Fuori la Nato dall'Italia
“Su Vicenza la decisione è presa”, queste le parole del
Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Il governo ha dato infatti il via
libera all’ampliamento della base americana di Ederle. Il progetto
interessa l’area dell’aeroporto Dal Molin, a ridosso della città di
Vicenza, dove si dovrebbe trasferire interamente la 173° brigata
aviotrasportata Usa, oggi divisa tra Ederle e la Germania.
L’ampliamento della base avrebbe un impatto devastante su Vicenza e la
sua provincia. L’area occupata dagli americani sarebbe di 500mila metri
quadri, con un volume di edifici costruiti di 60mila metri cubi, pari a
1900 appartamenti di 100 metri quadri ciascuno. Il numero dei soldati
americani di stanza a Vicenza aumenterebbe di duemila unità, arrivando a
circa 4.500.
La squadra di combattimento che ha ad Ederle la propria sede è una
delle principali unità che effettuano la rotazione di truppe in Iraq ed in
Afghanistan.Secondo l’esercito Usa è “l’unica unità aviotrasportata e
forza di risposta rapida del comando europeo” la cui area di
responsabilità comprende l’Europa. Gran parte dell’Africa e alcune parti
del Medio Oriente, per un totale di 91 paesi. (Il Manifesto, 18
gennaio 2007)
La questione dell’allargamento della base Usa non è affatto un
“problema di urbanistica” come afferma Prodi, trincerandosi dietro il voto
favorevole del Comune di Vicenza, a maggioranza di centrodestra. È un
problema politico. Da questa, e dalle altri basi italiane, l’esercito Usa
parte per le sue missioni imperialiste in Medio Oriente e in Afghanistan.
L’assenso ai progetti di Washington è quindi totalmente politico. Oggi
l’Unione assicura che da Vicenza “non si partirà per missioni di guerra”.
Nel 2003 in occasione dell’invasione dell’Iraq, invece è proprio quello
che Washington ha fatto, inviando un migliaio di paracadutisti proprio
dalla base di Vicenza. Come si potrebbe impedire che accada di nuovo?
A servizio dell’imperialismo americano
Oggi l’atteggiamento del governo appare ridicolo, per non dire
offensivo, quando Prodi afferma che sull’ampliamento della base “non ne
sapevamo nulla, il vecchio governo non ci ha informato”. È dal marzo del
2005 che le forze armate Usa hanno dimostrato un interessamento
all’espansione dell’area di Ederle. Negli scorsi mesi a Vicenza non si è
parlato di altro ed il 2 dicembre in ventimila sono scesi in piazza per
dire no alla base. Oggi si approva il progetto Usa senza chiedere il
minimo parere ai cittadini interessati. Un difetto di comunicazione o
semplice arroganza?
La verità è che il governo dell’Unione ha cercato di prendere tempo,
attraversato come al solito da opinioni contrastanti al suo interno. Ad un
certo punto però Washington si è spazientita ed ha preteso una risposta in
tempi brevi. Il sottosegretario Letta lo ha ammesso chiaramente quando
ieri si è fatto sfuggire la frase “siamo stati costretti a dire di sì alla
base”.
Gli Usa hanno preteso una contropartita per il ritiro italiano
dall’Iraq e l’hanno avuta. Ed oggi l’ambasciatore a Roma può affermare con
soddisfazione che “le relazioni tra Italia e Stati Uniti, costruttive da
oltre 60 anni, segnano un passo in avanti”.
Del resto dal dopoguerra gli Stati Uniti hanno una presenza più che
consolidata in Italia. L’insieme delle loro basi occupano una superficie
di quasi due milioni di metri quadri. Aviano, Sigonella, Camp Derby,
Vicenza, sono nomi di località arcinote in cui vige una sorta di
extraterritorialità per i militari americani. Per capire quanto gli Usa
trattino l’Italia, ed il resto dei loro “alleati” da tirapiedi,
basti ricordare la strage della funivia del Cermis o il caso Calipari,
dove i soldati americani, responsabili di reati gravissimi, sono stati
tutelati e protetti dall’amministrazione Usa, non importa se quest’ultima
fosse di colore democratico o repubblicano.
Non solo gli Usa si comportano da padroni in Italia, ma lo fanno anche
pagando poco o nulla. Per l’esattezza, nel 2003 - ultimo anno per il quale
ci sono le cifre ufficiali – lo stato italiano ha stanziato 366,54 milioni
di dollari per ospitare le truppe a stelle e strisce, cifra che
rappresenta il 41% del costo totale di mantenimento delle basi americane
in Italia. (Unità on
line, 17 gennaio). La maggior parte dei finanziamenti è
costituito da facilitazioni: dalla concessione a titolo gratuito di
terreni ed edifici, riduzione delle spese telefoniche, esenzione dalla
tassazione di beni e servizi destinati ai militari Usa, manutenzione delle
basi (che formalmente sono "italiane"), oltre a sconti sulla benzina e su
varie imposte ed accise.
L’Italia ha insomma con gli Usa un rapporto che definire subalterno è
dire poco. Il caso di Vicenza non è altro che la punta dell’iceberg.
Tanti che avevano votato a sinistra avevano sperato in un deciso
cambiamento nella politica di questo governo, e nella relazioni con gli
Usa. In realtà, a parte il disimpegno dall’Iraq (già previsto persino da
Berlusconi) la svolta semplicemente non esiste. Il ministro degli Esteri
D’Alema critica, timidamente, la politica di Bush in Iraq, ma tale
politica è diventata tanto impopolare, in Usa e all’estero e nello stesso
entourage della Casa Bianca, che criticare Bush ormai è un po’ come
sparare sulla Croce rossa.
Contemporaneamente, abbiamo assistito da parte dell’Unione ad un
rilancio della missione in Afghanistan e ad un importante protagonismo in
Libano, volto a preservare gli interessi della classe dominante italiana
nell’area e non certo ad aiutare le masse libanesi, come indica
chiaramente la situazione di grave crisi politica nel paese dei cedri (a
riguardo, si veda
un approfondimento su questo
sito).
Fare come in Valsusa
Ancora una volta il governo dell’Unione delude pesantemente le
aspettative del proprio elettorato. Non ci sorprendono le tessere bruciate
dei Ds, da parte degli stessi militanti, nella notte di martedì scorso a
Vicenza. Né l’insoddisfazione di tanti militanti del Prc.
Chi semina vento, raccoglie tempesta, dice il proverbio. In molti
paragonano la lotta di Vicenza a quella contro la Tav Torino-Lione. La
popolazione della Valsusa ha dimostrato una cosa, che la mobilitazione
paga: il progetto dell’Alta velocità si è per il momento fermato.
La rabbia e la voglia di mobilitazione dei giovani e dei lavoratori di
Vicenza, che ogni comunista ha il dovere di sostenere, deve svilupparsi ad
un livello più alto.
Il segretario della Cgil locale è a fianco dei manifestanti. Così anche
la Fiom nazionale. Non bastano però le parole, si deve convocare uno
sciopero generale di tutta la provincia per fermare l’ampliamento della
base.
I dirigenti del Prc dicono di essere a fianco del movimento. È un punto
di partenza, ma non è sufficiente. Come ci si comporterà in parlamento,
quando arriverà il voto sul rifinanziamento delle missioni militari
all’estero? Non è nemmeno sostenibile uno scambio, come quello proposto
dai Verdi, tra missione in Afghanistan e base di Vicenza. Washington ha
bisogno della base. Se non la farà a Vicenza la costruirà da qualche altra
parte. Il problema si riproporrebbe nuovamente.
Sconcertanti ci sembrano le dichiarazioni rinunciatarie del compagno
Ferrero ad alcune agenzie di stampa: “Noi abbiamo sempre detto di essere
contrari. Ora non si tratta di sollevare la questione nel Consiglio dei
ministri… anche perché il governo non deve decidere nulla. In realtà,
siamo fuori tempo” (la
repubblica on line, 18 gennaio)
Una domanda ci giunge spontanea: che ci sta a fare un ministro del Prc
al governo? Se non è il governo, chi è a decidere?
La lotta contro la base di Vicenza ripropone con forza il nodo della
presenza degli Usa e della Nato in Italia. Il Prc deve riprendere lo
slogan “Fuori la Nato dall'Italia, fuori l'Italia dalla Nato”, unica base
di partenza per garantire un’effettiva indipendenza dagli Stati Uniti.
Questo slogan è stato da tempo accantonato, sostituito da obiettivi più
“realistici” da contrattare nelle stanze del Palazzo.
È invece solo con la lotta, continuando ed estendendo la mobilitazione
e con l’entrata in campo del movimento operaio e dell’insieme della
popolazione, che si potrà vincere.
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