maggio e cioè la conquista delle 8 ore.

Con l'avvento del fascismo, nel 1922, la festa del Primo Maggio fu
abolita perché considerata - a ragione, dal punto di vista dei
fascisti
sovversiva. In “sostituzione” fu istituita la celebrazione del 21
aprile, i cosiddetti Natali di Roma, che divenne la giornata della
collaborazione tra le classi, secondo la nuova concezione corporativa
dello Stato fascista.

Fu solo nel 1945, dopo la Guerra di Liberazione, che tornò la
celebrazione del Primo Maggio.

Due anni dopo fu scritta la pagina più sanguinosa della festa del
lavoro nel nostro paese. Il 1° maggio del 1947, a Portella delle
Ginestre, in Sicilia, mentre circa 2.000 contadini e lavoratori si
erano dati appuntamento per festeggiare la fine della dittatura, la
banda mafiosa di Salvatore Giuliano fece fuoco tra la folla,
provocando
undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero
generale e puntò il dito contro “la volontà dei latifondisti
siciliani
di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”.

La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro
dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti
all'Assemblea
Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito
Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per
rivendicare
lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu
ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta
fu
avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato
clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.

(PRIMOMAGGIO - Foglio di collegamento di lavoratori, precari,
disoccupati della zona apuo-versiliese)
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