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Torino: 25 aprile in una città divisa PDF Stampa E-mail
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martedì 06 maggio 2008

Torino: 25 aprile in una città divisa

Il 25 aprile torinese ha avuto molte piazze, segno inequivocabile delle
numerose cesure tra quanti anche quest’anno hanno scelto di manifestare
per ricordare l’insurrezione della città contro il nazifascismo.
La fiaccolata promossa come ogni anno dall’Anpi la sera del 24 aprile,
aperta dalla banda e dai gonfaloni, si è caratterizzata per la guerra
delle bandiere. Una guerra su più fronti, combattuta nel PD e nel PRC. Nel
PD gli amanti del “rosso” hanno esibito, tra furiose polemiche, una nuova
versione del vessillo della formazione guidata da Veltroni, dove il
simbolo del partito campeggiava in campo rosso. Nel PRC la pretesa del
segretario Favaro che i rifondati sfilassero sotto le insegne
dell’Arcobaleno ha provocato una rivolta tale da far dimettere Favaro.
Segnali di ripiegamento identitario nel deserto della sinistra neo
extraparlamentare.
Il giorno successivo il tentativo di contrastare lo show di Grillo in
piazza S. Carlo con alcune star dello spettacolo nostrano è fallito
miseramente. Poche migliaia di torinesi hanno partecipato alla kermesse in
piazza Castello mentre la piazza del Vaffa Day ha raccolto la folla delle
grandi occasioni, pronta a sfanculare in coro al ritmo imposto dal comico
giustizialista, versione mediatico popolare del qualunquismo del secondo
millennio. La mimesi della partecipazione, dell’agire in prima persona,
messa in scena da diverse decine di migliaia di persone è il segnale
inequivocabile che il disagio verso il Palazzo non sa trovare forme
politiche e sociali autonome e finisce con l’affidarsi ad un singolare
uomo della provvidenza. Fa già il comico per cui a nessuno viene in mente
che sia ridicolo, nel suo agitarsi sul palco come il Chaplin del Grande
Dittatore; pretende di non fare il politico sì che a nessuno venga il
dubbio di interrogarsi sul pasticcio di retorica e buoni sentimenti con
cui farcisce i suoi comizi. Né di destra, né di sinistra piace a tutti,
perché, come negli aperitivi della torinesità da bar, tutti trovano
qualcosa di buono di spilluzzicare.

Lontano dal centro si sono svolte le altre iniziative del 25 aprile.
Disobbedienti ed autonomi hanno fatto il giro delle lapidi partigiane
rispettivamente a Borgo S. Paolo e Vanchiglia.
In Barriera di Milano si è svolto il tradizionale presidio alla lapide del
partigiano anarchico Ilio Baroni, morto combattendo i nazifascisti il 26
aprile del 1945, concludendo così una lotta contro il fascismo che già gli
era costata galera e confino.
Quest’anno hanno partecipato, oltre agli anarchici, alcuni giovani ed
anziani del quartiere. Un quartiere tradizionalmente popolare oggi
profondamente trasformato dalla crisi sociale, dalla forte presenza di
immigrati, dalla propaganda razzista e xenofoba di fascisti e leghisti.
Una giornata nel segno di una Resistenza che continua nella lotta contro
il nuovo fascismo che si concreta nelle leggi e nelle politiche razziste,
nelle ronde, nelle squadracce, nei comitati contro gli immigrati. La
manifestazione si conclusa con la deposizione di un mazzo di garofani
rossi alla lapide di Ilio e con una bicchierata in ricordo di tutte le
vittime del fascismo. Ha concluso Roberto Prato con un lungo e
appassionante intervento sulla Resistenza a Torino e, in particolare, in
Barriera di Milano.

Questa cronaca comparirà sul numero 16 di Umanità Nova del 4 maggio 2008

Questo il testo del volantino diffuso dalla FAI torinese in occasione del
25 aprile

La Resistenza continua!

Il 25 aprile 1945 Torino è paralizzata dallo sciopero generale: è il
giorno dell’insurrezione, il giorno in cui i partigiani giocano l’ultima
decisiva partita contro i nazifascisti.
Il 26 aprile 1945 muore combattendo Ilio Baroni, operaio alle Ferriere,
anarchico, partigiano comandante della VII brigata SAP. Ilio, nome di
battaglia “il Moro”, cade in corso Giulio Cesare angolo Corso Novara, dove
oggi c’è la lapide che lo ricorda. Baroni aveva combattuto il fascismo
pagando con la galera ed il confino il proprio impegno antifascista ed
anarchico. Il 27 aprile i partigiani liberano completamente Torino, ma
Ilio non potrà vedere il giorno per cui ha lottato per tutta la vita. Ma
il fascismo non muore in quell’aprile…

Oggi, 25 aprile 2008, il fascismo colpisce ogni giorno.
A Torino, dove 8 immigrati sono morti durante controlli di polizia, mentre
si moltiplicano i comitati razzisti e fascisti, che alternano le
manifestazioni di piazza alle ronde notturne contro immigrati, rom,
poveri.
A Torino, dove i fascisti accoltellano nella notte due anarchici e 10
antifascisti sono condannati a un anno e tre mesi per aver partecipato ad
un corteo di denuncia delle violenze fasciste.
A Torino, dove si lavora e si muore come nell’800. A Torino dove la vita
di un operaio vale meno dei 20 euro che servono per la ricarica di un
estintore.
A Torino, dove i fascisti bruciano con le molotov un campo rom, i media
falsificano, minimizzano, arrivano a incitare all’odio. Fuori, tra la
gente, c’è anche chi applaude, mentre i più, soffocati dall’indifferenza,
tacciono.

Torino, come tutto questo nostro paese, sta scivolando verso un baratro. È
il baratro del fascismo che ritorna, che ritorna nelle strade, che ritorna
nelle leggi sempre più razziste e liberticide, che ritorna, e questo è il
peggio, tra noi tutti, gente comune che fa fatica ad arrivare alla fine
del mese, gente che non ha i soldi per pagare il fitto o il mutuo, gente
che la disoccupazione e la precarietà obbligano ad un’esistenza sempre più
miserabile, gente che sta tramutando il sano odio di classe, l’odio per i
padroni che ci sfruttano e ci rubano la vita, nell’odio per gli ultimi,
per chi sta peggio di noi, gli immigrati poveri in cerca di un’opportunità
di vita.

I governi di questi anni, i governi di “destra” e quelli di “sinistra”
hanno fatto la stessa politica, distruggendo poco a poco i piccoli margini
di libertà e di giustizia strappati con la lotta nei decenni precedenti.
Strappati dai torinesi e dagli immigrati di allora, la gente del sud e
dell’est venuta a Torino per lavorare, uniti per la casa, i trasporti, i
servizi, le scuole, il salario, i tempi di lavoro.
Uniti anche se diversi, perché consapevoli che il nemico non è l’immigrato
che ti vive accanto ma chi marcia alla tua testa. Oggi destra e sinistra
hanno creato e alimentato la guerra tra poveri, i media l’hanno
amplificata ad arte, moltiplicando i falsi allarmi sulla sicurezza. I
reati più gravi – omicidi, stupri, rapine – diminuiscono mentre si
moltiplicano gli “incidenti” sul lavoro. Ma si fanno leggi contro i
lavavetri e i posteggiatori, mentre i padroni lucrano sulle nostre vite e
ogni giorno qualcuno di noi muore lavorando. Italiani o immigrati, quando
si cade da un’impalcatura, si viene stritolati da una macchina, si brucia
vivi in acciaieria, siamo tutti uguali, ma se non re-impariamo ad essere e
sentirci uguali nella vita, se non re-impariamo a lottare contro i nemici
comuni di ogni sfruttato, la vita se ne va ogni giorno più in fretta, ogni
giorno più miserabile, ogni giorno più insicura. L’insicurezza, quella
vera, è nel lavoro che non c’è, nel lavoro che mutila, nel lavoro che
uccide: loro li chiamano “incidenti”, ma il nome vero è omicidi. Ormai
usano una lingua nuova, una lingua dove i fatti e le parole sono sempre
più distanti: la guerra di classe è nascosta come la guerra che gli alpini
combattono in Afganistan. La chiamano “missione di pace” ma fanno la
guerra, ammazzano in nostro nome, sottraendo risorse alla sanità, alla
scuola, ai trasporti, ai servizi.
Destra e sinistra sono due facce della stessa moneta: stesso peso e stesso
valore comunque la giri.
La cosiddetta “sinistra radicale” ha concluso la propria parabola. Hanno
cambiato nomi e simboli ma la logica del potere per il potere è sempre la
stessa: Togliatti divenne ministro, Bertinotti presidente della Camera. Il
primo liberò i torturatori ed assassini di Salò, il secondo ha avallato
leggi razziste e avventure di guerra.

Stiamo scivolando in un baratro: occorre fare barriera contro la barbarie
che avanza, con l’azione diretta, senza deleghe, in prima persona.

In questo 25 aprile vogliamo ricordare le ragioni di tanti di quelli che
combatterono e morirono, le ragioni di chi combatteva il fascismo perché
portava in se il sogno di un’umanità senza stati né frontiere, solidale,
dove l’uguaglianza reale si accompagnasse al rispetto ed alla salvaguardia
delle differenze. Queste ragioni sono state dimenticate o gettate nel
fango.
Spetta a noi raccoglierle e farne una bandiera. Spetta a noi riprendere il
cammino dei nostri padri e dei nostri nonni. Spetta a noi conquistare un
nuovo aprile.

A Torino la RESISTENZA continua, ogni giorno.

Prossimi appuntamenti

Resistenza Rom
10 anni di lotte, occupazioni, sgomberi a Milano.
Venerdì 16 maggio ore 21 in corso Palermo 46
assemblea con esponenti di “Via Adda non si cancella”
Proiezione del video “Via Adda 14. Tutti sotto un tetto”

Federazione Anarchica Torinese – FAI
Corso Palermo 46 Torino – la sede è aperta ogni giovedì dalle 21 in poi
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338 6594361 

Ultimo aggiornamento ( martedì 06 maggio 2008 )
 
1000 in piazza a napoli PDF Stampa E-mail
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martedì 06 maggio 2008
una grande giornata di lotta
basta stragi sul lavoro

 un grande striscione in Piazza matteotti sotto la Provincia ha raccolto
circa 1000 lavoratori, precari, disoccupati- tantissime donne-
nella giornata di lotta a Napoli promossa dalla Rete nazionale per la
sicurezza sui posti di lavoro, che a Napoli è promossa e sostenuta
dal Sindacato Lavoratlori in Lotta per il sindacato di classe
è stata la tappa finora più partecipata della marcia carovana iniziata il 13
marzo a Ravenna e che stà toccando in tante diverse forme
diverse città e posti di lavoro con adesioni varie e articolate
332 morti dall'inizio dell'anno, oltre un terzo in più degli stessi mesi del
2007 che pure era stato tremendo
precarietà sfruttamento inosservanza delle norme stanno portando lutto e
disperazione in tante famiglie proletarie
Napoli capitale del lavoro in ogni condizioni ogni settimana stà portando un
bollettino di guerra, per questo l'iniziativa è stata sentita e partecipata
all'iniziativa hanno partecipato e parlato oltre che i compagni dirigenti e
attivisti del SLL, rappresentanti nazionali della Rete venuti da Taranto che
hanno parlato con applausi
la vera tolleranza zero che vogliamo è quella verso le morti in fabbrica
il vero terrorismo è quello dei padroni
dalla Thyssen all'Ilva dai cantieri navali di palermo a marghera la rete è
innanzitutto una affermazione della comune lotta di classe
e proprio da Napoli viene un appello a intensificare le iniziative e a
costruire la manifestazione nazionale a Roma -data proposta il 20 giugno
sul testo unico sulla sicurezza - un documento della rete  su questo è stato
diffuso alla manifestazione

la giornata di lotta è continuata ai Cantieri Navali Megaride dove in una
sala capannone si è tenuta la rappresentazione teatrale
'se questo è un operaio' di attricecontro
anche qui sala piena di operai dei cantieri, lavoratori, donne con bambini
striscioni e pannelli della rete
bandiere del sindacato lavoratori in lotta e dello slai coba sper il
sindacato di classe
pubblicazioni di unità comunista, Assemblea!, proletari comunisti
lo spettacolo ha colpito il cuore e la mente dei presenti 'il viaggio
nell'inferno dell'ilva di taranto' la storia di Paolo franco uno dei giovani
operai
morto per il crollo della gru il 12 giugno 2003, ha coinvolto e commosso i
lavoratori, applausi a scena aperta e slogan alla fine

rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
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DOCUM. E MANIFESTO DIFFUSO X IL 1° MAGGIO 2008 PDF Stampa E-mail
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martedì 06 maggio 2008
 DOCUM. E MANIFESTO DIFFUSO X IL 1° MAGGIO 2008
 
La fame, che attanaglia un quinto del genere umano è il risultato
diretto e inseparabile del dominio del capitalismo finanziario
parassitario

I lavoratori del mondo intero debbono battersi contro ogni cricca di
potere per liberarsi dallo sfruttamento e dall'oppressione statale e
socializzare mezzi di produzione e risorse.

Con l'inizio di aprile è esplosa la rivolta per il pane in ogni
continente. In Africa: Burkina Faso, Camerun, Costa D'Avorio, Egitto,
Etiopia, Kenia, Madagascar, Mauritania, Mozambico, Nigeria, Senegal,
Tunisia, Uganda. In Asia: Armenia, Bangladesh, Filippine, Indonesia,
Russia, Tajikistan. In America Latina: Haiti, Messico, Perù. La
rivolta, innescata dall'impennata del prezzo del riso grano mais soia
-
di tutte le derrate alimentari -, sta investendo un numero crescente
di
paesi. Tipiche quelle di Haiti ed Egitto. Nel piccolo paese centro-
americano il 4 aprile una massa di dimostranti dà l'assalto, dalla
zona
sud, a negozi e magazzini. Poi la sollevazione si allarga a tutta
l'isola. Per tre giorni consecutivi vengono assaltati nella capitale,
Port au Prince, supermercati banche uffici. Nel popoloso Stato
mediterraneo, che conta oggi 75 milioni di abitanti, le dimostrazioni
contro il caro-prezzo del pane sono incominciate con scioperi operai,
che hanno scosso il delta del Nilo sin dal mese di marzo. Poi le
proteste e i disordini si sono estesi a tutto il paese e al Cairo, ove
si sono formate file interminabili per l'acquisto del pane a prezzo
calmierato. Le forze dell'ordine hanno represso le sollevazioni con
estrema violenza procedendo all'arresto di decine di migliaia di
dimostranti. Mentre scriviamo lo scenario si allarga. Aspetti comuni,
presenti in ogni rivolta, sono finora: gli assalti ai negozi e ai
supermercati alla ricerca di cibo e gli scontri con la polizia o con
l'esercito.

La catastrofe alimentare

Per avere una visuale adeguata della realtà mondiale e dell'incendio
provocato dall'ascesa dei prezzi alimentari bisogna ricordare che sul
pianeta un miliardo e mezzo di individui vive con un reddito pro
capite
giornaliero di un dollaro; e che altri due miliardi di individui
vivono
in stato di povertà. In Egitto un terzo della popolazione è in stato
di
miseria. In queste condizioni è sufficiente il rincaro del pane per
far
saltare ogni possibilità di sopravvivenza. In un anno il prezzo dei
cereali, che sono alla base dell'alimentazione, è raddoppiato. Il
grano
è salito del 100%. Il riso, che sfama 3 miliardi di bocche, è salito
del 100%. Lo stesso dicasi per il mais, alimento base per l'America
Latina. Solo la soia ha avuto un aumento più lento (40%). Il raddoppio
dei prodotti alimentari ha così travolto l'Africa e via via i paesi
importatori di cereali.

L'impennata dei prezzi però ha avuto soltanto il ruolo della classica
scintilla che fa divampare l'incendio. L'ondata di rivolte si è
scatenata a causa del grave stato di impoverimento delle masse
proletarie e semiproletarie che costituiscono la maggioranza del
genere
umano. L'affamamento di queste masse, chiamato ufficialmente crisi
alimentare, non è un fenomeno improvviso o congiunturale, è il
risultato del supersfruttamento capitalistico affermatosi dagli anni
ottanta con lo schiavismo tecnologico a scala mondiale. Le rivolte in
corso sono incontenibili sollevazioni contro il sistema capitalistico-
finanziario, modello di affamamento mondiale e in sfacelo. Nel mondo
non manca il cibo per calamità disastri penurie o cose di questo
genere, né manca la possibilità di produrlo; manca al contrario la
possibilità di acquistarlo in conseguenza della miseria del
sottosalario o della mancanza di salario. Non si ha cibo perché il
cibo, per tanti canali, è nella disponibilità pressoché esclusiva
della
piovra finanziaria.

Le cause generali e contingenti dell'affamamento mondiale delle masse
proletarie

Tratteggiando, in un nostro opuscolo edito il 28 maggio 1995
intitolato "La bancarotta del capitalismo - sovrapproduzione e
miseria", i caratteri peculiari degli anni novanta abbiamo riassunto
tali caratteri in questi dieci tratti specifici: 1) esplosività delle
contraddizioni accumulate dal sistema capitalistico, di fase, di
stadio
e di epoca storica; 2) l'impoverimento; 3) la finanziarizzazione
totale
dei sistemi economici; 4) la ricerca violenta di sbocchi; 5) la
crescente contrapposizione tra paesi imperialistici, Stati, realtà
nazionali; 6) la trasformazione dei sistemi industriali in modelli
asfittici; 7) la precarietà strutturale del lavoro e l'uso di tutti i
metodi di supersfruttamento della forza-lavoro; 8) la coazione al
lavoro; 9) l'esplosione della crisi sociale e della crisi politica;
10)
lo schieramento politico della giustizia. Con riferimento
all'affamamento spiegavamo: "Il secondo tratto specifico, che assume
un
aspetto agghiacciante negli anni ottanta, è l'impoverimento
travolgente
del genere umano. Il monopolio crescente dei mezzi di produzione e
della finanza da parte di un pugno di multinazionali e banche ha
ridotto il mondo in una minoranza di ricchi e benestanti e in una
maggioranza di poveri e affamati. Ovunque volgiamo lo sguardo, nelle
metropoli e nelle periferie, vediamo crescere la massa di schiavi
senza
razione". Non si tratta di profezie ma dell'evidenziazione della
logica
di sviluppo propria del sistema capitalistico (che ha come obbiettivo
assoluto il profitto e che, per realizzarlo, espropria e immiserisce
coltivatori e lavoratori); della logica di dominio della finanza (che,
come il vampiro, succhia risparmi e risorse dappertutto); della logica
del mercato (che impone i suoi prezzi e le sue merci). Si tratta
insomma della logica complessiva e unica di un sistema che porta alla
catastrofe alimentare e umana.

Analizzando l'aumento del prezzo delle derrate alimentari uomini di
governo, economisti accademici, giornalisti, ecc., chi in un modo chi
in un altro danno la colpa dell'aumento a questi cinque fattori: a) la
popolazione cresce di 77 milioni l'anno mentre la terra coltivabile
rimane sempre la stessa; per cui cresce la domanda mentre diminuiscono
le scorte; b) i cereali vengono utilizzati per produrre energia; c)
c'è
la speculazione finanziaria che con i future sul grano specula sui
prezzi; d) aumentano i costi di produzione dei prodotti agricoli; e)
la
siccità pregiudica e diminuisce i raccolti. I fattori incolpati, a
prescindere dal fatto che si riferiscono all'aumento contingente dei
prezzi e che sono manifestazioni tipiche dell'economia capitalistico-
finanziaria, non sfiorano il fenomeno generale dell'affamamento.
Infatti, se la produzione alimentare non tiene il passo con il
fabbisogno mondiale ciò dipende unicamente dalla conduzione
capitalistica dell'agricoltura che indirizza gli investimenti nei
settori più profittevoli. E non occorre, d'altra parte, mettere più
terre in lavorazione in quanto la quantità dei raccolti non è legata
all'estensione della superficie coltivata bensì alla produttività del
lavoro. Gli altri fattori incolpati, a parte la siccità che merita un
discorso distinto e che comunque va ricollegata all'inquinamento
capitalistico, sono gli elementi immediati del rialzo dei prezzi e
della penuria creata dall'affarismo speculativo come dimostra la
trasformazione dei cereali in etanolo e biocarburanti. Quindi i
responsabili della catastrofe alimentare hanno una identità precisa:
sono le multinazionali e le filiere di imprese capitalistiche che
dominano l'agricoltura mondiale.

La corsa al si salvi chi può e l'ora degli Ogm

Responsabili della catastrofe alimentare sono inoltre il Fondo
monetario internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, i due poderosi
strumenti nelle mani del direttorio imperialistico americano-europeo-
giapponese, che hanno imposto a tutti i paesi arretrati e bisognosi di
investimenti (cioè a tutti i paesi oggi in rivolta) politiche
liberiste
e subalterne al Nord America Europa Occidentale e Giappone. Tra i
responsabili c'è anche il WTO (l'organizzazione del commercio
mondiale)
che, predominato dal direttorio imperialistico, ha contribuito alla
rovina dell'agricoltura africana asiatica e latino-americana
consentendo l'esportazione in queste aree delle eccedenze agricole,
nord-americane ed europee, sostenute dai sussidi statali. E per
completare l'elenco dei responsabili e fare un accenno al loro grado
di
responsabilità bisogna ricordare che proprio negli ultimi anni Stati
Uniti Gran Bretagna Giappone Germania Francia Italia hanno ridotto i
fondi (gli aiuti finanziari) a tutti i paesi bisognosi, accentuando
progressivamente le loro difficoltà alimentari.

Ora che lo sconvolgimento mondiale è ingovernabile ogni Stato ogni
potenza o sistema di potenze ricorre o sfodera le armi di cui dispone.
Cina India Indonesia Vietnam hanno deciso restrizioni all'esportazione
di riso. Lo stesso ha fatto il Messico per il mais, seguito da altri
paesi latino-americani. Pakistan e Tailandia hanno mobilitato
l'esercito a protezione del raccolto nei campi e nei magazzini;
istituendo pene severissime per chi violi il blocco di esportazione.
Per converso l'UE, dopo avere confermato la direttiva del 2006 che
destina il 10% di biofuel al trasporto, ha autorizzato nuove
impostazioni nelle produzioni agricole basate sugli organismi
geneticamente modificati come la superpatata della Basf. Il nostro
ministro dell'agricoltura è stato un alfiere di questo indirizzo.
Prima
di tutto ha escluso ogni riduzione dei sostegni comunitari,
rivendicando che la Pac (la politica agricola comune) venga orientata
all'ampliamento produttivo con l'abolizione delle quote e della messa
a
riposo delle terre. In secondo luogo ha sostenuto che è poca cosa
destinare in Italia 300-400.000 ettari a biomasse e biodisel e un
milione in UE rispetto ai 30 milioni che Bush intende destinare al
bioetanolo. E che occorre lanciare gli Ogm. Quindi ogni Stato sta per
conto suo; mentre ogni potenza o gruppo di potenze sfrutta la fame
creata per imporre la propria supremazia biotecnologica ai paesi
trascinati nella disperazione.

La fame dalle periferie investe le metropoli

Al vertice del Fmi, svoltosi il 12 aprile presente il governatore
della Banca d'Italia, l'inviato indiano ha sottolineato che le rivolte
per il cibo investiranno anche i paesi ricchi. Bisogna dire che la
realtà dell'affamamento è più estesa di quanto si pensi o si veda.
Nell'area occidentale da anni le masse salariate vivono in una
situazione di sprofondamento sociale e di indebitamento crescente. In
Italia attualmente ci sono 15 milioni di poveri: di giovani adulti
anziani che non hanno e non sanno come sbarcare il lunario. Nella
ricca
Milano i poveri si avvicinano a 200.000 circa; e si allungano ogni
giorno di più le file delle persone locali che vanno a ritirare una
razione o a consumare un pasto gratuito. Lo stesso avviene negli Stati
Uniti. La peculiarità della fame nei paesi superindustrializzati è
che,
rispetto ai paesi arretrati ove manca il cibo, gli scaffali nei negozi
sono pieni ma mancano i soldi per acquistare la merce. Ciò dimostra in
modo agghiacciante che sovrapproduzione e miseria si ingigantiscono; e
che la fame, la catastrofe alimentare, è il risultato specifico del
capitalismo finanziario parassitario.

Pertanto diamo il nostro saluto alle rivolte per il pane in qualunque
angolo della terra si stiano svolgendo. Al contempo cogliamo
l'occasione per raccomandare e raccomandiamo alle avanguardie
proletarie di ogni paese e a tutti i lavoratori indistintamente di non
limitare le dimostrazioni e le sollevazioni al soddisfacimento
soltanto
del bisogno alimentare, ma di attaccare le proprie cricche di potere.
Non ci sono vie per poter debellare l'affamamento delle masse
sfruttate
se non quella di rovesciare il dominio capitalistico. Solo abolendo lo
sfruttamento capitalistico la terra potrà sfamare l'uomo. Dunque
bisogna porre, ovunque, all'ordine del giorno battendosi per
obbiettivi
immediati la prospettiva della rivoluzione proletaria.

Milano 16 aprile 2008.

  Edizione a cura di
                                                                 
RIVOLUZIONE COMUNISTA
                         SEDE CENTRALE: P.za Morselli, 3 - 20154
Milano-

e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/
 
30 maggio aggressione a Mira - 1 maggio in piazza a Mira PDF Stampa E-mail
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martedì 06 maggio 2008
COMUNICATO STAMPA

Il nostro compagno operaio e membro del nostro coordinamento provinciale, Emanuele Minotto di Mira, già in altre occasioni oggetto di aggressioni fasciste, giovedì 30 aprile nel tardo pomeriggio è stato aggredito all’inizio di via Cesare Battisti a Mira mentre a piedi si recava nella nostra sede dove aveva da assolvere ad alcuni impegni preparativi della nostra presenza in piazza dei 7 Martiri a Mira il 1° maggio.

L’aggressione è stata portata al compagno da tre membri di Forza nuova originari del vicino comune di Mirano.

I fascisti hanno trovato pane per i loro denti non essendo il compagno sprovveduto a causa di precedenti simili episodi di minore gravità e dello strano e gravissimo incidente stradale occorsogli il 3 agosto scorso, da noi denunciato, che poteva avere conseguenze letali.

Alle conseguenze per il compagno hanno assistito tre altri nostri compagni nella sede di Mira alle ore 21 circa del 30 aprile. Nonostante il fatto sia avvenuto a 200 metri dalla locale stazione dei carabinieri, questi non sono intervenuti. In genere sono invece molto attenti ai nostri movimenti su mezzi su quattro ruote.

Il compagno Minotto è stato comunque in grado di presenziare alla manifestazione in Piazza dei 7 Martiri a Mira il 1° Maggio. E le ferite all’occhio sinistro sono state viste così da decine di altri lavoratori.

I fascisti stiano lontani da Mira e dai nostri compagni e lavoratori !

Questa è la seconda aggressione fisica in pochi mesi. Inoltre a Mira abbiamo denunciato tramite il ns.coordinatore provinciale anche altri episodi recenti.

88 voti di Forza Nuova a Mira non ci piacciono, ma non abbiamo arrecato ai signorini del servo dei servizi segreti inglesi, Roberto Fiore, alcun danno fisico. Non hanno alcuna legittimità ad operare.

Non pensino di fare i gradassi o di farla franca anche a livello legale noi non abbiamo alcun senso dell’omertà verso le merde come loro !

         Coordinamento provinciale Venezia e Padova

        SLAI Cobas per il sindacato di classe

        2 maggio 2008

 
1° MAGGIO DI NOI LAVORATORI E LAVORATRICI

Lavoratrici e Lavoratori, Compagne e Compagni,

siamo in questa piazza con Voi per una battaglia che è di tutto il movimento operaio e dei lavoratori, quella che si sta conducendo ogni giorno per una società ove morire sul lavoro non sia ammissibile né frequente, una cosa che non debba succedere.

Da due anni lavoriamo a denunciare e documentare questa strage, collaboriamo con altre realtà impegnate su questo campo, a livello locale e nazionale. Recentemente il 5 aprile abbiamo costruito una assemblea militante molto partecipata da lavoratori e delegati, durante la quale abbiamo dato il via anche a Marghera alla carovana per la sicurezza sui posti di lavoro. Subito dopo è stata costituita la Rete per la sicurezza sul posto di lavoro a Marghera e nel veneziano, che tiene le sue riunioni ogni due lunedì, riunioni aperte a tutti i lavoratori e lavoratrici, per costruire dal basso anche qui una mobilitazione che non sia solo di denuncia e di celebrazione ma che sia soprattutto di mobilitazione di forze nuove e di costruzione dal basso di modo da poter fronteggiare la deriva che in maniera sempre crescente va delineandosi nel nostro paese nel campo dei diritti e del diritto al e nel lavoro.

Su queste cose vorremmo chiarire il nostro punto di vista. La legge 626 e la legge 123 (del 2007) non sono applicate in tutte le imprese, e non si tratta di casi isolati, ma anche di imprese importanti. I piani di sicurezza interni non sempre sono conosciuti e discussi con i lavoratori. E raramente sono rispettate le misure di sicurezza quando occorre “fare in fretta”. Non è vero nemmeno che siano “perfetti”, spesso sono carenti in questioni che dovrebbero essere ovvie per tutti (soprattutto regole di magazzinaggio, rispetto ai rischi di incendio; regole per le vie interne e nei piazzali per i muletti, per i frequentissimi incidenti che avvengono tra lavoratori in genere entrambi innocenti e colpevoli solo di aver bisogno di lavorare e di essere spesso soggetti a ricatti su produttività, velocità, ecc.; regole per le gru ed i macchinari di sollevamento pesi, movimentazioni di tubi pesanti, ecc.: tutti siamo rimasti colpiti ogni giorno dalla gravità di ciò che accade: pensiamo al padre che si vede arrivare il bambino in cantiere e che immediatamente dopo lo vede morto sotto un carico dei macchinari che stava movimentando !). Questo significa non solo sicurezza da spiegare, corsi per i lavoratori ecc., quando sappiamo per esempio che i corsi sono fatti da ditte specializzate che lavorano per associazioni padronali e che poi i padroni aderenti a quelle stesse associazioni nemmeno sanno quelle cose !

Come Rete per la sicurezza sul posto di lavoro a livello nazionale stiamo promuovendo in tutta Italia, da Palermo a Torino, da Napoli a Taranto, da Milano a Marghera, da Ravenna a Roma, in moltissime altre parti d’Italia, manifestazioni ed assemblee con delegati, medici, rls, rsu tra i quali i compagni di Tyssen Krupp, anche con altri sindacati di base, di modo da arrivare ad una grande manifestazione nazionale a Roma. A Mestre c’è fra poco la conclusione del processo Fincantieri per i 14 morti da amianto, una data per l’unità di tutti i Lavoratori.

Non è neppure vero che è solo un problema di soldi. È innanzitutto un problema di modello economico. La “flexurity” è una strabiliante falsità impossibile ad attuarsi, una esclude l’altra strutturalmente non per una questione di principio ma per una questione pratica, di che cosa è che muove la società, se la ricerca di benessere, giustizia, eguaglianza di base nelle cose fondamentali, o se invece unicamente il profitto, il dominio, la schiavizzazione (e non solo degli immigrati).

Per questo la nostra è solidarietà di classe, del proletariato, e non solidarietà verso la grande e spesso anche la media borghesia, veri responsabili della folle corsa alla devastazione del territorio (grandi opere e spese in gran parte di cemento ed asfalto, e disinteresse verso i problemi delle masse o puro e ovviamente limitato e controllato tramite le associazioni, assistenzialismo).

Per questo siamo qui a testimoniare che per noi il Primo Maggio è giornata dei Lavoratori e non dei parassiti arricchiti con la speculazione edilizia e con la schiavizzazione del lavoro, è giornata internazionalista perché i Lavoratori sono sfruttati in tutto il mondo e da tutto il mondo giungono oramai in ogni paese.

Per questo non concordiamo con Damiano e chi per lui, per noi lo Statuto dei lavoratori va applicato a tutti i lavoratori dipendenti ed è l’articolo 19 a dover essere abrogato tornando alla democrazia dal basso dei Consigli di fabbrica, ed abolendo le leggi e leggine della precarietà (referendum: www.bastaprecarieta.org )

Per questo stiamo anche promuovendo le iniziative pubbliche che sono note e quella della proposta di legge popolare sulla sicurezza sul lavoro, vertenze per i cosiddetti infortuni, cause legali e denunce, anche per denunciare quegli incidenti che oggigiorno persino in grandi fabbriche accade non vengano resi a volte noti.

Per questo, per una lotta di tutti i Lavoratori ed in particolare per l’impegno di quelli maggiormente coscienti, invitiamo tutti a partecipare alle nostre riunioni della RETE PER LA SICUREZZA SUL POSTO DI LAVORO (prossima riunione degli aderenti, aperta agli interessati, lunedì 5 al com.quartiere Cita a Marghera alle ore 19)

Informazioni sulla mail-list domeus.it al gruppo bastamortesullavoro ( Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , oppure nelle pagine del Bollettino operai auto-organizzati da noi edito)

Sindacato Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale per il sindacato di classe - COBAS

Associazione Esposti Amianto e ad altri rischi ambientali

1-5-2008
 
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