.: Italia Alternativa :.
.: Thursday 16 October 2008 :.
|
|
| FERMIAMO LA RICERCA! |
|
|
|
| Tuesday 28 June 2005 | ||||||||
|
Una traduzione di un testo sulla questione della ricerca, pubblicato su
"Courant Alternatif", rivista delle OCL-France. * Se a qualcuno interessassero anche le note, posso inviare la copia integrale della traduzione. Scrivere a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo FERMIAMO LA RICERCA! Alcune note molto critiche di un ricercatore a proposito del movimento « Salviamo La Ricerca » Dopo aver portato avanti l’anno scorso delle azioni di protesta contro la politica governativa di riduzione dei fondi per la ricerca pubblica, il movimento «Salviamo La ricerca » rifa oggi la sua apparizione, fra le manifestazioni e gli scioperi che ricominciano da qualche settimana. Nella mia qualità (assai provvisoria) di ricercatore, vorrei qui spiegare in cosa questo movimento mi sembra profondamente nocivo – ed in che misura concentri e diffonda un certo numero di illusioni sul mondo nel quale viviamo, e sulla situazione pericolosa che è la nostra attualmente. Tutte queste illusioni riposano su un fatto maggiore, che il movimento «Salviamo La Ricerca » passa costantemente sotto silenzio: il fatto che lavorando allo sviluppo ed al perfezionamento della società industriale, i ricercatori partecipano anche alla produzione delle devastazioni che essa provoca in maniera sempre più evidente: distruzione della natura, deturpamento delle città, falsificazione degli alimenti, snaturamento del lavoro e dei rapporti sociali, attentati sempre più manifesti alla salute fisica e mentale, etc.1 Oggi, i ricercatori rivendicano ancora una volta dei soldi per la ricerca pubblica. La mia posizione è la seguente: non solo bisogna rifiutargli questi soldi, ma in più bisogna imporre l’arresto della ricerca pubblica come di quella privata. E' il solo mezzo efficace per fare un primo passo verso uno smantellamento della totalità del sistema industriale, sistema il cui funzionamento mette ormai in questione la nostra stessa esistenza collettiva su scala planetaria. Prima di proporre qualche mezzo per assestare un colpo di freni alle attività della ricerca scientifica e tecnica, vorrei dimostrare, nei tre punti che seguono, la falsità degli argomenti tradizionalmente utilizzati dai ricercatori (soprattutto quelli del movimento « Salviamo La Ricerca ») per negare la loro responsabilità nei danni che la società industriale genera. 1)Contrariamente a quanto dicono i ricercatori per ritenersi innocenti, non c'è una frontiera netta, a compartimento stagno, tra ricerca fondamentale e ricerca applicata. In effetti, non si può concepire lo sviluppo delle scienze e delle tecniche le quali in maniera sistemica, cioè formano un insieme del quale tutte le parti sono interdipendenti, evolvono le une in funzione delle altre: ile progresso della ricerca applicata è quindi inconcepibile a medio e lungo termine senza gli apporti della ricerca fondamentale. I ricercatori lo sanno benissimo, dato che si oppongono ad un progetto di legge che pretende di ridurre il finanziamento della ricerca fondamentale a vantaggio della ricerca applicata, spiegando che senza la ricerca fondamentale, la ricerca applicata non andrebbe molto lontano. Ma sono poi pronti a dire esattamente il contrario quando gli si dice che è proprio per questa ragione che si rendono partecipi della produzione dei gravi disordini causati dalla società industriale; dunque ristabiliscono come per magia una disgiunzione assoluta tra fondamentale e ricerca applicata. Dal momento che la ricerca fondamentale è presentata come un'attività « pura » (disinteressata e anche, per come dire, innocente), che non come fine ha soltanto di far progredire le conoscenze scientifiche. Sarebbe quindi la ricerca applicata a fare un cattivo uso di queste conoscenze, ma in quanto è essa stessa prigioniera dei finanziatori e dei decisori, e pertanto costretta a servire i loro interessi politici e commerciali. Come si nota, dietro questi ragionamenti contraddittori si nasconde un malessere nettissimo: i ricercatori hanno l’intuizione (o la coscienza) della loro responsabilità nella catastrofica marcia del mondo attuale, ma si rifiutano di guardarla in faccia, di rifletterci sopra pacatamente e di trarne tutte le conseguenze che s’impongono, per risparmiarsi la pena di dover formulare una condanna morale del loro proprio ruolo in questa società. Tale disagio lascia intravedere la possibilità di una rivolta di coloro che, fra loro, avessero mantenuto un senso morale sufficientemente sano, a dispetto di un cinismo e dell’ambizione che regnano negli ambienti scientifici ed istituzionali; allora non gli resterebbe che trarne tutte le conseguenze che s’impongono, contribuendo ad interrompere la ricerca scientifica e tecnica nella sua totalità. 2) Come sempre, i « realisti », i « pragmatici », i « ragionevoli », diranno: « militando per l’arresto della ricerca ed esigendo quindi che oggi si rifiuti di accordare crediti alla ricerca pubblica, voi fate il gioco della ricerca privata, delle imprese, della commercializzazione della ricerca », etc. Ma cosa credono, questi benedetti ricercatori? Tutti i loro argomenti s'imperniano sull’idea che ricerca pubblica e ricerca privata siano differenti e funzionino indipendentemente l’una dall’altra, e che la ricerca pubblica sia buona perché è sottoposta al controllo dei cittadini tramite i loro rappresentanti eletti a suffragio universale, cosa che dovrebbe evitare ogni deriva mercantile e permettere il progresso dell’umanità (eh si, come degli eterni adolescenti travagliati tra cinismo ed ingenuità, i ricercatori non esitano ad impiegare simili espressioni). Anche qui, occorrerebbe ristabilire alcune verità di fatto. La separazione fra privato e pubblico, fra Stato ed economia di mercato, è altrettanto illusoria di quella che esiste fra ricerca fondamentale e ricerca applicata. Lo stato finanzia le ricerche di cui le imprese hanno bisogno ma delle quali, le imprese non possono sostenere i costi; la maggior parte delle volte, d'altronde, c'è direttamente una collaborazione tra privato e pubblico (specialmente nel finanziamento di laboratori pubblici). Ed anche quando c'è ricerca pubblica « pura », lo Stato si comporta con i ricercatori come si è sempre comportato con i suoi amministrati: come un'entità che si crede sia un mero strumento di gestione collettiva, e che poi si scopre che è sempre, in ultima istanza, assolutamente estranea, che funziona in maniera autonoma. In questo, lo Stato è un impresa come un'altra: fornisce un salario soltanto nella misura in cui ha in cambio un lavoro, da cui spera di trarre dei vantaggi militari, politici o economici per sé stesso – ovvero per la frazione della popolazione di cui gestisce gli interessi. Da questo punto di vista, la somiglianza tra lo Stato e le imprese spiega senza dubbio come si notino sempre meno le differenze di obiettivi e di metodi tra ricerca pubblica e ricerca privata. Infine, il fatto che la ricerca sia pubblica non garantisce per niente il suo controllo da parte dei « cittadini », divenuti, qui come ovunque, degli spettatori imbrogliati, come dimostrano soprattutto le ricerche sul nucleare o sugli OGM, ostinatamente condotte da qualche decennio, non curandosi affatto della riprovazione generalizzata, sotto la protezione della polizia e, quando serve, dell’esercito e del segreto di Stato2. 3) Infine, c'è una sorta d’idea metafisica attualmente invocata da tutti i ricercatori per giustificare la loro esistenza e le loro rivendicazioni : sembrano essere tutti convinti che la tecnica e la scienza siano degli strumenti che possano servire all’emancipazione dell’umanità. Il fatto che questa emancipazione tardi a venire è dovuto, secondo loro, al cattivo uso che l’uomo fa di queste scienze e di queste tecniche: sia in quanto egli è intrinsecamente fallibile (da cui la necessità di codici deontologici e altri comitati di bio-etica); sia in quanto è sottomesso ai diktats dell’economia di mercato (da cui i benestare concessi alla ricerca di Stato e alla lotta contro il « neo-liberismo »). Quest'idea metafisica si accompagna ad un corollario : l’emancipazione dell’umanità si basa sulla crescita della produzione e del consumo di beni e di servizi (pubblici o privati). Ci troviamo, qui, in presenza dell’ideologia centrale del sistema industriale, che l'ha prodotta e che contribuisce a conservare3. Una delle caratteristiche maggiori della società presente, intesa nella sua estensione planetaria, è effettivamente quella di avere sottoposto la propria produzione, la propria riproduzione e l’insieme del proprio funzionamento, sino al più piccolo dei dettagli, ad un insieme di tecniche perfezionate. Ma questa onnipresenza di tecnologie, il suo carattere sistematico, ha provocato una assuefazione agli oggetti tecnici che impedisce di considerare serenamente il loro impiego, il loro funzionamento e la loro utilità reale. Contrariamente a quanto pretendono i ricercatori, une evidenza oggi s’impone a chiunque esamini gli sconvolgimenti che la società industriale ha introdotto tanto nell'ambiente naturale, quanto in tutti gli ambiti della vita umana e dei rapporti sociali (lavoro, divertimenti, linguaggio, morale, politica, arte, etc.): la scienza e la tecnica, al loro stato attuale, hanno cessato di essere degli strumenti di emancipazione dell’umanità. Ciò significa che, al contrario di quanto vuole credere l’ala di sinistra del movimento dei ricercatori, la soluzione a questa situazione non risiede solamente nella lotta contro l’economia mercantile, ma anche nella lotta contro la scienza e la tecnica consustanzialmente legate a questa forma di economia. Disgiunzioni ricerca privata / ricerca pubblica, ricerca fondamentale / ricerca applicata, scienze-tecnologie / economia mercantile4: ecco tre illusioni dominanti che sono indice di una incapacità ad acquisire una comprensione globale della società attuale, ad intenderla in quanto totalità complessa in divenire. Questa incapacità sicuramente trae origine nella limitatezza delle nostre capacità di rappresentazione: è diventato quasi impossibile immaginarsi l’insieme del funzionamento economico e tecnico della società attuale, tanto è divenuto colossale, per la sua potenza sregolata ed la sua estensione planetaria. Ma a questa limitatezza naturale delle nostre facoltà di rappresentazione, le sviluppo della società industriale ha aggiunto delle ulteriori limitazioni artificiali, come quelle separazioni imposte alla coscienza ed all’azione in tutte le sfere della vita quotidiana (essendo la divisione del lavoro la prima e la più importante fra queste separazioni). E' gioco-forza riconoscere che, fra queste limitazioni artificiali, figura l’attività scientifica cosi come si esercita oggi. Dalla professionalizzazione dei saper fare tecnici e la specializzazione della conoscenza scientifica, l’investigazione intellettuale si è dissociata dall’esperienza quotidiana – conducendo ad una privatizzazione dell’esperienza senza precedenti nella storia –, e l’uomo ordinario ha perso ogni sovranità sulle condizioni di produzione della sua stessa esistenza. L’uomo ordinario (ossia anche il ricercatore in quanto uomo ordinario) è diventato dipendente, per la propria vita come per la propria sopravvivenza, da un apparato tecno-scientifico che non controlla più. Ritrovare un'autonomia individuale e collettiva, questo significa rompere, allora, con la scienza e la tecnologia attuali, fermare immediatamente tutte le ricerche scientifiche e tecniche, private e pubbliche, e procedere alla riappropriazione critica dei loro risultati da parte di tutti gli individui, nel quadro della propria attività, purché questa attività non perpetui il sistema dei bisogni determinati dalla società mercantile ed industriale. Ciò, per scienziati, ingegneri, tecnici, etc vuol dire: 1) Mettersi in sciopero totale ed illimitato, rompere ogni collaborazione con lo Stato, le imprese o le istituzioni scientifiche rifiutando di fornire loro qualunque genere di informazione sulle ricerche passate o in corso. 2) Sostenere questo rapporto di forze fino alle dimissioni obbligate, e fino alla resistenza fisica di fronte agli inevitabili tentativi di recupero, con l'uso della forza, del materiale di ricerca (laboratori, locali, strumenti, etc.); e quando questa resistenza non potrà più essere sostenuta, bisognerà passar al sabotaggio di questo materiale. 3) E' evidente che questo sciopero non avrà senso ne utilità se non consente ai ricercatori di avviare una riflessione approfondita sulla natura dei loro lavori (la loro implicazione nella totalità del sistema industriale, le loro ripercussioni sull'ambiente naturale, sulla salute e sui rapporti sociali) – i ricercatori devono far conoscere alla popolazione, attraverso mezzi di comunicazione propri, i risultati di questa riflessione, cosi come i loro metodi di lotta e i loro orientamenti teorici, al fine di unirsi ad altri movimenti di lotta, o di contribuire a farli emergere. Si vede come non si tratti, qui, di una rivoluzione politica, ma di una rivoluzione sociale, organica, molecolare, che parte dalla base e che dovrà comunicarsi in tutte le direzioni: una rivoluzione che parte da ognuno di noi (ricercatori o no) che prende coscienza del suo ruolo nel sistema, e che avvia, a partire da qui, la modificazione di questo sistema. E' probabile che questo movimento di insieme arrivi, da un momento all'altro, a dover affrontare apertamente l’insieme delle strutture repressive della società industriale; gli occorrerà quindi tenere presente la memoria che una rivoluzione non è tanto una guerra civile, quanto una trasformazione radicale dell’esercizio del potere: il quale dovrà passare nelle mani delle persone ordinarie, senza alcun intermediario di sorta. Non molto tempo fà, degli scienziati hanno saputo riconoscere qui un programma all'altezza di quanto la sopravvivenza dell’umanità esige. Sarebbe tempo che la generazione attuale meditasse la lezione di questi fratelli maggiori5. E' possibile che la prospettiva di abbandonare tutte le ricchezze dell’industria, tutti i prestigi della ricerca, appaia a molti come un sacrificio. Ma questo sacrificio è necessario se deve permettere la salvaguardia del mondo e la costruzione di una nuova esistenza su delle basi più semplici, e più sane. Nizza, febbraio-marzo 2005 Un ricercatore dissidente Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo <mailto: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo >
Powered by !JoomlaComment 3.26
3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved." |
||||||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|
| Menu principale | |||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
|
| Calendario Eventi |
|---|
| I più letti |
|---|
| Statistiche |
|---|
|
Utenti: 59 Notizie: 2480 Collegamenti web: 73 |
|
Frase del giorno:
|
| Collegamenti | ||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
|
| TopList |
|---|
|
|






Spedisci Nuovo Evento