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venerdì 09 giugno 2006
L'uomo, specie in via di estinzione


Paola Fantin ( Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo )




Se l'uomo del Terzo Millennio non porrà un freno allo sfruttamento del
pianeta e dell'ambiente, in 20 anni diventerà una specie in via di
estinzione.

Non è allarmismo quello lanciato dal convegno "Un secolo tra innovazione e
conservazione" organizzato dal Premio letterario Gambrinus Mazzotti di
Treviso, è solo una constatazione dei fatti.

Inquinamento, distruzione ambientale, globalizzazione, supremazia di una
civiltà che non si ferma di fronte a niente pur di conseguire un utile
immediato.

Le motivazioni sono tante e tutte da ponderare. Ne ha parlato il noto
etologo Danilo Mainardi, relatore al convegno e conosciuto al pubblico per
il suo impegno ambientale e le numerose trasmissioni televisive, tra cui
Quark.

"L'uomo è diventato un elemento sconvolgente per la natura e quindi, per
ricaduta, per l'uomo stesso. Vuole la globalizzazione, senza capire che
l'appiattimento delle diversità porterà alla banalità e distruggerà
importanti patrimoni culturali - ha sostenuto Mainardi davanti ai molti
studenti trevigiani - Non esagero nel dire che oggi siamo alla vigilia della
sesta estinzione. Ci sono stati altri momenti nell'evoluzione umana con
pericoli di annientamento per i generi viventi terrestri. Oggi però la
situazione è totalmente nuova: potrebbe succedere non più in 100 mila anni
ma in un solo anno".

Le tracce ci sono ovunque: la quasi totale scomparsa delle rondini, degli
storioni nel Po e di molte altre specie animali. Il rischio di estinzione
per oltre 50 culture umane, la supremazia di una specie, quella umana, che
sta distruggendo l'ecosistema planetario. E l'incapacità di pensare
soluzioni lungimiranti che salvaguardino il futuro dell'intero pianeta.

"Per un periodo lunghissimo l'uomo ha vissuto in completo equilibrio con la
natura da cui proveniva - ha spiegato Mainardi. Raccoglieva, cacciava nei
luoghi dove si trovava. La vera rivoluzione è arrivata 14 mila anni fa, con
l'addomesticamento degli animali e delle piante.

Con la pastorizia e l'agricoltura sono cresciute le risorse, si sono formate
le città. Ed è stato allora che sono nate le prime classi sociali totalmente
estranee ai cicli della natura: i sacerdoti, i soldati... Il distacco dalla
natura, dalla Terra è iniziato proprio da qui. Il genere umano ha pensato di
potercela fare da solo, di non esserne più parte inscindibile ma dominante".

L'uomo ha cominciato così a comportarsi da 'opportunista', impadronendosi
delle risorse intorno a lui senza dare nulla in cambio. "In natura - ha
continuato Mainardi - esistono due strategie: la strategia K, in cui
rientrano l'uomo cacciatore e la donna raccoglitrice. Si preleva dalla
natura quanto serve secondo un trend programmato ed equilibrato.

Poi c'è la strategia R della quale fanno parte le specie fuggitrici e
opportuniste come le cavallette: queste specie si riproducono
massicciamente, fanno fuori tutto quello che trovano e scappano via
incuranti delle conseguenze.

Oggi possiamo affermare con ragione che l'uomo del 2000 fa parte proprio di
quest'ultima classe animale. Prende, distrugge e scappa via".

Sulla Terra vivono ora circa sei miliardi di uomini. Per tre miliardi di
anni il pianeta si è evoluto secondo i ritmi biologici adeguati alla sua
struttura. Poi è arrivato l'uomo che in diecimila anni si è evoluto in un
modo tutto suo, con meccanismi totalmente diversi.

"Si parla di evoluzione culturale dell'uomo - ha affermato Mainardi. Ma
finalizzata a cosa? Per lo più a profitti di breve durata e senza alcuna
considerazione verso le ricadute negative a lungo termine. Certo, predatore
e preda sono sempre esistiti, chi dice il contrario? Ma se il predatore si
arma di auto, fucile, cellulare, la coevoluzione non sarà più possibile. La
biologia insomma non tiene più il passo della cultura. E gli squilibri sono
già enormi".

Ma c'è di peggio: con il diffondersi della cosiddetta 'globalizzazione'
l'intero mondo umano si sentirà 'in dovere' di comportarsi così e di
utilizzare lo stesso scriteriato modello. "La nostra cultura è troppo
distruttiva - ha sottolineato Mainardi al convegno. Serve un nuovo pensiero,
un pensiero che scivoli via dall'antropocentrismo per finire al biocentrismo
dove non l'uomo ma la vita sta al centro di tutto. E non si tratta di un
fine da conseguire per pura generosità.

Facciamo invece quattro conti: tolgo una foresta, ci guadagno ma muoio
prima. Il pensiero biocentrico invece è lungimirante e difensore
dell'equilibrio naturale di cui fa parte la vita di tutta la Terra, uomo
compreso".

In natura nulla è nocivo all'ambiente. Tutto è stato creato per 'chiudere il
cerchio' e tutto è esattamente al posto dove deve essere. In caso di
aberrazioni ci pensa la Natura a rimettere i tasselli nella giusta
collocazione.

"Diffidate di chi vi dice: uccidiamo i rapaci perché fanno danni. I danni
forse li faranno ai cacciatori che si vedono portar via le tanto ambite
prede da uccidere. Questo è dunque un concetto errato di nocivo.

A Venezia i colombi muoiono di malattia proprio perché non ci sono più
rapaci che ne eliminano gli esemplari deboli. Così continuano a riprodursi a
dismisura e a creare squilibri.

Così succede quando si inseriscono specie non autoctone. E' successo nel Po,
con il 'siluro del Danubio'. Ce lo hanno messo dentro, sta creando crisi e
distruzione tra i pesci presenti, ma non importa: l'uomo voleva nuovo pesce
da pescare. Ecco come agisce. Gli organismi viventi evolutisi per milioni di
anni devono essere protetti nella loro biodiversità".

L'uomo 'globalizzato e globalizzante' però non sembra avvedersene: diffonde
il suo credo ovunque, anche tra le specie animali. Come certe forme di
addomesticamento che stanno sconvolgendo gli habitat naturali. Pesci
d'acquario, piante tropicali, piccoli animali, scoiattoli volanti,
alligatori, tutti immessi in ambienti diversi e inadatti ad accoglierli con
danni irreparabili all'intero sistema. Animali il più delle volte allevati
in stalle che sembrano laboratori e rimpinzati di mangimi fino a scoppiare.

"La globalizzazione e l'economia odierna - ha ripreso Mainardi - ci stanno
facendo perdere veri patrimoni culturali, con conseguenze inimmaginabili. La
vongola filippina, immessa a forza nella laguna veneta, sta distruggendo
l'intero ecosistema: mangia i pesci tradizionali e tutto quello che trova
intorno. Che importa, dice l'uomo del 2000? Mi rende in denaro e ci guadagno
bene, non ne facciamo un dramma, è solo un pescetto. Questo è l'uomo, la
peggiore specie 'fuggitiva'".

Il futuro dell'uomo del Terzo Millennio è dunque incerto. Non è disfattismo,
terrorismo o pessimismo. I segnali sono evidenti. Lo attendono disastri
naturali, squilibri culturali che già sono iniziati in tutto il mondo,
nonché banalizzazione, tendenza all'uniformità, sovrappopolamento, povertà,
scelte miopi.

"Risolviamoli con la globalizzazione" dice l'uomo contemporaneo. E vediamola
questa globalizzazione. Avrebbe dovuto evitare il razzismo. Invece è anche
peggio di prima. Mainardi lo conferma: "Purtroppo ha introdotto invece il
nuovo termine di pulizia etnica, dove razze che prima convivevano
pacificamente sembrano ora non tollerarsi più. E intanto qualcuno manovra
sopra di loro fili invisibili che portano solo a denaro e profitto. Razze
intere scomparse solo perché per sfamarsi rubavano pecore ai bianchi,
cinquanta culture nel mondo a rischio di estinzione perché non sanno
'adattarsi' alla globalizzazione.

L'unica cultura predominante a qualsiasi latitudine e longitudine sta
diventando solo quella degli hamburger e della Coca Cola. Alle nuove
generazioni insomma non lasceremo altro che questa 'ricchezza'. La Terra è
bellissima e noi lasceremo hamburger e Coca Cola ai nostri figli? Bisogna
tutelare le differenze genetiche e culturali, valorizzarle a tutti i costi
perché sono l'uomo stesso, rappresentano la sua crescita nel futuro. L'uomo
morirà senza di esse, l'uomo e le sue imprese spaziali. Ha dimenticato che
le sue radici affondano nelle foreste e che la scomparsa anche di uno solo
di quei piccoli popoli rimasti sarà una drammatica amputazione
nell'equilibrio planetario?".

L'uomo del Terzo Millennio deve allora fermare la sua sfrenata corsa verso
l'autodistruzione, contare umilmente i danni provocati e porvi subito
rimedio, progettando il futuro. Per Mainardi è l'unico modo per salvare
quanto ancora si può salvare: "La nostra cultura si è sempre imposta come la
migliore. Per questo le conseguenze delle sue azioni non avevano alcuna
importanza. I risultati invece sono evidenti: perdite irreparabili di
patrimoni consolidatisi per milioni di anni. Non resta molto tempo, ma si
può fare ancora qualcosa: la cultura ecologica deve divenire centrale,
entrare nelle scienze economiche e politiche e dare il giusto scossone
all'umanità che decide.

Per avere governanti migliori, bisogna avere una popolazione preparata. E'
questa la sfida del Terzo Millennio".

I responsabili dell'ambiente in cui viviamo insomma non sono 'gli altri',
siamo noi: noi con le nostre scelte che devono essere lungimiranti, con le
nostre azioni che buone o cattive devono sempre essere consapevoli delle
ricadute che avranno sugli altri e sull'ambiente, con la nostra capacità
critica che nessuno deve toglierci, con il nostro coraggio di essere
coerenti e di andare fino in fondo a quello in cui crediamo, ma soprattutto
con la nostra capacità di ragionare per conto nostro, impedendo a chiunque
di prepararci già preconfezionato il nostro destino, il nostro cibo, la
nostra giornata, il nostro pensiero. Uno per tutti, tutti per uno, questa è
la strada da seguire.

(Riflessioni sul convegno "Un secolo tra innovazione e conservazione"
organizzato dal Premio letterario Gambrinus Mazzotti di Treviso)

---------

(http://www.homolaicus.com/economia/estinzione.htm)
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