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Evento: 'Il Cielo Sulla Terra'

Napoli
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Data: Sunday, 23 July, 2006 Ore 21:30
Durata: 1 Giorno
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Il 23 luglio, alle 21.30 al Teatro Nicola Vaccaj di Tolentino, prima italiana dell'opera musicale IL CIELO SULLA TERRA di Stefano Scordanibbio Qui di seguito pubblichiamo una intervista con Stefano Scodanibbio rilasciata in occasione della esecuzione dell'opera a Stuttgart, che è avvenuta il 10 giugno 1977. Conservatorio di Pesaro. Studi di contrabbasso, composizione e musica elettronica. Classi aperte, professori aperti, tutti o quasi di sinistra, molte sigarette, molti dibattiti. Ma fuori impazza il Movimento, ultima scheggia di utopia collettiva dopo il maggio 68. Le manifestazioni si mescolano ai viaggi, le case sono luoghi di passaggio delle persone più incredibili, i libri si consumano passandoseli di mano in mano, tutto sembra mosso da un regista occulto. Nella vicina Bologna accadono cose importanti: riviste di ogni sorta fioriscono mescolando dadaismo e maoismo. Radio Alice, la prima radio libera, trasmette programmi improvvisati dove la poesia di Majakowskij si unisce naturalmente ai discorsi sulla sessualità e alla riduzione dell'orario di lavoro, a Satisfaction dei Rolling Stones segue l'Orfeo di Monteverdi, la pratica della felicità diventa sovversione. Una sorta di territorio liberato si crea, non tanto un contropotere (il motto è quello di "non prendere il potere"), ma una spazio altro, lontano dalle logiche del dominio, della produzione, della competizione. Per un momento, neanche troppo corto, la rivoluzione è compiuta. Viviamo in un universo parallelo, autonomo e irriducibile, senza per questo ignorare che esiste ancora il mondo del lavoro della produzione e dello sfruttamento, che odiamo e combattiamo, ma non passa più attraverso di esso il nostro percorso di identità collettiva. Si era raggiunto il massimo dell'autodeterminazione e dell'autonomia: Non c'è più un nemico da abbattere, un potere cui opporsi, perché siamo oltre, abbiamo creato un modo di vita radicalmente altro che non ha bisogno di voi, voi che non siete più un nemico ma l'estraneo. La rivoluzione è finita, abbiamo vinto.". (Mario Zanzani). La lotta armata e la repressione poliziesca (complementari allora come oggi lo sono Al Qaida e Bush, che si nutrono luno dell'altro) da una parte, la diffusione generalizzata dell'eroina dall'altra, misero fine al Movimento del '77 che si sciolse in mille rivoli defluiti nel mare torbido degli anni '80 che, secondo alcuni, sembrano non finire mai. Ma davvero? Stefano Scodanibbio Fragen an Stefano Scodanibbio Domanda: "Il cielo sulla terra" nasce dall'idea di riflettere l'esperienza della tua generazione come la vivesti e vedesti nel '77 bolognese. Come sviluppa questa idea la concezione compositiva nella sua forma e contenuto? Risposta: L'idea di questo lavoro mi ha accompagnato per molto tempo, più o meno dal 1977 (l'anno che ha segnato l'apice del movimento giovanile in Italia), quando la consapevolezza di vivere un momento importante di esplosione collettiva coincidente con gli anni pieni della gioventù, perfetta fusione di privato e politico come si sarebbe detto allora, mi fece aver la prefigurazione che un giorno mi sarebbe piaciuto esprimere in musica i sentimenti, le tensioni e le aspirazioni che una generazione stava allora vivendo. La complessità e la ricchezza dei temi trattati mi hanno spinto subito verso una forma a "pannelli" dove la frantumazione dell'esperienza acquista un ruolo determinante nei vari livelli e nei vari piani di lettura che si giustappongono. Così questo lavoro può essere letto come una riflessione sul tema della liberazione dell'uomo, un excursus tra alcune delle avanguardie del secolo, un'evocazione di alcuni momenti perno dell'utopia novecentesca dalla Beat Generation al '68, dal Flower Power ai no global, una trasposizione autobiografica degli anni '70 in Italia e che perfino può essere concentrata in una giornata esemplare (come Ulysses o Under the Volcano) e che può divenire quasi una storia. Le varie sollecitazioni (acustiche, visive, letterarie) si sovrappongono, più che fondersi. La suddivisione programmatica dell'opera in sei parti (Je m'en allais Ludens La rivolta Amores Psichedelia L'arte nella vita) invita a una caratterizzazione molto accentuata. I vari temi espressi così come la loro concentrazione nellarco di una giornata possono aver bisogno di tecniche diverse per essere detti nella loro singolarità (la partenza di buon'ora, la manifestazione a mattino pieno, lo scontro a metà giornata, l'eros nel primo pomeriggio, la psichedelia avviandosi verso il tramonto, il dada-party entrando nella sera e si protrae fino a notte inoltrata). Dal punto di vista puramente musicale le sei scene possono essere accorpate in tre coppie, ognuna delle quali si caratterizza per un uno particolare di tecniche e materiali. Il mettersi in viaggio (Je m'en allais) così come la scena d'amore (Amores), per esempio, sono affidati principalmente agli archi, gli strumenti che hanno viaggiato con me in questi anni e che mi hanno fornito possibilità di letterale esplorazione delle tastiere e delle corde, affiancandosi parallelamente a quella dei cinque continenti che andavo compiendo. Le tavolozze offerte dalle varie articolazioni digitali (principalmente giocata sull'opposizione e giustapposizione di premuto/sfiorato, ossia suono reale/suono armonico) degli archi erano la trasposizioni dei nuovi orizzonti che sognavo, le Western Lands, le Americhe di Humboldt, i jardins dHamilcar, le geografie amorose e i Visas a marcare indelebilmente l'esperienza. L'attività ludica (Ludens) e la gran scena finale (L'arte nella vita) mettono in gioco tutto l'ensemble privilegiando naturalmente gli aspetti ritmici, intervallari e combinatori. La terza scena (La rivolta) e la quinta (oh, psichedelia) sono incentrate invece sulla musica elettronica e concreta, utilizzando anche materiali registrati degli anni '70. Domanda: "Il cielo sulla terra" fornisce uno spaccato delle utopie del 20 secolo. Cosa segna la storia e le cnseguenze di queste utopie, che attraversano l'avanguardia come il movimento giovanile del 77? Risposta Tutte le avanguardie artistiche del '900, i movimenti sociali giovanili, le teorie della liberazione convergono su questo punto: non c'è rivoluzione senza invenzione continua e non c'è un mondo sganciato dalla logica del lavoro (forzato) senza attività ludica. Sono state le avanguardie storiche come in particolare il dadaismo e il surrealismo a mettere al centro dell'attenzione il rapporto dell'arte con la vita, rapporto che non può non passare attraverso una rivoluzione sociale con conseguente liberazione dal lavoro. Il vero scopo del lavoro è quindi di liberare l'uomo dal lavoro, per condurlo verso altre dimensioni come quelle della conoscenza e del piacere. Nel '77 si diceva: abbiamo oltrepassato la politica, non ci interessa prendere il potere in quanto lo abbiamo già, abbiamo cioè determinato un processo di costruzione sociale ampio e radicale, e non meramente comunitario, nel quale la vita si costruisce come in una fucina, attraverso esperienze autonome e libere, socialmente significative e aggreganti. Al di là e al di fuori del mondo del lavoro. Che pure non ci interessa più: il valore della vita non passa più attraverso il valore del lavoro, quindi dai luoghi di produzione, cioè dalle fabbriche. L'urgenza di cambiare radicalmente la qualità della vita, il rifiuto dei codici costituiti (patria, famiglia, religione, costumi sessuali), la liberazione dell'inconscio erano i temi principali che riflettevano le vecchio parole d'ordine: quella di Marx che diceva di trasformare il mondo, e quella di Rimbaud che voleva cambiare la vita. E' l'arte, suggerita nella scena finale, a diventare lo strumento politico per eccellenza per una rivoluzione della quotidianità. L'arte dunque come ciò che rende la vita più interessante dell'arte. Personalmente poi ho passato una buona parte della mia esistenza a cambiare la fisionomia del mio strumento, il contrabbasso, uno strumento carico di storia e potenzialità inespresse, comunque mai usato prima, se non episodicamente, come solista: io ho invece cercato e cerco di farlo, questa è per me l'avanguardia, o se si vuole, questa è alla lettera la mia bio-grafia, il segno nuovo che posso lasciare. Domanda: "Il cielo sulla terra" è anche un lavoro autobiografico. Cosa associ personalmente con i movimenti della tua generazione? Risposta: Ho sempre considerato lo slogan "la rivoluzione è finita, abbiamo vinto" come quello che meglio esprimeva i contenuti più avanzati del movimento del '77, in particolare della sua faccia bolognese. Mi è sempre piaciuto molto. Anche se non abbiamo mai potuto e voluto, capire bene cosa significasse nel profondo o nel suo significato di apertura verso il futuro. Per me lo slogan significa: viviamo in un universo parallelo, autonomo e irriducibile, senza per questo ignorare che esiste ancora il mondo del lavoro della produzione e dello sfruttamento, che odiamo e combattiamo, ma non passa più attraverso di esso il nostro percorso di identità collettiva. Questa dimensione era rappresentata dall'ala creativa del movimento, su questa dimensione si erano riconosciuti centinaia di migliaia di persone; le manifestazioni di quell'anno furono enormi. In ciascuna di essa tuttavia si manifestava il lato oscuro, lo spettro del leninismo: innalziamo il livello dello scontro, contro lo stato, gettiamo questa enorme massa di persone contro le istituzioni statali. Più le manifestazioni erano di massa, più pistole apparivano, e c'erano vittime, da entrambe le parti; e pure assurdamente il movimento cresceva, fino alla follia finale: il rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse e la conseguente repressione che portò in carcere migliaia di persone. E il ciclo si chiuse. E in questo si dava forse ragione delle premesse. Non ci fu nessuno scontro, bensì una ritirata di fronte all'enormità di quel livello di conflitto. Il movimento si ritirò e rifluì nella modernizzazione degli anni 80. Domanda: Quanto sono rilevanti oggi dal tuo punto di vista termin come rivolta e utopia? Risposta: L'opposizione mondiale alla Guerra in Irak, le banlieues parigine che bruciano, le grandi manifestazioni contro leggi impopolari e repressive non mancano certo. i temi d'attualità per ragionare ancora in termini di resistenza e di rifiuto a un modello sociale imposto che si vuol spacciare sempre più come naturale o unico (unaltra delle grandi mistificazioni della modernità). Pur nella generale situazione di riflusso che si è venuta a creare negli ultimi trentanni non è solo linsorgere di altri movimenti collettivi a livello locale e mondiale a marcare il desiderio di immaginare un mondo diverso e la conseguente mai sopita rivolta, non è solo la pratica di resistenza e invenzione che proprio le condizioni esterne ci impongono. Eil pensare lutopia come bellezza irrinunciabile, secondo Maria Zambrano (bellezza convulsa avrebbe detto invece Breton). Bellezza che non può essere che del presente. Guai pensare l'utopia come una cosa che avverrà un giorno, una promessa sempre da realizzare. La lettura in positivo dell'utopia che qui si propone è sottratta all'intendimento comune di vaga aspirazione collettiva a qualcosa che non avverrà mai. Al contrario, sganciata dal futuro, riconverte e rilancia il passato in una tensione presente e continua. Soprattutto si vuol mettere l'accento, attraverso le dimensioni del gioco e del piacere, su come solo nell'attimo presente, finito ma incommensurabile, l'uomo può cogliere l'opportunità favorevole e decidere della propria libertà. Domanda: Quanto rilevanti sono le citazioni linguistiche dei movimenti rivoluzionari storici per la tua composizione? Ripsosta: La citazione (così come gli elenchi e i cataloghi presenti anche loro in quest'opera in maniera massiccia) è una delle tecniche preferite dei movimenti d'avanguardia e secondo Benjamin il libro ideale sarebbe consistito di sole citazioni. In effetti il libretto di quest'opera è una raccolta di citazioni da vari autori: Kerouac, Debord, Furio Jesi, lo stesso Benjamin, Toni Negri, Deleuze, Burroughs ed altri. Ho scelto che i testi fossero completamente intellegibili e leggibili presentandoli sotto varie forme agli occhi del pubblico (con una sola eccezione, la voce di Toni Negri, che è l'unica presenza ancora viva degli autori proposti e viene presentata qui come una testimonianza diretta degli anni '70 in Italia). Musicalmente invece, più che di citazioni vere e proprie, si può parlare di riferimenti a certa musica di area non accademica che ha marcato gli anni '70 e di conseguenza la mia gioventù. Penso ai nuovi orizzonti dischiusi da Miles Davis con Bitches Brew, all'uso specialissimo della chitarra elettrica di Robert Fripp, alle sonorità elettroniche dei Pink Floyd o dei Tangerine Dream. C'è poi, in campo drammaturgico scenografico, tutta una serie di citazioni nascoste e allusioni a quadri, opere, azioni e tematiche dei movimenti d'avanguardia (il poeta-pugile Arthur Cravan, il costume cubista di Marcel Janco, il manichino metafisico, il cavalluccio a dondolo dada, le derive Situazioniste, ecc.) che vengono trattate come materiali d'uso per il gran dada-party finale. Domanda: Gran parte dell'azione è assegnata ai bambini. Cosa ti ha spinto a questa decisione? Risposta: E' ormai chiaro, penso, quanta importanza rivesta il gioco in questa opera grazie al contributo essenziale di Giorgio Agamben. E' noto, dice Agamben, che la sfera del sacro e quella del gioco sono strettamente connesse ed il passaggio dal sacro al profano può avvenire anche con un uso particolare del gioco. Tanti giochi che noi conosciamo derivano da rituali e da pratiche divinatorie. Il girotondo era in origine un rito matrimoniale, il gioco della palla riproduce la lotta degli dei per il possesso del sole, i giochi d'azzardo derivano da pratiche oracolari, ecc. I romani distinguevano il ludus, o gioco di azione, che lascia cadere il mito e conserva il rito, dal jocus, o gioco di parole, che cancella il rito e lascia sopravvivere il mito. Il sacro è dunque l'unità di mito e rito mentre invece si ha gioco solo quando una metà dell'operazione viene compiuta, traducendo solo il mito in parole e solo il rito in azioni. E questo significa che il gioco libera l'umanità dalla sfera del sacro, ma non solo. I bambini che giocano con qualsiasi cosa capiti loro sottomano trasformano in giocattolo anche ciò che appartiene alla sfera dell'economia, della guerra, della cultura e alle altre attività che siamo abituati a considerare come serie. Questa profanazione, su cui non si dovrebbe smettere di meditare, è la nuova dimensione delluso che i bambini consegnano allumanità aprendo le porte di una nuova felicità. E' così che in quest'opera i bambini giocano anche con i libri, con le città, perfino con le avanguardie e con il '68. Ciò che ha nell'infanzia la sua patria originaria, verso l'infanzia e attraverso l'infanzia deve mantenersi in viaggio.


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