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| Per un 1° maggio di lotta e internazionalista. |
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| martedì 08 maggio 2007 | ||||||||
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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA G.LANDONIO VIA STOPPANI 15 (QUART. SANT’ANNA) – BUSTO ARSIZIO – VA – uscita autostrada A8 Laghi – --------------------------------------------------------------------------------------------- 1) ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- P R I M O M A G G I O 2 0 0 7 Il 1° maggio del 1886 migliaia di operai scesero in sciopero a Chicago rivendicando la riduzione a 8 ore della giornata lavorativa. Essi lottarono per quattro lunghi giorni, poi la repressione non si fece attendere: alcuni proletari caddero sotto il fuoco della polizia e molti altri furono arrestati. Cinque di loro, accusati in un processo manovrato di essere i capi della rivolta, di lì a pochi mesi furono impiccati alla forca della democratica giustizia americana, cioè del codice di violenza della classe dominante, sacrificando le proprie vite in uno scontro in cui a decidere era la forza, non il diritto o la scheda elettorale. Per ricordare quell’eccidio e i combattenti di quella grandiosa battaglia, e, soprattutto, a monito della solidarietà di tutti i lavoratori contro il capitalismo, nel 1889 il movimento proletario internazionale proclamò il Primo Maggio giornata mondiale di lotta della classe operaia. Oggi, in Occidente i lavoratori hanno purtroppo dimenticato il valore di simili battaglie, smarrendo sempre più la strada della lotta di classe: non si muore neanche più per difendere o migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, ma si rimane ammazzati a causa delle tremende condizioni che il capitalismo impone ancora ai salariati. Molti luoghi di lavoro infatti non sono altro che carnai, sfilettatoi di membra proletarie, veri e propri macelli di un modo di produzione che si regge grazie ad un dispiegamento di violenza e di sfruttamento che non ha eguali nella storia umana. Emblematici sono i dati forniti dall’Oms e dall’Ilo: a livello mondiale, nel 2005, sono stati oltre due milioni gli infortuni mortali, 268 milioni gli incidenti non fatali e 160 milioni i nuovi casi di malattie professionali. Nel 2006 in Italia gli incidenti mortali sul lavoro “certificati” sono stati 1280, e in questi primi mesi del 2007 sono sempre 4 i morti al giorno. Le statistiche dimostrano inoltre che donne e extracomunitari sono le categorie di lavoratori più esposte agli infortuni, il che significa che sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili, a rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia all’ eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario medio tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di poco più del 10%. Se ora il governo di “sinistra” sbandiera a gran voce come se fosse un suo merito il ritorno alla crescita dell’economia italiana, nessuno ha però il coraggio di dire la verità agli operai, e cioè che l’attuale “ripresina” è in atto proprio perché la recente crisi che perdurava dal 2001 è stata pagata dai lavoratori attraverso le ristrutturazioni, i licenziamenti e le delocalizzazioni senza regole che hanno dato nuovo respiro ai profitti del padronato, portando ad un massiccio incremento dello sfruttamento capitalistico, con i suoi bassi salari e il diffondersi del precariato della flessibilità e della disoccupazione, con i suoi nuovi tagli alle pensioni e alla sanità, con l’inesorabile calo del potere d’acquisto. In questi ultimi anni, più che mai, “grazie” alla carneficina senza fine delle morti per lavoro, i proletari stanno continuando a pagare questa ripresa anche con il sangue e la vita! Quale maggiore prevenzione e migliore informazione, quale maggiore controllo e migliore applicazione delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro? Non servono a nulla le lacrime di coccodrillo di politicanti e sindacalisti, quando si vuole nascondere che questa è la tragica e quotidiana realtà del capitalismo in tutto il mondo! Per i padroni d’azienda quelle per la sicurezza e l’igiene sono spese improduttive, e così gli inadeguati investimenti nella sicurezza e nell’ antinfortunistica non possono che rispondere alla logica del mercato, secondo cui questi costi, non generando profitto, sono solamente spese che per il capitalista non hanno ritorno. Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, più la manodopera è ricattabile e costretta accettare lavori pericolosi, dai ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è in grado di far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori condizioni per funzionare a favore del profitto, con un forte risparmio di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro. Appare quindi evidente dai fatti che coinvolgono oggi milioni di proletari sfruttati e ammazzati dal capitale, che “il migliore dei mondi possibili” decantato dalla cultura borghese, che il vaso di miele della civiltà capitalistica a cui lorsignori hanno fatto fare il giro del mondo sotto le bandiere insanguinate della democrazia e della libertà, è sempre il solito, vecchio capitalismo assassino. Un modo di produzione che fin dal suo primo vagito non ha fatto che nutrirsi della vita dei proletari, rispettando in pieno la sua spietata essenza, che consiste nel produrre sempre di più e a costi sempre minori, ma con un gigantesco e crescente sperpero di energie e di vite umane. Operai, compagni! Chi può negare che nel corso degli ultimi anni la borghesia, con l’ aiuto diretto dei sindacati tricolore, sta smantellando giorno dopo giorno tutto ciò che era stato conquistato nei decenni scorsi con aspre e generose lotte? Come è possibile credere alla folle menzogna che nella società di mercato il cosiddetto “benessere” continua ad aumentare, visto che il salario reale ha subito un processo di demolizione pressoché inarrestabile? Oggi tutti noi, oltre a faticare sempre più per arrivare alla fine del mese, quotidianamente soffriamo anche di una sempre maggiore insicurezza nei luoghi di lavoro e di un incertezza persistente legata alla possibilità di essere in qualche modo licenziati. Sono allora, sempre e comunque, le leggi economiche capitalistiche che s’impongono inesorabili ovunque nel mondo a spingere il servitorame politico di ogni colore (meglio se mascherato da “difensore” dei lavoratori e dei più deboli!) a prendere decisioni contro la classe operaia, nella speranza di garantire la sopravvivenza del sistema. Il guaio è che “abbassare il costo del lavoro” significa diminuire il numero dei lavoratori occupati; significa ridurre il salario, sia quello diretto che quello indiretto (pensioni e liquidazioni); significa applicare indistintamente la famosa “flessibilità” (ossia lavorare sempre di più con contratti a termine e malpagati oggi, per restare a casa domani!); significa ricevere meno per lo stesso lavoro, a seconda dell’area geografica, dell’età, del sesso, del paese di provenienza; significa diffondere il criterio del “cottimo”, ovvero il salario legato alla produttività (l’ideale per il capitalismo!). Nel generalizzato peggioramento della condizione dei lavoratori, la tentata rapina del TFR a favore dei fondi pensione portata avanti dai governi prima di destra e poi di “sinistra”, dalla Confindustria assieme alle banche e alle assicurazioni, e dai loro agenti sindacali in seno alla classe operaia (leggi Cgil-Cisl-Uil), si inserisce in un chiaro progetto di finanziarizzazione crescente dell’economia, teso alla ricerca di “nuove” fonti di profitto dopo aver provveduto al progressivo smantellamento di una garanzia sociale quale la “pensione pubblica”. In questo scenario di furto e miseria crescente, i Sindacati Confederali pressano i lavoratori affinché investano il loro TFR nei fondi pensione di categoria legati al mercato borsistico. Ma se c’è una cosa certa in questa operazione da professionisti dell’opportunismo, è che in questo autentico furto del salario differito dei proletari, a guadagnarci veramente sono solo i gestori dei fondi, il padronato e i sindacati supportati dal governo “amico”. Il tutto accompagnato da un vero e proprio bombardamento mediatico: 17 sono i milioni di euro stanziati dal governo Prodi per la campagna a favore della rapina del TFR! Compagni, operai! In Italia come in tutto l’Occidente la borghesia, coadiuvata validamente dai sindacati di Stato e dai partiti di “sinistra”, in questo ormai lungo periodo di ubriacatura democratica è riuscita a distruggere in noi proletari ogni barlume di coscienza di classe e quindi ogni memoria delle grandi lotte del passato per la nostra emancipazione. Chi ci invita dunque a “festeggiare” il Primo Maggio, non ci vuole di certo in piazza o fuori dai cancelli delle aziende a lottare per i nostri interessi di classe e in difesa delle nostre stesse condizioni di vita e di lavoro. Ma ci ha già chiesto di accettare senza colpo ferire l’ennesima Finanziaria “lacrime e sangue” per il “Bene del Paese” e per la salvaguardia dell’economia nazionale. Ci ha già chiesto di condividere le imprese di guerra dell’italico capitalismo straccione, sempre alla ricerca di “un posto al sole” fra le potenze imperialiste mondiali. Infatti, con il finanziamento delle missioni militari in Libano e Afghanistan e con la concessione all’ampliamento delle basi militari Usa in Italia, il pacifismo guerrafondaio della “sinistra” di governo e dei sindacati ha mostrato nuovamente la sua vera faccia, e un domani non troppo lontano ci vorrà ancora schierati per la patria sul fronte di guerra, contro altri operai mandati al macello dopo essere stati sfruttati come noi dalla propria borghesia. Chi fa questo, chi vuole continuare a “festeggiare” il Primo Maggio tra sventolii di bandiere tricolori, concerti e messe di benedizione, lo fa a suggello di una vittoria consolidata su noi lavoratori, a difesa del sistema capitalistico, del suo sfruttamento e dei suoi omicidi nei luoghi di lavoro, dei suoi Stati armati e delle sue costituzioni, delle sue violenze e delle sue guerre. Ma che fare, allora, di fronte a questa realtà e a questa situazione apparentemente immutabili e incontrastabili? Noi comunisti, oggi come ieri, non possiamo che indicare al proletariato l’alternativa storica della ripresa della lotta di classe, della lotta contro il capitalismo per una società senza mercato e merci, senza salario e profitto, senza la divisione in classi e lo sfruttamento di una minoranza sulla maggioranza del genere umano. Le nostre parole d’ordine sono le parole d’ordine storiche e classiste del proletariato rivoluzionario che lotta per il Comunismo: - Ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione, perseguendo l’ unione di tutti i lavoratori (occupati, disoccupati, precari, immigrati, iscritti e non ai sindacati). - Riscoperta dell’arma dello sciopero senza preavviso e ad oltranza, praticando il blocco totale della produzione e della circolazione delle merci e non garantendo i servizi pubblici minimi. - Ripresa della lotta per ottenere forti aumenti di salario, più consistenti per le categorie peggio pagate; per il salario garantito ai disoccupati e per una drastica riduzione della giornata lavorativa a parità di salario. - Difesa intransigente dei nostri interessi di classe e delle nostre condizioni di vita e di lavoro, rifiutando le compatibilità economiche e politiche imposte dal capitale come la difesa dell’ economia nazionale e aziendale. - Rinascita di organismi classisti di difesa economica immediata indipendenti da qualsiasi Stato ed interesse borghese, rigettando le pratiche e le politiche traditrici e disfattiste degli odierni sindacati. - Ripresa, in caso di guerra, del disfattismo rivoluzionario e della fraternizzazione fra i militari degli opposti schieramenti, opponendosi all’intervento militare della propria borghesia in qualsiasi teatro di guerra al di fuori di ogni illusione che il pacifismo possa evitare la guerra. I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’ una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI ! Partito Comunista Internazionale 2) ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Tratto da : (PRIMOMAGGIO - Foglio di collegamento di lavoratori, precari, disoccupati della zona apuo-versiliese) Per un 1° maggio di lotta e internazionalista La nascita della giornata internazionale del Primo Maggio è legata alle lotte per la settimana corta e la giornata lavorativa di 8 ore che coincidono con l'inizio dell'industrializzazione di massa negli Stati Uniti. Potrebbe sembrare che la richiesta di un salario più alto sia stata la causa scatenante dei primi scioperi negli USA, ma in realtà furono sempre poste in primo piano le richieste per la settimana corta e per il diritto di organizzazione dei lavoratori. All'inizio del 1800 l'orario di lavoro era “dall'alba al tramonto” e oscillava dalle 14 fino alle 18 ore; fu negli anni '20 e '30 che iniziarono gli scioperi per la riduzione dell'orario giornaliero a 10 ore. Si fa risalire al 1827 (sciopero dei lavoratori di Filadelfia), la nascita della prima Unione Sindacale del mondo. Nonostante la crisi del 1837 i lavoratori degli Stati Uniti riuscirono ad imporre al governo (presidenza Van Duren), l'approvazione di un decreto che fissava in 10 ore l'orario per tutti i dipendenti pubblici. E nonostante questa misura non fosse stata ancora estesa a tutto il comparto industriale, il movimento dei lavoratori lanciò la parola d'ordine della giornata di 8 ore che fu raccolta anche dai lavoratori australiani che coniarono lo slogan “8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore per il resto” e che raggiunsero il loro obbiettivo nel 1856. La rivendicazione della giornata di 8 ore entrò a far parte del patrimonio politico della classe operaia americana che propose di organizzare un movimento che avesse questo tema come punto principale. Nel 1866, i delegati di tre grandi organizzazioni sindacali fondarono la prima union su scala nazionale, la National Labor Union (NLU), guidata da William. H. Sylivis. La NLU stabilì relazioni con la Prima Internazionale e, nell'agosto del 1866, inserì nella sua linea d'azione, la liberazione del lavoro dalla schiavitù del capitalismo, la giornata di 8 ore come orario legale per i lavoratori americani e la necessità di un'azione indipendente dalla politica. Rappresentanti della NLU parteciparono al Congresso dell'Internazionale, dove presentarono la loro piattaforma, e nel settembre 1866 la rivendicazione per la giornata di 8 ore fu accolta e fatta propria anche dall'Internazionale. Nel 1872 l'Internazionale fu trasferita da Londra a New York dove sarebbe nata la Seconda Internazionale; al suo Congresso di Parigi (1889) la data del Primo Maggio venne proclamata giornata internazionale dei lavoratori; il primo maggio sarebbe stato un giorno di lotta per ottenere la giornata lavorativa di 8 ore. Questa risoluzione fu influenzata da quanto deciso a Chicago dove la Federation of Organizations Trade and Labor Unions of the United States and Canada (AFL), sancì che il Primo Maggio sarebbe stato il labor day. Al Congresso della AFL del 1885, fu ripresentata la proposta di uno sciopero per le 8 ore da attuare il 1° maggio 1886 e diverse organizzazioni prepararono azioni di lotta (da ricordare per questo la federazione dei Carpenters and Cigar Makers). Le agitazioni portarono non solo ad un aumento degli iscritti alle organizzazioni sindacali, ma anche alla crescita del loro prestigio e del loro peso politico tra i lavoratori, tanto che “leghe per le 8 ore” sorsero in moltissime città contribuendo con il loro spirito combattivo a galvanizzare e influenzare le masse dei lavoratori non organizzati. Il centro dello sciopero fu Chicago - dove il movimento operaio era particolarmente forte - ma in questa lotta furono coinvolte molte altre città. La Central Labor Union (CLU), l'ala “sinistra” del movimento, dette il suo pieno appoggio alle “leghe per le 8 ore” ed il sabato precedente il Primo Maggio organizzò una manifestazione che mobilitò ben 25.000 lavoratori. Il Primo Maggio 1886 i lavoratori di Chicago scesero in sciopero, dimostrando la più grande solidarietà di classe che il movimento operaio americano avesse mai sperimentato fino ad allora con una mobilitazione che ebbe una grande importanza politica per il movimento. Queste lotte furono oggetto di una brutale repressione da parte della polizia e il 4 maggio ci furono quelli che vennero poi chiamati “i fatti di Haymarket Square”. Il 4 maggio, in Haymarket Square, fu organizzata una manifestazione di protesta per il criminale attacco portato il giorno prima dalla polizia ad una pacifica assemblea di lavoratori in sciopero della McCormick Reaper Works dove 6 lavoratori furono uccisi e molti altri feriti. In Haymarket Square, durante la manifestazione di protesta, fu lanciata una bomba che innescò gli scontri tra lavoratori e polizia nei quali furono uccisi sette agenti e tre lavoratori. In base a questi fatti, vennero condannati a morte e impiccati cinque esponenti del movimento operaio, mentre altri furono arrestati. L'anno successivo ai fatti di Haymarket Square, la AFL decise di riproporre il Primo Maggio come giorno di lotta per le 8 ore. Nel decennio 1880-90 si ebbe il rapidissimo sviluppo industriale degli Stati Uniti e l'espansione del suo mercato interno, ma la depressione del triennio 1883-85, seguita alla crisi del 1873, fu pagata molto duramente dalla classe lavoratrice americana che riprese la lotta per migliori condizioni di vita e di lavoro, ponendo ancora la rivendicazione delle 8 ore come uno dei suoi principali obbiettivi di lotta. Il Primo Maggio del 1890 fu ancora una giornata nazionale di grandi scioperi per la settimana corta. Come detto, il 14 luglio 1889, al Congresso della Seconda Internazionale che si tenne a Parigi, venne approvata la seguente risoluzione: “una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore”. Da allora sempre più larghi strati di lavoratori parteciparono alle dimostrazioni organizzate dalle organizzazioni sindacali di tutto il mondo. Al successivo Congresso dell'Internazionale di Bruxelles, nel 1891, venne fissata definitivamente la data delle manifestazioni simultanee di tutto il mondo per le 8 ore: fu scelto il Primo Maggio. La scelta non fu casuale: si voleva celebrare e ricordare le manifestazioni di Chicago del 1886 che furono represse nel sangue dalla polizia e dai sicari dell'Agenzia Pinkerton (i fatti della McCormick e di Haymarket Square che abbiamo ricordato in precedenza). Il Congresso di Parigi del 1900 fece sua la risoluzione adottata a Zurigo nella quale si diceva che “le lotte del Primo Maggio dimostrano la determinazione della classe lavoratrice ad eliminare le differenze di classe”. Le manifestazioni del Primo Maggio assunsero sempre più connotati e significati politici e in breve tempo il labour day, la giornata internazionale dei lavoratori, divenne la “giornata rossa”, la giornata alla quale le autorità di tutti i paesi guardavano come ad una minaccia. Mentre cresceva la combattività e lo spirito rivoluzionario dei lavoratori, i dirigenti riformisti cercarono in tutti i modi di disinnescare il potenziale di lotta del Primo Maggio, cercando di spogliarlo del contenuto rivoluzionario che era venuto acquisendo per ridurlo a semplice giorno di festa e di riposo e, addirittura, spostando la celebrazione della “giornata internazionale” alla domenica più vicina al primo maggio di ogni anno, in modo che i lavoratori non potessero scioperare. La prova dell'involuzione delle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio si ebbe al momento dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel 1915, i socialdemocratici tedeschi chiesero ai lavoratori di rimanere al loro posto di lavoro, mentre i socialisti francesi assicurarono le autorità che non avevano niente da temere per il Primo Maggio, sostenendo anch'essi che era opportuno lavorare per la difesa del paese. Era la fine politica della Seconda Internazionale, quello che sarebbe stato chiamato social-sciovinismo. Solo i bolscevichi russi e altre minoranze rivoluzionarie di altri paesi rimasero realmente legati ai valori del socialismo e dell'internazionalismo. Denunciarono la guerra quale guerra imperialista e come macello di proletari che si uccidevano l'uno con l'altro in nome di interessi che non erano i loro; infine, si pronunciarono per una la trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria per abbattere i regimi capitalisti. Gli scioperi parziali e le scaramucce di strada del Primo Maggio 1916 mostrarono comunque che moltissimi lavoratori di tutti i paesi in guerra non accettavano le posizioni dei propri dirigenti riformisti. Nonostante la dichiarazione di guerra nel 1917, il Primo Maggio non fu dimenticato nemmeno negli Stati Uniti. Gli elementi rivoluzionari del Partito Socialista adottarono una risoluzione che denunciava la guerra come imperialista ed il Primo Maggio diventò giorno di protesta anche contro questa guerra. La manifestazione organizzata a Cleveland portò in piazza più di ventimila lavoratori, ma fu attaccata brutalmente dalla polizia che uccise un lavoratore ferendone un altro, che sarebbe morto in seguito alle ferite ricevute. Il Primo Maggio diventò gradualmente un momento centrale di lotta solo per il proletariato rivoluzionario internazionale. Alla rivendicazione originaria delle 8 ore ne furono aggiunte altre: 1) solidarietà internazionale della classe lavoratrice; 2) suffragio universale; 3) guerra contro la guerra; 4) lotta contro l'oppressione coloniale; 5) libertà per i prigionieri politici; 6) diritto ad organizzazioni politiche ed economiche della classe lavoratrice. In Europa, la prima celebrazione del Primo Maggio avvenne nel 1890 e in Italia solo l'anno successivo, in un clima di estrema tensione. Il Primo Ministro italiano, Francesco Crispi, vietò ogni manifestazione e dette ordine a tutti i Prefetti del Regno di reprimere fermamente ogni dimostrazione non autorizzata. A Roma, durante gli scontri con la polizia ci furono due morti e decine di feriti. Sul terreno sindacale, all’obbiettivo della rivendicazione delle 8 ore si aggiunsero la rivendicazione di tutti i diritti civili negati e le questioni allora più impellenti. Nel 1898, il Primo Maggio, si intreccia con la lotta dei cosiddetti moti per il pane - causati dalla decisione del governo di imporre la tassa sul macinato - e che culminarono con i tragici fatti di Milano, in cui decine di manifestanti furono assassinati a cannonate dalle truppe schierate per reprimere le manifestazioni sotto il comando del generale Bava Beccaris, successivamente decorato per questo dal “re galantuomo”, Umberto I. Nei primi anni del '900 la giornata del Primo Maggio si caratterizza, in Italia, anche per la rivendicazione del suffragio universale e per le proteste contro la guerra di Libia (1911). Ma fu solo nel 1919 che i lavoratori poterono festeggiare la ragione che aveva dato tutto un senso alla nascita del Primo Maggio e cioè la conquista delle 8 ore. Con l'avvento del fascismo, nel 1922, la festa del Primo Maggio fu abolita perché considerata - a ragione, dal punto di vista dei fascisti sovversiva. In “sostituzione” fu istituita la celebrazione del 21 aprile, i cosiddetti Natali di Roma, che divenne la giornata della collaborazione tra le classi, secondo la nuova concezione corporativa dello Stato fascista. Fu solo nel 1945, dopo la Guerra di Liberazione, che tornò la celebrazione del Primo Maggio. Due anni dopo fu scritta la pagina più sanguinosa della festa del lavoro nel nostro paese. Il 1° maggio del 1947, a Portella delle Ginestre, in Sicilia, mentre circa 2.000 contadini e lavoratori si erano dati appuntamento per festeggiare la fine della dittatura, la banda mafiosa di Salvatore Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro “la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”. La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella. (PRIMOMAGGIO - Foglio di collegamento di lavoratori, precari, disoccupati della zona apuo-versiliese) ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
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