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FERMIAMO LA RICERCA! PDF Stampa E-mail
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Tuesday 28 June 2005
Una traduzione di un testo sulla questione della ricerca, pubblicato su "Courant Alternatif", rivista delle OCL-France. *
Se a qualcuno interessassero anche le note, posso inviare la copia integrale della traduzione. Scrivere a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
FERMIAMO LA RICERCA!
Alcune note molto critiche di un ricercatore
a proposito del movimento « Salviamo La Ricerca »



Dopo aver portato avanti l’anno scorso delle azioni di protesta contro la politica governativa di riduzione dei fondi per la ricerca pubblica, il movimento «Salviamo La ricerca » rifa oggi la sua apparizione, fra le manifestazioni e gli scioperi che ricominciano da qualche settimana.
Nella mia qualità (assai provvisoria) di ricercatore, vorrei qui spiegare in cosa questo movimento mi sembra profondamente nocivo – ed in che misura concentri e diffonda un certo numero di illusioni sul mondo nel quale viviamo, e sulla situazione pericolosa che è la nostra attualmente.
Tutte queste illusioni riposano su un fatto maggiore, che il movimento «Salviamo La Ricerca » passa costantemente sotto silenzio: il fatto che lavorando allo sviluppo ed al perfezionamento della società industriale, i ricercatori partecipano anche alla produzione delle devastazioni che essa provoca in maniera sempre più evidente: distruzione della natura, deturpamento delle città, falsificazione degli alimenti, snaturamento del lavoro e dei rapporti sociali, attentati sempre più manifesti alla salute fisica e mentale, etc.1
Oggi, i ricercatori rivendicano ancora una volta dei soldi per la ricerca pubblica. La mia posizione è la seguente: non solo bisogna rifiutargli questi soldi, ma in più bisogna imporre l’arresto della ricerca pubblica come di quella privata. E' il solo mezzo efficace per fare un primo passo verso uno smantellamento della totalità del sistema industriale, sistema il cui funzionamento mette ormai in questione la nostra stessa esistenza collettiva su scala planetaria.

Prima di proporre qualche mezzo per assestare un colpo di freni alle attività della ricerca scientifica e tecnica, vorrei dimostrare, nei tre punti che seguono, la falsità degli argomenti tradizionalmente utilizzati dai ricercatori (soprattutto quelli del movimento « Salviamo La Ricerca ») per negare la loro responsabilità nei danni che la società industriale genera.


1)Contrariamente a quanto dicono i ricercatori per ritenersi innocenti, non c'è una frontiera netta, a compartimento stagno, tra ricerca fondamentale e ricerca applicata. In effetti, non si può concepire lo sviluppo delle scienze e delle tecniche le quali in maniera sistemica, cioè formano un insieme del quale tutte le parti sono interdipendenti, evolvono le une in funzione delle altre: ile progresso della ricerca applicata è quindi inconcepibile a medio e lungo termine senza gli apporti della ricerca fondamentale. I ricercatori lo sanno benissimo, dato che si oppongono ad un progetto di legge che pretende di ridurre il finanziamento della ricerca fondamentale a vantaggio della ricerca applicata, spiegando che senza la ricerca fondamentale, la ricerca applicata non andrebbe molto lontano. Ma sono poi pronti a dire esattamente il contrario quando gli si dice che è proprio per questa ragione che si rendono partecipi della produzione dei gravi disordini causati dalla società industriale; dunque ristabiliscono come per magia una disgiunzione assoluta tra fondamentale e ricerca applicata. Dal momento che la ricerca fondamentale è presentata come un'attività « pura » (disinteressata e anche, per come dire, innocente), che non come fine ha soltanto di far progredire le conoscenze scientifiche. Sarebbe quindi la ricerca applicata a fare un cattivo uso di queste conoscenze, ma in quanto è essa stessa prigioniera dei finanziatori e dei decisori, e pertanto costretta a servire i loro interessi politici e commerciali. Come si nota, dietro questi ragionamenti contraddittori si nasconde un malessere nettissimo: i ricercatori hanno l’intuizione (o la coscienza) della loro responsabilità nella catastrofica marcia del mondo attuale, ma si rifiutano di guardarla in faccia, di rifletterci sopra pacatamente e di trarne tutte le conseguenze che s’impongono, per risparmiarsi la pena di dover formulare una condanna morale del loro proprio ruolo in questa società. Tale disagio lascia intravedere la possibilità di una rivolta di coloro che, fra loro, avessero mantenuto un senso morale sufficientemente sano, a dispetto di un cinismo e dell’ambizione che regnano negli ambienti scientifici ed istituzionali; allora non gli resterebbe che trarne tutte le conseguenze che s’impongono, contribuendo ad interrompere la ricerca scientifica e tecnica nella sua totalità.


2) Come sempre, i « realisti », i « pragmatici », i « ragionevoli », diranno: « militando per l’arresto della ricerca ed esigendo quindi che oggi si rifiuti di accordare crediti alla ricerca pubblica, voi fate il gioco della ricerca privata, delle imprese, della commercializzazione della ricerca », etc. Ma cosa credono, questi benedetti ricercatori? Tutti i loro argomenti s'imperniano sull’idea che ricerca pubblica e ricerca privata siano differenti e funzionino indipendentemente l’una dall’altra, e che la ricerca pubblica sia buona perché è sottoposta al controllo dei cittadini tramite i loro rappresentanti eletti a suffragio universale, cosa che dovrebbe evitare ogni deriva mercantile e permettere il progresso dell’umanità (eh si, come degli eterni adolescenti travagliati tra cinismo ed ingenuità, i ricercatori non esitano ad impiegare simili espressioni). Anche qui, occorrerebbe ristabilire alcune verità di fatto. La separazione fra privato e pubblico, fra Stato ed economia di mercato, è altrettanto illusoria di quella che esiste fra ricerca fondamentale e ricerca applicata. Lo stato finanzia le ricerche di cui le imprese hanno bisogno ma delle quali, le imprese non possono sostenere i costi; la maggior parte delle volte, d'altronde, c'è direttamente una collaborazione tra privato e pubblico (specialmente nel finanziamento di laboratori pubblici). Ed anche quando c'è ricerca pubblica « pura », lo Stato si comporta con i ricercatori come si è sempre comportato con i suoi amministrati: come un'entità che si crede sia un mero strumento di gestione collettiva, e che poi si scopre che è sempre, in ultima istanza, assolutamente estranea, che funziona in maniera autonoma. In questo, lo Stato è un impresa come un'altra: fornisce un salario soltanto nella misura in cui ha in cambio un lavoro, da cui spera di trarre dei vantaggi militari, politici o economici per sé stesso – ovvero per la frazione della popolazione di cui gestisce gli interessi. Da questo punto di vista, la somiglianza tra lo Stato e le imprese spiega senza dubbio come si notino sempre meno le differenze di obiettivi e di metodi tra ricerca pubblica e ricerca privata. Infine, il fatto che la ricerca sia pubblica non garantisce per niente il suo controllo da parte dei « cittadini », divenuti, qui come ovunque, degli spettatori imbrogliati, come dimostrano soprattutto le ricerche sul nucleare o sugli OGM, ostinatamente condotte da qualche decennio, non curandosi affatto della riprovazione generalizzata, sotto la protezione della polizia e, quando serve, dell’esercito e del segreto di Stato2.


3) Infine, c'è una sorta d’idea metafisica attualmente invocata da tutti i ricercatori per giustificare la loro esistenza e le loro rivendicazioni : sembrano essere tutti convinti che la tecnica e la scienza siano degli strumenti che possano servire all’emancipazione dell’umanità. Il fatto che questa emancipazione tardi a venire è dovuto, secondo loro, al cattivo uso che l’uomo fa di queste scienze e di queste tecniche: sia in quanto egli è intrinsecamente fallibile (da cui la necessità di codici deontologici e altri comitati di bio-etica); sia in quanto è sottomesso ai diktats dell’economia di mercato (da cui i benestare concessi alla ricerca di Stato e alla lotta contro il « neo-liberismo »). Quest'idea metafisica si accompagna ad un corollario : l’emancipazione dell’umanità si basa sulla crescita della produzione e del consumo di beni e di servizi (pubblici o privati). Ci troviamo, qui, in presenza dell’ideologia centrale del sistema industriale, che l'ha prodotta e che contribuisce a conservare3. Una delle caratteristiche maggiori della società presente, intesa nella sua estensione planetaria, è effettivamente quella di avere sottoposto la propria produzione, la propria riproduzione e l’insieme del proprio funzionamento, sino al più piccolo dei dettagli, ad un insieme di tecniche perfezionate. Ma questa onnipresenza di tecnologie, il suo carattere sistematico, ha provocato una assuefazione agli oggetti tecnici che impedisce di considerare serenamente il loro impiego, il loro funzionamento e la loro utilità reale. Contrariamente a quanto pretendono i ricercatori, une evidenza oggi s’impone a chiunque esamini gli sconvolgimenti che la società industriale ha introdotto tanto nell'ambiente naturale, quanto in tutti gli ambiti della vita umana e dei rapporti sociali (lavoro, divertimenti, linguaggio, morale, politica, arte, etc.): la scienza e la tecnica, al loro stato attuale, hanno cessato di essere degli strumenti di emancipazione dell’umanità. Ciò significa che, al contrario di quanto vuole credere l’ala di sinistra del movimento dei ricercatori, la soluzione a questa situazione non risiede solamente nella lotta contro l’economia mercantile, ma anche nella lotta contro la scienza e la tecnica consustanzialmente legate a questa forma di economia.


Disgiunzioni ricerca privata / ricerca pubblica, ricerca fondamentale / ricerca applicata, scienze-tecnologie / economia mercantile4: ecco tre illusioni dominanti che sono indice di una incapacità ad acquisire una comprensione globale della società attuale, ad intenderla in quanto totalità complessa in divenire. Questa incapacità sicuramente trae origine nella limitatezza delle nostre capacità di rappresentazione: è diventato quasi impossibile immaginarsi l’insieme del funzionamento economico e tecnico della società attuale, tanto è divenuto colossale, per la sua potenza sregolata ed la sua estensione planetaria. Ma a questa limitatezza naturale delle nostre facoltà di rappresentazione, le sviluppo della società industriale ha aggiunto delle ulteriori limitazioni artificiali, come quelle separazioni imposte alla coscienza ed all’azione in tutte le sfere della vita quotidiana (essendo la divisione del lavoro la prima e la più importante fra queste separazioni). E' gioco-forza riconoscere che, fra queste limitazioni artificiali, figura l’attività scientifica cosi come si esercita oggi. Dalla professionalizzazione dei saper fare tecnici e la specializzazione della conoscenza scientifica, l’investigazione intellettuale si è dissociata dall’esperienza quotidiana – conducendo ad una privatizzazione dell’esperienza senza precedenti nella storia –, e l’uomo ordinario ha perso ogni sovranità sulle condizioni di produzione della sua stessa esistenza. L’uomo ordinario (ossia anche il ricercatore in quanto uomo ordinario) è diventato dipendente, per la propria vita come per la propria sopravvivenza, da un apparato tecno-scientifico che non controlla più.

Ritrovare un'autonomia individuale e collettiva, questo significa rompere, allora, con la scienza e la tecnologia attuali, fermare immediatamente tutte le ricerche scientifiche e tecniche, private e pubbliche, e procedere alla riappropriazione critica dei loro risultati da parte di tutti gli individui, nel quadro della propria attività, purché questa attività non perpetui il sistema dei bisogni determinati dalla società mercantile ed industriale.

Ciò, per scienziati, ingegneri, tecnici, etc vuol dire:
1) Mettersi in sciopero totale ed illimitato, rompere ogni collaborazione con lo Stato, le imprese o le istituzioni scientifiche rifiutando di fornire loro qualunque genere di informazione sulle ricerche passate o in corso.
2) Sostenere questo rapporto di forze fino alle dimissioni obbligate, e fino alla resistenza fisica di fronte agli inevitabili tentativi di recupero, con l'uso della forza, del materiale di ricerca (laboratori, locali, strumenti, etc.); e quando questa resistenza non potrà più essere sostenuta, bisognerà passar al sabotaggio di questo materiale.
3) E' evidente che questo sciopero non avrà senso ne utilità se non consente ai ricercatori di avviare una riflessione approfondita sulla natura dei loro lavori (la loro implicazione nella totalità del sistema industriale, le loro ripercussioni sull'ambiente naturale, sulla salute e sui rapporti sociali) – i ricercatori devono far conoscere alla popolazione, attraverso mezzi di comunicazione propri, i risultati di questa riflessione, cosi come i loro metodi di lotta e i loro orientamenti teorici, al fine di unirsi ad altri movimenti di lotta, o di contribuire a farli emergere.

Si vede come non si tratti, qui, di una rivoluzione politica, ma di una rivoluzione sociale, organica, molecolare, che parte dalla base e che dovrà comunicarsi in tutte le direzioni: una rivoluzione che parte da ognuno di noi (ricercatori o no) che prende coscienza del suo ruolo nel sistema, e che avvia, a partire da qui, la modificazione di questo sistema. E' probabile che questo movimento di insieme arrivi, da un momento all'altro, a dover affrontare apertamente l’insieme delle strutture repressive della società industriale; gli occorrerà quindi tenere presente la memoria che una rivoluzione non è tanto una guerra civile, quanto una trasformazione radicale dell’esercizio del potere: il quale dovrà passare nelle mani delle persone ordinarie, senza alcun intermediario di sorta. Non molto tempo fà, degli scienziati hanno saputo riconoscere qui un programma all'altezza di quanto la sopravvivenza dell’umanità esige. Sarebbe tempo che la generazione attuale meditasse la lezione di questi fratelli maggiori5.

E' possibile che la prospettiva di abbandonare tutte le ricchezze dell’industria, tutti i prestigi della ricerca, appaia a molti come un sacrificio. Ma questo sacrificio è necessario se deve permettere la salvaguardia del mondo e la costruzione di una nuova esistenza su delle basi più semplici, e più sane.

Nizza, febbraio-marzo 2005


Un ricercatore dissidente
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Modena - Occupavano ex distretto militare: espulsi 30 abusivi PDF Stampa E-mail
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Tuesday 28 June 2005
Occupavano ex distretto militare: espulsi 30 abusivi

Quasi trenta ucraini si erano accampati abusivamente nei locali dell'ex caserma che, fino a un paio di anni fa, ha ospitato il distretto militare di Modena, sui viali del centro storico.

Gli immigrati, probabilmente clandestini, si erano allacciati senza autorizzazione all'impianto elettrico e vivevano all'interno dell'ex distretto in condizioni igieniche molto precarie.

All'alba i carabinieri di Modena hanno sgomberato l'ex caserma, che in futuro dovrà diventare sede di uffici comunali.
 
Presidio sotto il Carcere di Fuorni (Sa) PDF Stampa E-mail
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Tuesday 28 June 2005
Presidio sotto il Carcere di Fuorni
Venerdì 1 luglio 2005 Ore 16:00
LIBERTÀ PER SALVATORE E TUTTI I COMPAGNI ARRESTATI
LIBERTÀ PER I MIGRANTI E PER TUTTI GLI OPPRESSI




FUORI I COMPAGNI DALLE GALERE CHIUDIAMO I LAGER
APRIAMO LE FRONTIERE

Per l'ennesima volta in pochi mesi le autorita' gettano sul movimento la piu' pesante delle accuse possibili: il famigerato art.270bis.

Sono cinque gli arresti in Puglia e oltre venti le perquisizioni in tutta Italia, con l'accusa di un'associazione "finalizzata al compimento di atti di violenza a fini di eversione dell'ordine democratico".
Questo il risultato di un'operazione portata a termine da 150 agenti nella mattina del 12 maggio su richiesta del PM Giorgio Lino Bruno. Le persone arrestate sono accusate non solo di aver organizzato o istigato le proteste contro il Cpt "Regina Pacis" di San Foca (Lecce), ma anche un gran numero di azioni contro multinazionali, banche ed istituzioni militari.

Questa inchiesta cerca di colpire chi coerentemente agisce quotidianamente contro la guerra, la precarietà, la devastazione ambientale e i diritti dei migranti, così come era già accaduto, alla vigilia del Social Forum di Firenze, con l'apertura dell'inchiesta contro la Rete del Sud Ribelle. In particolare, è evidente che il ricorso all'art. 270 bis nel caso dei compagni di Lecce è volto ad intimidire il movimento antirazzista in un momento in cui si appresta a mobilitarsi all'inizio di un'altra estate di sbarchi e di deportazioni illegali, queste ultime già condannate dal Parlamento e dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, perché in violazione delle convenzioni internazionali e della costituzione italiana che garantiscono il diritto di asilo.

Salvatore, uno dei cinque compagni anarchici arrestati a Lecce, è rinchiuso dall'11 giugno in cella di isolamento nel carcere di Salerno e da quanto possiamo leggere dalle sue lettere le condizioni in cui si trova non sono delle migliori.

"Sai,quello che diciamo sul carcere , e cioè che è un mezzo di annientamento psico-fisico, - scrive Salvo in una sua lettera - ora credo di capire veramente cosa voglia dire,credo veramente che sia cosi..."

Le idee non si rinchiudono in una cella....


>>>>>> LIBERTÀ PER SALVATORE E TUTTI I COMPAGNI ARRESTATI

LIBERTÀ PER I MIGRANTI E PER TUTTI GLI OPPRESSI

Presidio sotto il Carcere di Fuorni
Venerdì 1 luglio 2005 Ore 16:00

Per comunicare con Salvo scrivete a :
Signore Salvatore, casa circiondariale via provinciale 84131 fuorni(salerno)
 
Brindisi: RIGASSIFICATORE_città acqua PDF Stampa E-mail
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Monday 27 June 2005
Continua la lotta per un nuovo modello di sviluppo a Brindisi e contro la realizzazione del Rigassificatore. Il Sindaco di centrodestra, Mennitti, alla ferma ed inaspettata opposizione alle decisioni del governo centrale aggiunge - in chiave propositiva . una nuova idea di città che parte da una diversa concezione del porto: e quindi di un nuovo modello di sviluppo.
La battaglia prosegue anche col presidio quotidiano alle ore 18 davanti alla sede brindisina della LNG e si attende un atto formale dalla Regione Puglia da Nichi Vendola e dalla sua Giunta.
E proprio richiedendo - e giustificandolo sul piano del diritto - questa "revoca" da parte della Regione che torna sull'argomento Michele Di Schiena.
Lo invio a tutti gli indirizzi perché la battaglia a Brindisi è ancora tutto da vincere e non riesce ad ottenere "visibilità nazionale, ma si attendono gesti e mobilitazioni ulteriori per fare di Brindisi (come disse Nichi Vendola nella recente seduta del consiglio comunale) una "Scanzano istituzionale".
Giancarlo CANUTO


LA "CITTA D'ACQUA" RIFIUTA IL RIGASSIFICATORE
   Il Convegno "Città d'acqua - il modello Brindisi" ha ribadito con chiarezza ed autorevolezza che il nostro territorio vuole una diversa economia centrata sul porto e considera il rigassificatore incompatibile con tale progetto. La città, la provincia, l'intero Salento, la Regione, associazioni e movimenti, migliaia di cittadini, ottenendo questa volta anche l'esplicito consenso del Ministro Gianfranco Miccichè, respingono quindi le reiterate sortite dell'amministratore delegato della LNG con il loro paternalistico carico di rassicurazioni e promesse. E sì perché il rifiuto del rigassificatore è sorretto da validissimi motivi oramai ben noti anche al governo che non si può più trincerare dietro una pretesa inviolabilità dell' "impegno" che avrebbe assunto col provvedimento autorizzativo. Una inviolabilità che non esiste perché non si può fingere di dimenticare che, come ulteriormente ha precisato l'art. 21 della recentissima legge 11/02/2005 n. 15, il citato provvedimento amministrativo è revocabile in sede di autotutela per motivi di merito e quindi anche per una «nuova valutazione dell'interesse pubblico originario» oltre ad essere ovviamente annullabile (ed in questo caso senza risarcimenti) per violazioni di norme procedimentali o per vizi di forma.
   La situazione a questo punto è chiarissima: la costruzione dell'impianto non può andare avanti contro ogni ragione ed ogni buon senso. Bisogna perciò mettere a punto una efficace strategia di contrasto che richiede il coordinamento di tutti gli impegni per dar luogo ad una «Scanzano istituzionale» costantemente alimentata dalla protesta sociale. Una strategia che si muova sul terreno sicuro della legalità democratica ma che al tempo stesso preveda, se ce ne sarà bisogno, forme anche estreme di lotta sia sul versante istituzionale fino alla possibile sospensione delle funzioni democratiche delle amministrazioni locali e sia sul piano sociale col ricorso ad atti collettivi di disobbedienza politica e di resistenza civile rivolti a denunciare decisioni che ridurrebbero i nostri cittadini alla condizione di "sudditi" svuotando di qualsiasi contenuto i loro diritti politici.
   Torniamo perciò a chiedere che la Regione Puglia formalizzi subito il suo no all'impianto revocando il consenso all'autorizzazione governativa a suo tempo concessa sulla base di una norma, quella dell'art. 8 della Legge 24/11/2000, superata peraltro dalla riforma costituzionale del 2001 che ha previsto in materia di energia la legislazione concorrente dello Stato e delle Regioni con l'attribuzione dei conseguenti poteri amministrativi all'Ente regionale. Ribadiamo inoltre, contro tutte le manovre sottobanco e tutte le furbizie, che la realizzazione dell' impianto, oltre a costituire un serio pericolo per l'incolumità dei cittadini, darebbe luogo ad una inedita crisi istituzionale vulnerando gravemente l' "autonomia" delle amministrazioni locali che verrebbero private del potere di progettare e costruire il futuro economico e sociale delle loro comunità.
   La possibilità di costruire un nuovo modello di sviluppo col conseguente rifiuto del rigassificatore è dunque il nostro problema fondamentale perché senza la sua positiva risoluzione gli altri problemi, primo tra tutti quello del lavoro, non potranno essere adeguatamente affrontati. La crisi che stiamo vivendo è invero il frutto avvelenato di un passato certamente fallimentare, a volte inquietante e per taluni aspetti ancora oscuro. Il "cambiamento di rotta" non ha perciò alternative se non quella di un definitivo asservimento del nostro territorio a logiche inaccettabili di dominio e di sfruttamento. Sappiano perciò i nostri "benefattori" della LNG che la dignità ed i diritti delle nostre comunità sono beni fuori commercio e perciò refrattari a compere o transazioni di qualsiasi genere.
   Brindisi, 23 giugno 2005
Michele DI SCHIENA
 
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