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mercoledì 22 novembre 2006
L'EDITORIALE DI RADIO CITTA' APERTA

domenica 19 novembre 2006


NON CHIAMATECI GIORNALISTI!

Ricordando Raffaele Ciriello, Josè Couso e Brad Will


Abbiamo ascoltato le affermazioni dell'onorevole Diliberto sulla
manifestazione di Roma per la Palestina del 18 novembre e, ci dispiace
dirlo, dobbiamo dissentire. Il segretario del PdCI, che pure apprezziamo per
il coraggio dimostrato nel portare il suo partito al corteo di Roma e per il
fatto che nelle stesse ore un suo compagno fosse a Beirut a incontrare gli
esponenti di Hezbollah e del Partito Comunista Libanese, ha affermato che,
se i mezzi di comunicazione parlano del corteo pro-Palestina esclusivamente
per i fantocci bruciati e gli slogan offensivi senza raccontare obiettivi e
argomentazioni dell'iniziativa, la colpa è dei "quattro delinquenti"
responsabili del gesto che, quindi, vanno considerati nemici del popolo
palestinese.

Ma non sarebbe più coraggioso dire, Onorevole Diliberto, che ad essere
nemici della Palestina sono i principali mezzi di informazione e i loro
padroni e padrini politici? Certamente sarebbe più scomodo, ma anche più
corretto.

Si potrebbe dire che i ragazzotti che hanno acceso il falò e gridato gli
slogan incriminati sono degli ingenui - perché sono caduti nella trappola
pronta a scattare - o degli inopportuni ed egoistici esibizionisti,
preoccupati più di apparire sulle prime pagine e nei titoli di testa dei TG
che della riuscita politica della manifestazione. Ma perché definirli
"delinquenti" o affermare come hanno fatto alcuni media, che la
manifestazione ha avuto un "carattere violento"? Forse si è ferito qualcuno
sabato a Roma, o qualcuno è stato aggredito? No, anzi. Nonostante la
triviale immagine riportata dai "mezzi di informazione" e come testimoniano
ore di filmati e di interviste girati da reporter di decine di testate - ma
mai proposti a lettori, ascoltatori e spettatori - la manifestazione è stata
caratterizzata dalla determinazione ma anche dalla gioia, dall'allegria di
essere in tanti a sostenere un popolo quotidianamente martirizzato: musica,
tanti bambini con le mamme e i papà, ragazzine di tredici-quattordici anni
alla loro prima manifestazione, cartelli scritti pazientemente a mano dai
singoli manifestanti, ecc. Questo avrebbero dovuto raccontare le cronache di
quotidiani e TG. Insieme ai fantocci bruciati e agli slogan triviali,
certamente, ma anche insieme alla negazione del visto da parte del governo
italiano per una esponente storica della resistenza palestinese, la laica e
marxista Leyla Khaled. Ma così, evidentemente, i media avrebbero dovuto
ammettere, seppure per un attimo, che i palestinesi non sono poi quel branco
di fondamentalisti islamici assatanati di sangue. Oppure si potevano
raccontare le motivazioni di chi chiede che la regione Lazio interrompa
l'elargizione di ben 500 mila euro alle strutture sanitarie di uno degli
stati più potenti e ricchi del mondo, Israele, mentre a Roma c'è chi aspetta
sei mesi - un anno per potersi fare una TAC negli ospedali pubblici e mentre
le ambulanze palestinesi sono ferme perché il vile embargo decretato dalla
"comunità internazionale" ha lasciato a secco di benzina i loro serbatoi.
Certo, raccontando queste cose, forse la simpatia dell'opinione pubblica nei
confronti per Tel Aviv - a dir la verità già assai scarsa - calerebbe un
po'.

Ma non è questo il compito dei giornalisti: raccontare, spiegare, scavare
oltre l'ovvio e il banale?

E invece TG e giornali non ci raccontano ormai un bel niente, se non bugie e
falsità.

Qualcuno si è forse degnato di spiegare cosa rappresenta quella bandiera
bruciata nelle piazze di tutto il globo da chi si oppone ai crimini di Tel
Aviv? No, perché altrimenti bisognerebbe raccontare che le due strisce
azzurre in campo bianco rappresentano i fiumi Nilo ed Eufrate da conquistare
ed ebraicizzare secondo quell'ideologia sionista che accomuna praticamente
tutte le maggiori forze politiche israeliane, da destra a sinistra, e tutti
i governi di quel paese dal 1948 ad oggi.

Riguardo al fantoccio del militare italiano - al di là che si condivida o
meno il gesto del rogo - non era un DOVERE dei giornalisti raccontare che la
bandiera italiana aveva nel centro un fascio littorio, quello stesso simbolo
criminale e illegale che invece abbiamo visto appeso, come se niente fosse,
sul letto di uno dei militari italiani colpiti nell'attacco contro la
caserma di Nassirya? Ve li ricordate i militari italiani che si divertivano
a sparare sulle ambulanze - crimine per i quali sono sottoposti a
procedimento giudiziario da parte di un tribunale italiano? E perché mai
questi mercenari arroganti, fascistoidi e superpagati dovremmo considerarli
i "nostri ragazzi", i "nostri eroi", o addirittura i "nostri martiri"?
Quando usiamo il termine eroe siamo più inclini a ricordare quella giovane
ragazza statunitense, Rachel Corrie, assassinata da un bulldozer israeliano
mentre cercava di impedire la distruzione di una casa palestinese.

Ai leader politici che tra gli applausi di tutti - tutti! - i gruppi
politici versano lacrime di coccodrillo ricordando in parlamento quello che
chiamano "il sacrificio dei martiri di Nassirya" chiediamo: quanti dei
vostri figli si sono sacrificati per la patria negli ultimi 60 anni?

Che nel nostro paese non esista da tempo un giornalismo indipendente e
plurale, lo sappiamo bene. Al di là dell'anomalia Berlusconi i mezzi di
comunicazione ed informazione che contano sono tutti nelle mani di
pochissimi gruppi editoriali controllati da precisi interessi politici ed
economici, alleati o comunque subalterni ai principali gruppi di potere.

Ma ciò non basta a spiegare quel deserto che è diventato il sistema italiano
dell'informazione. Perché se è vero che esiste una censura sistematica
esercitata dai direttori e dai proprietari, è anche vero che i giornalisti
sono il più delle volte più realisti del re, e che esiste ormai da tempo una
censura preventiva e automatica esercitata dai singoli "professionisti"
senza che i controllori debbano muovere un dito. Quando chiediamo
spiegazioni sull'asservimento di quotidiani e tg nei confronti dei poteri
forti, i nostri colleghi alzano le spalle. "Che possiamo fare?" è la
risposta, ovvia ed auto assolutoria.

E quindi, dopo le lacrime di coccodrillo di Casini per i martiri di
Nassirya, il TG5 delle 13 di domenica 19 novembre ci propone, invece che la
notizia di un giovane insegnante palestinese ammazzato da un missile
israeliano mentre era su uno scuolabus, un lungo e dettagliato servizio su
quanti soldi ha sperperato Tom Cruise per la sua festa di matrimonio nel
castello di Bracciano, oscena celebrazione della prepotenza e dell'indecenza
dei più ricchi. E poi giù col gossip e lo sport, il moderno Colosseo, Panem
et Circenses. La realtà scompare, nella speranza che non raccontandola gli
spettatori se ne stiano buoni, a sopportare pazienti sacrifici e rinunce,
aspettando il prossimo matrimonio di un vip.

Dovremmo forse piegarci a questa logica? No. Non accettiamo lezioni di
professionalità da parte di chi in questi giorni ha descritto
sistematicamente come un "errore tecnico" il massacro di 19 inermi
palestinesi nelle loro case, mentre dormivano; non accettiamo lezioni di
etica da parte di chi, tanto per rimanere a casa nostra, ha comprensivamente
definitivo bulli - in fondo allegri ragazzacci, un po' troppo vivaci forse -
dei veri e propri criminali autori di stupri e di aggressioni razziste nei
confronti dei più deboli e dei diversi?

"Ma voi non siete giornalisti!" ci ripete da anni una parte della
"categoria" che ci guarda dall'alto in basso, che ci accusa di parzialità,
di essere poco professionali, poco autorevoli. Ma francamente, di fronte
all'osceno spettacolo dei TG e dei quotidiani di questi giorni, questa presa
di distanza ci rinfranca, ci allieta, ci consola. Se essere giornalisti vuol
dire essere giullari al servizio del più forte e nonostante ciò essere presi
a calci in culo, colpiti dalla precarietà e dai tagli nelle redazioni,
preferiamo non farci chiamare giornalisti.

Intanto ci rimbocchiamo le maniche e, tra le tante tragedie che la realtà ci
costringe a raccontare, ricordiamo il sacrificio di Raffaele Ciriello in
Palestina (ammazzato da un colpo di cannone israeliano), di Josè Couso in
Iraq (ucciso da un tank statunitense) e per ultimo di Brad Will (freddato da
un sicario al soldo del governatore di Oaxaca), e di tanti altri colleghi
scomparsi mentre erano in prima linea nella battaglia per la libertà di
informazione. E, naturalmente, presto dimenticati dalla "categoria".

Un'ultima domanda permettetecela: se all'interno di un'iniziativa pubblica
qualcuno bruciasse le bandiere dell'Iran, della Siria, di Cuba, o che so,
della Corea del Nord, potrebbe aspirare alle prime pagine dei giornali?
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