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Previdenza integrativa: la truffa finanziaria del secolo ? PDF Stampa E-mail
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Friday 05 January 2007
Previdenza integrativa: la truffa finanziaria del secolo contro i giovani
lavoratori ?

Premessa

Dal 1995 al 2004 la pensione garantita di vecchiaia o d’anzianità (per
tutti i lavoratori che hanno iniziato l’attività nel 1995) è passata
dal 70% a meno del 40%. In compenso per raggiungere la pensione occorrono
almeno 5 anni in più. Tutti (partiti, sindacati, istituzioni), quanti cioè
hanno prodotto le controriforme previdenziali degli anni scorsi, affermano
ora (con che faccia) che non avendo più la pensione un rendimento dignitosa,
i lavoratori sui debbano finanziare una pensione integrativa attraverso i
fondi pensione. Per accedere ad un fondo pensione (i lavoratori assunti per
la prima volta dopo il 1995) devono obbligatoriamente versare mediamente
circa il 10% della loro retribuzione.

La legge prevede che i soldi siano obbligatoriamente investiti nei mercati
finanziari. Non viene data alcuna garanzia sul buon esito degli
investimenti. Tutto il rischio è a carico dei lavoratori, 14 miliardi di
euro prelevati dalle tasche dei lavoratori e immessi nei mercati finanziari
internazionali dai Fondi Pensioni.

Un affare colossale a tutto vantaggio di banche, assicurazioni e società
finanziarie. Dopo l’Argentina, la Cirio, la Parmalat, ecc. si chiede
ai giovani lavoratori di avere fiducia piena nei mercati finanziari. Chi non
si sottomette a questa prova di fede versando il 10% della retribuzione,
viene punito con l’esclusione dalla previdenza integrativa ed andrà in
pensione al massimo con il 40% dell’ultmo stipendio. Riceverà una
pensione non dignitosa.

Tutto ciò è giusto ? Che democrazia è quella che costringe ad avere fede
cieca in un feticcio ? Il "mercato" diventa un dogma, una nuova divinità che
minaccia inferno (povertà) ai miscredenti e paradiso (ricchezza) ai
credenti, per dar luogo ad una specie di nuovo mostruoso integralismo
religioso ?

L’origine della grande truffa

Il primo atto porta la data del 21 aprile 1993. E’ il decreto
legislativo numero 124, preparatorio della cosiddetta riforma della
previdenza complementare o integrativa. Fino a quella data esistevano
limitati esempi di previdenza integrativa. Per lo più sorti da vecchi
accordi fra sindacati e alcuni grandi istituti di credito e aziende a
capitale pubblico che si proponevano l’integrazione garantita della
pensione di vecchiaia a 100% dell’’ultimo stipendio percepito
prima del pensionamento. Una previdenza garantista che aveva dato
soddisfacenti risultati. Il lavoratore versava una quota mensile dello
stipendio (1-2%) e altrettanto faceva l’azienda. Il trattamento di
fine rapporto era escluso dalla trattativa e rimaneva interamente al
lavoratore che lo incassava in unica soluzione al momento del pensionamento.
Bastava questa quota per garantire, dopo 40 anni di lavoro, il 100%
dell’ultimo stipendio. L’80% era corrisposto dall’INPS e
ben il 20% dal fondo aziendale. Il fondo era gestito direttamente
dall’azienda secondo la vecchia normativa, che prevedeva la tassativa
esclusione dell’investimento in titoli azionari e speculativi. Le
somme raccolte potevano essere investite solamente in immobili e titoli di
stato. La controriforma del 1993 voluta apparentemente per tagliare la spesa
previdenziale, attraverso la drastica riduzione delle pensioni future
rivelava un altro obiettivo da raggiungere attraverso il D.M. 21 novembre
1996 dal titolo: “ Regolamento recante norme sui criteri e sui limiti
d’investimento delle risorse dei fondi pensione e sulle regole in
materia di conflitto d’interesse”. Lo scopo è palese, basta
leggere l’art.1 che stabilisce la tipologia degli investimenti
possibili. "L’investimento diretto in immobili è escluso e al suo
posto entrano tutti i possibili investimenti finanziari esistenti, compresi
quelli ad altissimo rischio, che negli articoli successivi sono giustificati
come forme assicurative. Quindi il gestore autorizzato può investire in
obbligazioni private, in azioni, in derivati e opzioni, in contratti di
scambio pronti contro termini (swaps), in altri fondi aperti e chiusi,
cambiali finanziarie, perfino quote di società a responsabilità limitata. In
un modo o nell’altro può investire ovunque, dal Giappone
all’America."

Risulta palese lo scopo principale della riforma: lo sviluppo dei mercati
finanziari internazionali. Una decisione presa a livello soprannazionale
nell’interesse esclusivo delle grandi lobbie finanziarie mondiali. La
dimostrazione evidente è che il cambiamento avviene quasi contemporaneamente
in quasi tutti i paesi che si riconoscono nei valori del capitalismo.


Le vittime della controriforma

La scelta ricade sempre sulle giovani generazioni. Colpiti saranno coloro
che hanno iniziato a lavorare dalla data della contro riforma, ma ancora più
colpiti saranno coloro che hanno iniziato a lavorare da poco, grazie alle
norme peggiorative introdotte dalla legge 23 agosto 2004 n. 243. Le finalità
della legge sono ancora più scoperte. Non si tratta più di limitare la
previdenza, ormai ridotta ai minimi termini. Rimane in piedi solo la seconda
della finalità sopra citate: la destinazione d’ulteriori somme ai
mercati finanziari internazionali con un flusso garantito costante. La
legge, infatti, rende possibile la partecipazione del lavoratore alla
pensione complementare solo nel caso che destini l’intera indennità di
liquidazione al fondo, che obbligatoriamente la dovrà investire nei mercati
finanziari internazionali. Nel caso che il lavoratore decida di tenersi
l’indennità di liquidazione, oltre ad essere escluso dal fondo
pensionistico, perde i contributi del datore di lavoro per la pensione
complementare. Con questa legge il fondo pensione sarà alimentato, quasi
esclusivamente dal salario mensile e differito dei singoli lavoratori. Il
versamento dei datori di lavoro riguarda una percentuale minima rispetto
alle somme che sono versate mensilmente dai lavoratori. Nella maggior parte
dei casi il lavoratore versa circa il 90% dei contributi, contro il 10%
circa dei datori di lavoro. La percentuale massima d’intervento di
questi ultimi si registra con il 32%, ma si tratta di casi rari e
condizionati all’adesione ad un determinato fondo. Fra questi
“privilegiati” (fra virgolette) i dipendenti delle Province
Autonome di Bolzano e Trento, ma solo se aderiscono al Laborfonds.

Le garanzie

A conti fatti il lavoratore per avere diritto ad una previdenza
complementare deve versare un monte contributi di circa l’ 8-10% del
salario differito e diretto percepito. A fronte di questa perdita di reddito
che garanzie ha? Che pensione complementare percepirà? Di quanto integrerà
la pensione garantita? Cominciamo dalle garanzie.

Nonostante la previsione dell’art. 6 del D.M. 21-11-1996 n. 703 dal
titolo: “Gestione accompagnata dalla garanzia di restituzione del
capitale”, la stragrande maggioranza dei gestori non garantisce
assolutamente nulla. La pensione dipende dall’andamento del fondo e
non è esclusa la perdita dei contributi versati. In definitiva la pensione
dei lavoratori dipenderà dalle bizze dei mercati finanziari e dalle capacità
e serietà dei gestori. Al lavoratore si chiede d’avere fiducia nei
mercati finanziari, nonostante tutto quello che è successo e che sicuramente
succederà. Un atto di fede che non ha nessuna logica se non quella di
destinare una parte di reddito ad un mostro sconosciuto e sperare nella sua
riconoscenza. Per quanto riguarda il Fondo Pensionistico Regionale
(Laborfonds), spacciato dai media locali, dai sindacati e dalla Province
Autonome di Trento e Bolzano come il migliore dei fondi possibili, le
garanzie non cambiano di molto. L’art. 3, comma 1 e l’art. 5
della legge regionale 3/97 stabiliscono che la Regione fornisca agli
iscritti adeguate garanzie in ordine alle prestazioni erogate dai fondi
pensione. Vediamole. 1) “..nella fase di maturazione del diritto alla
prestazione pensionistica complementare la garanzia del montante accumulato
prima del pensionamento, indipendentemente dal periodo di permanenza del
fondo pensione, con decorrenza di un periodo massimo di due anni prima del
pensionamento”. Questa norma vale per i lavoratori che perdono il
lavoro prima di andare in pensione e che non riescono a trovarne un altro
per pagare i contributi. I due anni prima del pensionamento sono pagati
dalla Regione. 2) “..nella fase d’erogazione delle prestazioni,
la garanzia della continuazione del trattamento pensionistico complementare
per un periodo massimo di due anni nel caso d’insolvenza del fondo
pensione e/o liquidazione coatta amministrativa della compagnia
d’assicurazione incaricata da detto fondo all’erogazione delle
prestazioni.” In parole povere, grazie alla magnanimità della Regione
Autonoma, sono garantiti al massimo due anni di pensione, indipendentemente
dai contributi versati. Il rischio a carico del lavoratore, che è stato
privato di una parte consistente del proprio reddito, per quanto riguarda i
contributi versati è quindi quasi totale. Nel caso di crollo dei mercati
finanziari (ipotesi non tanto campata in aria) si perde tutto o quasi. La
stessa cosa vale per truffe e malversazioni da parte dei gestori o dei lori
dipendenti (eventi già verificatisi e che hanno riguardato perfino la banca
dei reali d’Inghilterra). Per quanto riguarda le garanzie relative
alla futura pensione ci sono altre zone d’ombra. Il lavoratore, ad
esempio, al momento della maturazione della pensione non può richiedere una
parte o tutto il capitale maturato a suo nome, ma deve convertirlo
obbligatoriamente in una pensione. Da questo momento a carico del neo
pensionato nasce un ulteriore rischio legato alla durata della sua vita. La
reversibilità in favore del coniuge non è prevista, a meno di pattuirla
anticipatamente al prezzo di un taglio consistente della pensione
complementare. Con la maturazione della pensione la pratica del pensionato
passa dal fondo Pensioni alla società assicurativa di fiducia che
trasformerà il capitale finale in pensione, in base agli attuali parametri
adottati dalle assicurazione e ai caricamenti previsti. Un affare per le
assicurazioni i cui costi sono a carico dei lavoratori. Una perdita per il
lavoratore che si deve sobbarcare nuovi oneri. Se si vuole qualcosa in più
come la pensione di reversibilità si deve ancora pagare.

L’operazione mediatica

Il meccanismo è semplice. La maggior parte degli interessati non deve sapere
a cosa sta andando incontro. La riforma è presentata come un atto dovuto,
sulla cui convenienza non si può e non si deve discutere. L’opzione
riguardante la destinazione del trattamento di fine rapporto è spacciata
universalmente come unico rimedio (dopo i tagli apportati negli anni
novanta) in grado di permettere ai giovani lavoratori una pensione
dignitosa. Una scelta senza via di ritorno. O si versa l’intero
ammontare dell’indennità di liquidazione in un fondo oppure si perde
la possibilità di integrare la pensione INPS garantita, che, ben che vada,
raggiungerà, grazie alle cosiddette riforme, al massimo (impossibile da
raggiungere) il 56% dell’ultimo stipendio, dopo 40 anni di lavoro e
almeno 65 di età. Questo è il ricatto. O rinunci alla liquidazione nella
speranza di integrare la pensione con una quota incerta, indeterminabile,
che dipende dall’andamento dei mercati finanziari mondializzati oppure
ti devi accontentare di una pensione da fame e del trattamento di fine
rapporto rivalutato di una parte dell’inflazione e di un minimo
d’interesse. Il secondo meccanismo per convincere i giovani lavoratori
a rinunciare all’indennità di fine rapporto è il bonus, il premio. Una
percentuale variabile dall’uno al tre per cento dello stipendio
mensile che il datore di lavoro dovrà versare nel fondo complementare del
lavoratore. Il dilemma del giovane lavoratore quindi è semplice. Se esercito
l’opzione e mi tengo l’indennità di fine rapporto perdo la
pensione integrativa e il contributo dell’azienda e dovrò
accontentarmi di una pensione da fame. Se decido di destinare la quota
mensile, dovrò versare le quote di liquidazione che maturano in un fondo
integrativo e sperare che siano bene amministrate in modo da ottenere alla
fine un’integrazione di pensione decente.

Il Laborfonds è veramente diverso dagli altri Fondi?

Assolutamente no! Come gli altri fondi deve avvalersi di gestori che
investono esclusivamente sui mercati finanziari internazionali. Il
Laborfonds è un fondo monocomparto che investe ben il 40% delle somme
raccolte in capitale ad alto rischio (azioni e altri titoli similari) e i
gestori interpellati non garantiscono la restituzione del capitale versato.
L’unico teorico vantaggio deriva dai contributi delle due province
autonome volti a ridurre le consistenti spese d’amministrazione e
gestione. Le garanzie le abbiamo viste sopra sono limitate al versamento di
due anni di contributi prima della pensione e al pagamento di due anni di
pensione nel caso di dissesto del fondo. Per il momento ci si deve
accontentare della promessa che tra qualche tempo si provvederà ad un
ulteriore comparto a basso profilo di rischio.

Riepiloghiamo i motivi per i quali riteniamo il sistema della previdenza
complementare una truffa.

Innanzi tutto il presupposto della legge è un falso.

Anche nel nuovo regolamento, approvato il 24 novembre 2005, all’art.1
si afferma che il “fine della legge è di assicurare più elevati
livelli di copertura previdenziale”. Si noti la differenza attraverso
l’uso del verbo “assicurare” piuttosto di
“garantire. Questa menzogna ha le gambe corte, non solo perché lo
scopo evidente ed esclusivo della controriforma è di trasferire una parte
dei redditi da lavoro dipendente ai mercati finanziari (altrimenti la
previdenza sarebbe garantita), ma anche perché se si volesse veramente
elevare le coperture previdenziali, basterebbe semplicemente garantire una
quota adeguata di pensione, attraverso l’INPS, senza la necessità di
creare una serie di costosissime strutture che non garantiscono nemmeno la
restituzione dei contributi versati. Non ci sarebbe stato bisogno della
scandalosa opera mediatica che coinvolge quasi tutte le istituzioni,
sindacato compreso. Ma facciamo un altro esempio di come si sarebbe potuta
risolvere la questione senza dirottare le risorse nei mercati finanziari
mondiali, assolutamente inaffidabili. Non era più semplice e molto meno
costoso approfittare del fondo unico nazionale di tutti i lavoratori
(L’INPS) già esistente ed investire i contributi in sicuri titoli di
stato del tipo per fare un esempio del: BTPi scadenza 15/09/2014,
cod.IT0003625909, dove lo stato garantisce agli investitori il 2,35 %
d’interesse e la rivalutazione al 100% in base all’inflazione
europea? Più della rivalutazione del TFR! La mala fede è evidente.

Le finalità truffaldine sono ancora più evidenti nel comma 2 dell’art.
1 della legge, dove si dichiara che “l’adesione alle forme
pensionistiche complementari disciplinate dal presente decreto è libera e
volontaria”. Sarebbe libera e volontaria se lo stato garantisse ai
giovani lavoratori una pensione dignitosa. Ma come abbiamo constatato, la
controriforma previdenziale garantisce pensioni medie che difficilmente
arriveranno al 40% dell’ultimo stipendio. Con la previsione di una
pensione da fame come può essere l’adesione libera e volontaria? Con
il ricatto dell’estromissione alla pensione complementare e ai
contributi aziendali nel caso non si accetti di destinare l’intera
indennità di fine rapporto al fondo pensionistico, come può essere
l’adesione libera e volontaria?

Cosa vi consigliamo?

Innanzi tutto consigliamo ai lavoratori interessati a non aderire alla
previdenza complementare e di tenersi stratta l’indennità di
liquidazione. In secondo luogo di far sentire la propria voce
all’interno di sindacati e partiti politici per creare un movimento di
pressione tale da assumere rilevanza mediatica senza la quale purtroppo di
questi tempi non si ottiene nulla.

Asterisco / Asterisk

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