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venerdì 06 aprile 2007
DI RITORNO DAL GLOBAL MEETING…

Il 30-31 Marzo ed il 1° Aprile si è tenuto, al Centro Sociale Occupato Rivolta di Venezia, il Global Meeting. L’incontro è stato globale a tutti gli effetti: erano presenti compagni e compagne da ogni angolo del mondo, dall’America (sia latina che del centro e del nord), dall’Asia (particolarmente illuminante l’intervento dell’intellettuale Wang Hui che ha descritto molto bene la situazione tumultuosa del “sub-impero” cinese), dalla regione mediorientale ed ovviamente da tutta Europa. Erano perciò rappresentate gran parte delle lotte, delle conflittualità, delle resistenze dei movimenti che si oppongono al nuovo ordine mondiale governato da una “monarchia” statunitense in crisi, ma non disposta a lasciare lo scettro tanto facilmente.

Il corposo ed elevato dibattito che si è sviluppato in questa tre giorni è partito, infatti, dalla constatazione della crisi dell’unilateralismo USA, causata dalle varie resistenze disseminate nel globo, a cui le classi dominanti stanno rispondendo con una riarticolazione formale del comando che ha preso il nome di multilateralismo. Di fronte ad esso - che certa sinistra vuol far passare come una forma più umana e democratica di gestione del potere, ma che invece per noi è solamente una nuova configurazione della governance, più subdola ma ugualmente distruttiva ed opprimente visto tra l’altro che ha perso completamente ogni connotato neo-keynesiano – i movimenti devono saper contrapporre una nuova fase del conflitto. Il ciclo di lotte partito da Seattle nel 1999 si è concluso con le mobilitazioni contro la guerra in Iraq del 2003; ora dobbiamo ripartire. Per farlo la formula che è stata proposta è quella pattizia: le varie realtà in movimento e di movimento che hanno difeso la loro totale autonomia dai partiti e dai governi che tentavano di inglobarle, si sono impegnate a stipulare dei patti di lotta su obbiettivi comuni che hanno la funzione, oltre a quella di fomentare conflitto, di identificare un’area, un terreno condiviso in cui sviluppare il processo costituente della moltitudine, la produzione di soggettività. Il percorso è complesso, non lineare, non supportato da un’ideologia organica, ma questi sono limiti che possono trasformarsi in aspetti positivi se riusciamo a cogliere nella sua interezza le potenzialità dei nuovi movimenti. Dobbiamo avere il coraggio di superare le vecchie categorie e reinventarne di nuove, non frutto - certo - della nostra fantasia ma dell’analisi dell’idealità e delle metodologie che hanno assunto le battaglie sociali e di difesa del territorio di oggi.

Il fatto da rilevare e per noi ben augurante per il futuro, è che questa descrizione della fase attuale, qui riassunta per sommi capi, e le proposte per superare l’impasse dei movimenti formulate dai primi relatori del venerdì mattina, sono state accolte dalla stragrande maggioranza dei presenti. Ciò è avvenuto non per cooptazione ideologica, ma perché i termini con cui il capitale globale esercita il suo dominio sono gli stessi in tutto il mondo ed anche le resistenze che i popoli pongono in essere in America sono le medesime di quelle europee o asiatiche. Certamente ogni paese, ogni continente, ogni lotta ha le sue caratteristiche peculiari ed i contesti socio-economici-politici cambiano da regione a regione, ma in tutti i partecipanti al Global Meeting c’era la consapevolezza di essere di fronte ad un cambiamento epocale della struttura del capitale che, globalizzandosi ed esplicitandosi dovunque con nuove forme di sfruttamento, deve avere una risposta adeguata dalle soggettività ribelli del pianeta. Anche l’assemblea tutta italiana della domenica pomeriggio, presenti i portavoce delle varie popolazioni in lotta del paese (Val di Susa e Vicenza su tutte), ha ribadito la propria disponibilità ad iniziare un percorso con queste coordinate.

In questa ricerca delle nuove istituzioni della moltitudine, in questo percorso che si è raffigurato con la formula di “esodo costituente”, il ruolo dei Centri Sociali, per quanto riguarda quel pezzetto d’Europa chiamato Italia, è quello di essere il centro territoriale di ricomposizione dell’intera forza lavoro sociale. Se è l’intera vita che è entrata in gioco, se la forza lavoro (sempre più precaria ed immateriale) si è molecolarizzata e non è più sindacalizzabile nelle forme del sindacalismo novecentesco, i Centri Sociali devono cercare di ricomporre il lavoro sociale e di riaprire il dibattito e l’interazione con e su tutte le forme della vita per riportarle a dimensioni politiche. Il lavoro è arduo, duro e dai tempi indefinibili, ma il dovere di compierlo è sacrosanto perché le conflittualità del XXI secolo lo richiedono a viva voce.

CSA INTIFADA

www.ecn.org/intifada
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