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NO AL RADDOPPIO DELLA BASE USA DI VICENZA! VIA LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTE LE MISSIONI ALL'ESTERO! PDF Stampa E-mail
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lunedì 19 febbraio 2007
NO AL RADDOPPIO DELLA BASE USA DI VICENZA! VIA LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTE
LE MISSIONI ALL'ESTERO!


Il governo Prodi, in perfetta continuità con il precedente governo
Berlusconi, ha deciso che la nuova base Usa di Vicenza si farà. Questa nuova
base militare, affiancandosi a quella già esistente (Camp Ederle) e
inglobando l'aeroporto Dal Molin, darà vita ad uno degli avamposti di guerra
Usa più imponenti, per dimensioni e capacità offensive, tra quelli collocati
sul continente europeo. Si tratterà di una base centrale per la proiezione
militare statunitense, che servirà a moltiplicare le aggressioni già in
corso, principalmente in Medio Oriente. La città di Vicenza ospita numerose
altre strutture militari sia italiane che statunitensi, ed è anche la sede
della Gendarmeria europea (Eurogendfor), un nuovo corpo militare dell'Unione
europea, nato per essere impiegato in missioni militari all'estero. Anche la
base dell'Eurogendfor, attualmente ubicata nella caserma "Chinotto", è il
frutto della solita continuità di governo tra centrodestra e centrosinistra.

Con tale affollamento di presenze militari, il territorio di Vicenza sembra
rispecchiare con precisione la duplice strategia adottata finora dalla
borghesia italiana, e cioè: da un lato, proseguire la relazione di
cooperazione con gli Usa, puntando ad appoggiarsi sulla proiezione militare
della superpotenza nordamericana per "farsi spazio" in specifici contesti
internazionali (è il caso dell'occupazione dell'Iraq, della concessione del
Dal Molin, ecc.); dall'altro, contribuire alla costruzione delle capacità
militari ed all'aumento di capacità egemonica del polo imperialista europeo,
ritagliandosi al suo interno un ruolo sempre più significativo, anche
attraverso interventi militari concertati tra le potenze e la valorizzazione
della presenza italiana nei più importanti ambiti multilaterali: Nato, Onu,
ecc. (è il caso di strutture come l'Eurogendfor, della missione militare in
Libano, ecc.). I due aspetti - per il momento complementari - di questa
strategia, corrispondono perfettamente agli interessi (di rapina e
sfruttamento) dell'imperialismo italiano.

Se quindi il governo Prodi ha concesso l'allargamento della base
statunitense all'aeroporto Dal Molin, lo ha fatto nel contesto di una
strategia di alleanza e collaborazione militare con gli Usa che, per il
momento, continua ad essere attivamente perseguita e ricercata dalla
borghesia imperialista italiana. Tra l'altro, visto che la nuova base
ospiterà corpi speciali statunitensi attualmente impegnati a massacrare il
popolo iracheno, la concessione del "raddoppio al Dal Molin" permetterà al
governo Prodi di continuare a rivendicare un "contributo logistico" dell'Italia
nell'occupazione militare dell'Iraq. Nulla di più sbagliato, dunque, che
descrivere la decisione del governo italiano come l'"ennesimo" esempio di
"sottomissione", "servilismo", "vassallaggio", ecc., nei confronti degli
Stati Uniti o come l'"ennesima" dimostrazione del fatto che l'Italia sarebbe
una "colonia" degli Usa. Chi usa tali espressioni, oltre a compiere un grave
errore analitico, non fa che accodarsi all'ala "sinistra" della stessa
compagine governativa, che si sgola per sostenere che l'unica responsabilità
attribuibile al governo Prodi sarebbe quella di aver accettato l'"ennesima
imposizione americana"!


Tra l'altro, in tal modo si scivola inevitabilmente tra le braccia di quel
fronte eurosciovinista trasversale (ma che ha il suo campione proprio nel
premier) che anche in Italia va organizzandosi parallelamente all'avanzare
del "processo d'integrazione europea". Anche affrontare la questione dell'allargamento
della base al Dal Molin brandendo la rivendicazione del "recupero della
sovranità nazionale" è un modo per fare un favore al "governo amico" (cioè
al vero responsabile) o per assecondare, nei fatti, le correnti del
militarismo italiano che hanno come unico scopo quello di sostituire i
bombardieri a stelle e strisce con bombardieri tricolore o europei. Il
pacifinto Bertinotti ha già dichiarato che il problema non sono le basi
militari ma «la conquista dell'autonomia dell'Europa dalle altre potenze
mondiali», un noto reazionario come l'ex ambasciatore Sergio Romano si è
espresso in termini del tutto simili a quelli di Bertinotti. osservando una
siffatta coppia ci si accorge in quale pantano sciovinista e militarista
conduca l'assurda retorica che dipinge l'Italia come una "colonia degli Usa".

Di fronte a simili aberrazioni - che purtroppo trovano sponda anche in
alcune realtà di compagni - è necessario ribadire che l'Italia è un paese
imperialista e che la vera questione posta dall'allargamento della base Usa
al Dal Molin è quella della progressiva militarizzazione del territorio, da
intendersi innanzitutto come conseguenza delle aggressioni imperialistiche.
Infatti, l'ampliamento delle basi militari (a Vicenza come a Napoli) e l'intensificarsi
delle attività militari lungo tutta la penisola, rappresentano la propaggine
interna della nuova ondata di aggressioni scagliata dall'imperialismo e
rispecchiano fedelmente il ruolo di primo piano che l'imperialismo italiano
ha assunto in quest'offensiva. Le basi militari di cui è costellato lo
stivale, tutte, anche quelle Usa, sono l'inevitabile corrispettivo interno
della proiezione esterna, politica e militare, messa in campo dall'Italia e
dell'inevitabile gioco di alleanze e collaborazioni che ne consegue.
Conviene in proposito non dimenticare che gli "eroici" soldati italiani,
sono già dispiegati su 25 fronti di guerra (non per nulla le spese militari
aumentano costantemente!).

Non è un caso, del resto, che tutti gli opportunisti si sforzino di negare
questo legame, cercando ogni pretesto per provare a separare la
mobilitazione contro l'allargamento della base Usa di Vicenza da quella per
il ritiro dei soldati italiani da tutte le missioni all'estero. E' fin
troppo evidente che in tal modo le forze della maggioranza governativa
(spesso per il tramite dei finti "critici" che presidiano entrambe le
mobilitazioni dall'interno) provano a conseguire un duplice obiettivo: da un
lato, isolare la lotta della popolazione vicentina condannandola ad un
rapido deperimento nella ristretta dimensione "locale"; dall'altro impedire
che la lotta contro la guerra si rafforzi contaminandosi con la radicalità
espressa in queste settimane dalla mobilitazione "NO Dal Molin".

Conviene allora ribadire forte e chiaro che l'allargamento della base di
Vicenza e le missioni all'estero in cui è impegnata l'Italia, sono la
medesima cosa vista da due angolazioni differenti, poiché le basi militari,
tutte le basi, anche quelle statunitensi, sono un effetto delle missioni all'estero,
sono le missioni stesse che si ripresentano all'interno in forma
"territorializzata". I diversi colori delle basi dislocate lungo lo stivale
rispecchiano le alleanze, le collaborazioni, gli scambi, le relazioni,
cercate e volute dall'Italia stessa per affermare un complessivo e sempre
più intenso ruolo di guerra sul piano internazionale. Quindi, lottare contro
l'allargamento della base al Dal Molin equivale inevitabilmente - lo si
voglia o no - a lottare contro le guerre di aggressione e occupazione che
dall'Iraq, all'Afghanistan, ai Balcani, al Libano, ecc., vedono l'Italia
schierata in prima fila.

Le soggettività che in questi anni si sono mobilitate contro la guerra
imperialista, hanno perciò il dovere di sostenere la lotta contro l'allargamento
della base di Vicenza. Essa, per i suoi caratteri di lotta autorganizzata ed
autonoma dai partiti, ha le potenzialità per trasformarsi in un momento di
coagulo e moltiplicazione della forze, tale da consentire di rilanciare la
battaglia per il ritiro di tutti i militari dall'estero. E' evidente, del
resto, che per bloccare realmente l'allargamento della base - per esprimere
la forza necessaria, senza cadere nelle trappole dei "tavoli per la
riduzione del danno" e nei giochetti delle istituzioni locali - è
indispensabile allargare la mobilitazione sviluppando tutti gli elementi di
generalizzazione racchiusi nella "questione Dal Molin".

Conviene in proposito ricordare che il proliferare di basi e attività
militari è solo una delle "facce interne" della guerra imperialista. Le
scelte di guerra del governo Prodi hanno come ulteriore e inevitabile
corollario i drastici tagli alla spesa sociale previsti dall'ultima Legge
finanziaria, tagli realizzati proprio per far posto ad un corposo aumento
delle spese militari (portate a 21 miliardi di euro). La mobilitazione
contro l'allargamento della base Usa di Vicenza, dunque, si colloca
pienamente all'interno della più vasta dinamica di opposizione sociale al
governo Prodi che va sviluppandosi grazie all'impegno del sindacalismo di
base e alle lotte dei lavoratori. Non solo. E' necessario non dimenticare
che la militarizzazione del territorio prodotta dalle basi procede
parallelamente alla "militarizzazione sociale" generata da una sempre più
drastica legislazione "emergenziale" che con la scusa della "lotta al
terrorismo" cerca di comprimere gli spazi di agibilità politica per l'autorganizzazione
dei lavoratori. Opporsi alle politiche guerrafondaie del governo Prodi,
opporsi all'allargamento della base di Vicenza e alla militarizzazione,
significa anche contrastare il complessivo clima di guerra che i padroni
vogliono calare nel paese, innanzitutto respingendo le campagne scioviniste
e islamofobiche che prendono di mira soprattutto gli immigrati, volte ad
annichilire qualsiasi prospettiva di unificazione degli oppressi e degli
sfruttati.

La mobilitazione contro l'allargamento della base di Vicenza può segnare l'atto
di nascita di un nuovo percorso di autorganizzazione sociale in grado di
unificare e generalizzare la lotta contro tutte le basi militari
(statunitensi, italiane, europee, ecc. ) e quella contro il saccheggio del
territorio (dalla Val di Susa a Scanzano Jonico), realizzando al contempo un
complessivo rilancio del movimento contro la guerra. Quest'ultimo oggi è
chiamato a riaffermare con determinazione la propria autonomia politica,
innanzitutto ricostruendosi come parte integrante della più ampia
opposizione di classe al governo padronale di Prodi, schierandosi senza
riserve a fianco dei popoli che resistono alle aggressioni dell'imperialismo
e adoperandosi per sostenerne attivamente le componenti comuniste radicate
nel proletariato e tra le masse lavoratrici.

Contro TUTTE le basi, per la completa smilitarizzazione dei territori!
Contro il rifinanziamento delle missioni di guerra in Afghanistan, Libano,
ecc.!
Rilanciamo la mobilitazione per il ritiro immediato dei militari italiani da
tutte le missioni all'estero!
Fuori l'Italia dal Libano! Contro la missione Onu "Unifil II" e tutte le
occupazioni mascherate da "missioni di pace"!
Contro il governo guerrafondaio e antioperaio di Prodi, contro la Legge
finanziaria che aumenta le spese militari e taglia le spese sociali...
rilanciamo l'autorganizzazione dei lavoratori!
Contro l'imperialismo italiano e tutte le sue "missioni", siano esse con o
senza gli Usa, con o senza la Nato, con o senza l'Ue, con o senza l'Onu!
Difendiamo l'autonomia del movimento: via gli opportunisti, complici del
governo e della sua maggioranza!
Afghanistan, Libano, Dal Molin. governo Prodi, governo di guerra!

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