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Vicenza e i rischi autoritari PDF Stampa E-mail
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lunedì 19 febbraio 2007
La manifestazione di Vicenza è stata una grande manifestazione di popolo: c'era soprattutto la gente, una marea di persone "normali" (tra cui relativamente pochi erano i "militanti politici") che ha circondato gioiosamente la città, smentendo con i fatti i voluti allarmismi dei giorni precedenti e chiedendo una cosa scontata e, appunto "normale": poter decidere democraticamente del proprio territorio. Io ci sono andato, come andai a Napoli nel marzo 2001 e poi a Genova nel luglio sempre di quel maledetto anno, l'ultimo di Carlo Giuliani e come sono poi andato a Firenze. Ci sono andato soprattutto perché era in atto il tentativo di intimidire preventivamente chi voleva manifestare. Nei giorni scorsi si è, infatti, assistito ad un vero e proprio bombardamento mediatico da parte del centro destra, ma anche di settori del centro sinistra: sulla stampa è stato sbattuto il fantasma del black block, degli anarco-insurrezionalisti e infine anche dei brigatisti, adesso "infiltrati" nella CGIL. A Vicenza il bombardamento è stato decuplicato: si è parlato del rischio di scontri, saccheggi, ma anche - pensate un po' - di attacchi chimici e biologici, e - non è uno scherzo - sono stati addirittura saldati tutti i tombini delle strade, mentre ai commercianti è stato chiesto di chiudere. Per fortuna - nostra e loro - molti sono stati i "disobbedienti" che con le saracinesche alzate l'unico "rischio" che hanno corso e di non sapere dove mettere i tanti soldi guadagnati.
In questi ultimi giorni è stato tirato fuori da scaffali impolverati qualche matto che veramente pensa che con due pistole e un vecchio fucile si possa "portare l'attacco al cuore dello stato" costruendo poi un teorema che ha coinvolto una serie di persone - probabilmente estranee a questo inguaribilmente stupido e sicuramente pericoloso romanticismo guerrigliero - che casomai danno più fastidio perché "irriducibilmente antagonisti" alle ingiustizie. Peggio: sono stati arrestati anche quelli che manifestavano per iscritto, con manifesti e volantini, la solidarietà ai "compagni arrestati", accusandoli di "istigazione a delinquere". Ora: è evidente che la giustizia debba fare il suo corso, ma è anche altrettanto evidente che fino a quando non venga pronunciato il verdetto finale qualunque imputato è da considerarsi innocente e che dunque non può assolutamente essere perseguito chi gli esprime solidarietà. La presunzione d'innocenza fino a prova contraria è un pilastro della giustizia moderna, messo purtroppo sotto i piedi dal sistema politico e mediatico che preferisce semplificarsi la vita (ricordate il caso di Erba?). Bisogna stare in guardia: una deriva autoritaria è possibile e non potrà essere giustificata perché a guidarla è il centro sinistra: gli stessi provvedimenti per la sicurezza degli stadi, assunti sull'onda emotiva dei fatti di Catania, se da un lato giustamente impediscono l'apertura al pubblico di stadi insicuri, dall'altro restringono spazi di democrazia dilatando l'arbitrarietà del fermo di polizia, provvedimento lesivo delle libertà individuali e delle garanzie della difesa.

Credo allora che il governo nazionale dopo la manifestazione di Vicenza sia chiamato non solo a dare una risposta in termini di partecipazione democratica, chiedendo al Comune di Vicenza di tenere il referendum sulla destinazione urbanistica dell'area interessata ma anche a rivedere autocriticamente l'atteggiamento securitario tenuto in questi ultimi tempi, per evitare il rischio che attraverso la formula della "lotta al terrorismo" e della "salvaguardia delle istituzioni democratiche" passi un restringimento ulteriore degli spazi di libertà e agibilità democratica e dunque una mortificazione del conflitto sociale che, anche quando è "contro di noi" è invece molla necessaria per l'avanzamento democratico e per la costruzione stessa del blocco sociale alternativo alla destra politica e sociale. Giosuè Bove
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