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Perché usciamo dal PdCI PDF Stampa E-mail
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Wednesday 24 May 2006
      Dalla Federazione di Milano riceviamo e volentieri pubblichiamo ( http://www.pdcieu.net ) il seguente documento datato 22 marzo 2006.

Comunisti Italiani in Europa
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www.pdcieu.net

      Con questo documento formalizziamo le dimissioni dagli incarichi che ciascuno di noi ricopre nel Pdci e usciamo dal partito.

      Si tratta di una decisione sofferta e dolorosa, che tuttavia svolgiamo con animo sereno e nella consapevolezza di fare la scelta giusta.

      Da più di due anni abbiamo assistito alla progressiva mutazione genetica del Pdci. Per quanto abbiamo contrastato tale mutazione, prendiamo atto che essa ha prevalso e che il partito che abbiamo contribuito a costruire è oggi altra cosa, per alcuni versi opposta, rispetto a quella per cui abbiamo lavorato con passione, disinteresse, abnegazione.

      Il Pdci era nato per rappresentare - si diceva - la sinistra del centrosinistra e per rinnovare la parte migliore della cultura politica del Pci.

      Queste due ragioni fondative sono oggi scomparse e negate. Il Pdci di Rizzo e Diliberto tende ad essere una formazione settaria, residuale e radicale, di pura propaganda. La rappresentanza degli interessi dei lavoratori, sempre proclamata, non è mai praticata. Qualsiasi rapporto con le altre forze di sinistra viene precluso o viene evocato in modo palesemente strumentale. I simboli del comunismo, svuotati di qualsiasi contenuto, sono stati e sono utilizzati come pretesto per una squallida resa dei conti interna il cui vero obiettivo è stato quello di eliminare dal Pdci tutti coloro che hanno contrastato il potere assoluto e personale di Rizzo e Diliberto e di promuovere una serie di compagni il cui unico merito è stato quello di sostenere acriticamente tale potere assoluto e personale. Il Pdci non ha alcuna strategia, alcun obiettivo se non la sopravvivenza politica dei suoi gruppi dirigenti. Il Pdci è diventato il partito personale di Rizzo e Diliberto.

      La conferma di questa deriva ci è giunta pochi giorni fa, leggendo sul Corriere del Sera un incredibile servizio sull'ingresso nel Pdci a Milano di un gruppetto di compagni che provengono dal Prc, ove Marco Rizzo continua ad attaccare, stravolgendole, le posizioni giuste assunte qualche tempo fa da Armando Cossutta a proposito del simbolo del Pdci.

      D'altra parte, a conferma della mutazione genetica del Pdci, è noto che Marco Rizzo predica l'opportunità che, nel caso di vittoria di Prodi, il Pdci non vada al governo. E' paradossale: sette anni dopo la scissione del Pdci, il Pdci assume posizione estremistiche e settarie analoghe a quelle che allora avevamo contrastato e per cui avevamo dato vita proprio al Pdci.

      A una politica contraddittoria, ambigua e settaria corrisponde una gestione autoritaria e personalistica. Questa gestione, come sapete bene, si è avvalsa e si avvale di vere e proprie aggregazioni senza politica, interessate solo alle collocazioni personali. Tutto ciò ha causato la fuoriuscita di centinaia e centinaia di compagni in tutta l'Italia: dal senatore Gianfranco Pagliarulo, della segreteria nazionale, non ricandidato solo perché si è opposto a questa deriva, al senatore Angelo Muzio, al consigliere regionale del Lazio e membro della segreteria nazionale Alessio D'Amato, all'on. Gabriella Pistone, all'ex segretario e consigliere regionale dell'Emilia Romagna Rocco Giacomino, all'ex segretario regionale e assessore provinciale Gennaro Giansanti, a centinaia e centinaia di compagne e compagni di tutta l'Italia che sono andati via, vanno via e andranno via perché non condividono la linea e sono disgustati dai metodi di gestione del Pdci. Tutte informazioni che questo gruppo dirigente nazionale non comunica al corpo del partito, nell'illusorio tentativo di nascondere l'evidenza di una crisi gravissima e irreversibile di cui questo gruppo dirigente è il responsabile.

      Le idee e la pratica dell'attuale gruppo dirigente del Pdci non hanno nulla a che vedere con la cultura e la storia del Partito comunista italiano.

      Le specifiche vicende milanesi e lombarde ci hanno confermato questa mutazione genetica. Abbiamo assistito alle più gravi scorrettezze nel silenzio, quando non con la connivenza, del gruppo dirigente nazionale del partito. Dalle elezioni europee a quelle regionali è stato un crescendo di episodi incredibili tesi a favorire gli interessi di singoli compagni contro gli interessi generali del partito. Si è arrivati al punto di mettere sotto processo la federazione di Milano, che aveva ottenuto uno straordinario risultato elettorale, e di promuovere compagni responsabili del declino o del degrado del partito in altre zone della Lombardia.

      Per tali ragioni siamo arrivati alla amara conclusione che questa struttura non è più un partito comunista per come lo avevamo immaginato e per cui avevamo lavorato: autoreferenzialità, pura propaganda, nessun contenuto, nessuna vocazione unitaria. Altro che sinistra arcobaleno! Nella realtà il Pdci di Rizzo è diventato un partito di nicchia, goffamente ideologico, in realtà attento ai posti e alle carriere.

      A nostro avviso, invece, va ripreso con forza quel progetto di unità della sinistra e di rinnovamento della cultura politica per il quale a parole il Pdci si era reso disponibile. Un progetto di unità tanto più urgente e necessario quanto più si concretizzerà la prospettiva del partito democratico. Non rinunciamo all'idea di una sinistra unita e forte, idea che sembra abbandonata che questo gruppo dirigente del Pdci. Proprio perché non vi rinunciamo, pensiamo che da domani occorra riprendere tale progetto coinvolgendo tutte le forze politiche e sociali della sinistra, compreso il Pdci.
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