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Andrea è morto alle 7, aveva 33 anni .... PDF Stampa E-mail
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giovedì 21 dicembre 2006
Andrea è morto alle 7, aveva 33 anni. Lo ha schiacciato un blocco di marmo.

Lavorava nella cave, a Carrara. Ha lasciato la moglie e una figlioletta di 3
anni. Ha donato gli organi.

Ieri c’è stato un morto anche a Ragusa,
un operaio in fin di vita a Brescia e forse altri che non sappiamo. Solo
Bertinotti protesta e se la prende con le Tv che tacciono.

Si è alzato dal letto alle cinque, come tutte le mattine. Ha preso il caffè,
un goccio di latte, una fetta di pane. Poi si è vestito e ha preparato lo
zainetto. Faceva così ogni giorno, come gli scolari. Però Andrea Giovari non
era uno scolaro. Era un operaio, un cavatore, cioè andava in cava, vicino a
Carrara, e tirava via il marmo dalla montagna. Aveva 33 anni, quasi un
ragazzo, però lavorava da 17 anni, perché aveva iniziato prestissimo. Adesso
non c’è più, è morto, ma se fosse sopravvissuto, lo Stato gli avrebbe detto
di lavorare ancora per 27 anni, di portar su e giù i pezzi di travertino, di
non fare il pigro, perché le aziende devono essere competitive, e l’Italia
non si può permettere che uno se ne vada in pensione a 58 anni, dopo poco
più di quarantatre anni di lavoro, e si metta in panciolle, come un
fannullone, a farsi mantenere dalla collettività, magari a 800 o anche a
mille euro al mese senza muovere un muscolo...

Andrea è uscito di casa alle sei meno dieci. Fischiettava. Lo ha detto il
suocero che fischiettava, ha detto che era allegro, non lo sapeva cosa aveva
scritto per lui il destino quella mattina. Che poi è una grande ipocrisia
chiamarlo destino, perché non è così. Chi l’ha ucciso non è il destino, che
non agisce mai di sua iniziativa, è il mercato. La necessità di lavorare a
certi ritmi, con certi rischi, certo orari, certe procedure, certe quote di
produzione obbligatorie.

Il suocero dice che fischiettava, e dice di aver scherzato con sua moglie,
cioè con la suocera di Andrea: «E’ allegro stamane lo gnomo...». Lo chiamava
così, il suocero, Giorgio Fabiani, con il solito spiritaccio toscano. Andrea
non era proprio uno gnomo: era un cristo alto un metro e novanta.

Non era nato in miniera, da ragazzo aveva lavorato in una ditta di caldaie,
faceva l’installatore. Era un lavoro più tecnico, meno faticoso, ma forse
non gli bastava a vivere. Perché aveva deciso di sposarsi con una ragazza
della sua età, e tre anni fa arrivò la bambina. Giorgio, il suocero, dice
che amava quella bambina alla pazzia. Appena aveva un minuto libero si
metteva a giocare con lei, ci perdeva tempo, si divertiva, si emozionava.
Chissà se la bambina conserverà qualche ricordo del suo papà, e chissà cosa
gli dirà Barbara, la mamma, per spiegargli quello che è successo.

Siccome fare il caldaista non gli bastava per vivere, e per mantenere la
famiglia, aveva deciso di andare in miniera. Lavoro più duro, ma qualche
soldo in più.

Si è mosso alle 6 meno dieci, dunque, e ha salutato il suocero che abita nel
suo stesso palazzetto in via Colonnata nel rione di Caina. E’ arrivato in
cava verso le sei e mezzo. La cava si chiama cava n.68, Poggio Silvestre,
località Bettogli. E’ scavata a mezza montagna, più o meno a 400 metri di
altezza sul mare. Andrea ha iniziato il lavoro alle sette, insieme a un
gruppo di una decina di compagni. Cosa è successo? E’ successo che alle 7,30
una grande pala meccanica ha sollevato un blocco di marmo gigantesco, di
circa 40 tonnellate, cioè 400 quintali, cioè 40 mila chili. Il blocco di
pietra forse era lesionato, fatto sta che si è spaccato in due, e una metà è
scivolata via dalla pala ed è finita proprio addosso ad Andrea, lo ha
schiacciato contro la parete del monte, gli ha levato il respiro, lo ha
soffocato, lo ha ucciso. I compagni si sono dati subito da fare, sono
riusciti a liberarlo, lo hanno steso a terra, è arrivato un medico in
elicottero, da Carrara. Ha guardato Andrea, gli ha sentito il polso, ha
detto che era morto.

Hanno avvertito Barbara, i suoceri, la mamma di Andrea. Come si fa a
raccontare la disperazione, le lacrime, il pianto, il ghiaccio nelle vene di
quelle persone alle quali dicono a bruciapelo, una mattina, che un blocco di
marmo ha schiacciato tuo figlio, tuo marito, e che non c’è più?
Andrea era un donatore di sangue e aveva detto che se moriva voleva regalare
i suoi organi.

All’ospedale hanno provveduto all’espianto. In città si è sparsa la notizia
e c’è stata grande emozione. Il sindaco ha dichiarato il lutto cittadino, il
sindacato quattro ore di sciopero.
Noi abbiamo voluto raccontarvi quelle poche cose che siamo riusciti a
conoscere di questa storia, della vita di Andrea, della sua morte, del
dolore di Barbara, anche se sappiamo benissimo che su nessuna televisione e
su nessun giornale nazionale troverete niente. Perché?

Perché la morte sul lavoro non fa notizia, è troppo frequente, è quotidiana.
Ne muoiono due o tre al giorno. Ieri è morto un ragazzo di 34 anni anche a
Ragusa. E un operaio è in fin di vita a Brescia. Dieci giorni fa abbiamo
dedicato tutta la prima pagina solo all’elenco dei nomi degli ultimi 250
operai edili morti; ora molti compagni, lettori, amici, ci scrivono, ci
inviano nuove liste di lutti, con migliaia di nomi, di storie, di vite
vissute e buttate via.

Può essere che l’informazione si pieghi all’abitudine? Che dica: il destino,
il destino...Che si rifiuti di analizzare come le morti sul lavoro siano il
frutto di un certo modo di lavorare e di produrre, di una filosofia del
guadagno, dell’impresa, dello sviluppo, della competitività, che non è una
filosofia innata e inevitabile, non viene dall’iperuranio: è solo il punto
di vista dei ricchi, degli imprenditori, che è stato imposto come senso
comune senza alternative, a tutti. E i giornali, e l’intellettualità,
accettano, tacciono, restano immobili, e rassegnati, e subalterni? Non è
vero che non si può fare nulla per rovesciare questo senso comune.

Bisogna decidere se sui giornali e in Tv si deve dare più spazio a
Montezemolo che si lamenta (perché ha avuto pochi miliardi dalla finanziaria
e dal cuneo fiscale) o ai sindacati che piangono i loro morti (perché non
sono stati dedicati alla sicurezza sul lavoro i soldi del cuneo fiscale): di
norma la stampa si occupa solo di Montezemolo. Se riequilibrassimo un
pochino, sicuramente i morti diminuirebbero.

Un abbraccio a Barbara e alla bambina, della quale non conosciamo neanche il
nome.

Liberazione (mercoledì 20 dicembre)
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